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Cosa indica il rapporto Almalaurea: chi va e chi resta

L’ultimo rapporto Almalaurea 2017 (che gestisce il più ricco database relativo agli studenti universitari e ai loro percorsi sul breve termine dopo il conseguimento del titolo) ha rilevato cifre positive: buone in rapporto alle tendenze di lungo periodo, e di efficienza per i risultati di carriera di studi proseguita all’estero. L’indagine ha preso in considerazione 71 università italiane (su 74) e tra queste più di 270 mila studenti. Un numero statisticamente rilevante che ha dimostrato ancora una volta come ormai un solo titolo di studio, pur essendo professionalizzante, ma sotto il livello universitario, non basta per le assunzioni.

Nello specifico, è emerso che tre quarti degli studenti ha “buona” conoscenza dell’inglese scritto – e questo segnala quanto meno una crescita della necessità culturale di studiare lingue. Un primo, buon passo in avanti. Inoltre, la tendenza è più vistosa (80 %) tra i laureati magistrali.

Durante gli studi solo una percentuale molto modesta (11 %) ha fatto un’esperienza all’estero riconosciuta (ricordiamo che la borsa Erasmus mensile può arrivare, generalmente, a coprire un affitto mensile, mentre la tassa di iscrizione universitaria rimane invariata e corrisponde a quella versata all’università d’origine). La percentuale, quindi, è un aumento poco rilevante rispetto alle analisi condotte da Almalaurea un decennio fa. Sia come sia, questa nuova percentuale indica che gli studenti in questione ha sostenuto all’estero esami loro convalidati al rientro in Italia e, contemporaneamente, hanno intrapreso la stesura (dire “scrittura” sarebbe fuorviante) della tesi.

Ma il 38 % degli studenti volti all’accademia (proseguimento della ricerca) nel 2006 è salito al 49 %. Un aumento consistente e che lancia un segnale preoccupante, o, se preferite, suona un campanello d’allarme. Perché gli studenti su cui l’università (e le Scuole Normali e Sant’Anna e di Pavia e Catania) investe vanno all’estero e risultano così un capitale inutilizzato. Un investimento non andato a buon fine. Altro che cervelli in fuga: forzieri di monete perduti in fondo al mare. Ma usciamo dalla metafora, per rilevare che ora un laureato su tre è pronto a partire per gli altri continenti; uno su quattro, invece, è disponibile per spostamenti frequenti; uno su due è disponibile quindi al cambio di residenza. Insomma, la maggioranza assoluta (97 %) è disponibile al trasferimento.

Una cifra poco considerevole (7 %) a cinque anni dalla laurea magistrale lavora all’estero. Perciò occorre fare attenzione: la carriera di ricerca all’estero essendo più lunga, paradossalmente (ma solo in apparenza), rispetto a quella italiana. Il dottorato italiano dura tre anni, quello negli States quattro. Che poi diventano quattro da noi, cinque negli USA. Un giovane di 28 anni in Italia dovrà a quel punto proseguire nella “ricerca” e deve riflettere accuratamente su questo punto: i percorsi professionalizzanti incominciano prima. Senza dire che è frequente (si veda il bel libro di Nicola Gardini, Baroni) il caso del dottorando italiano all’estero che rientrato in Italia viene guardato con sospetto, (anche) a motivo delle innumerevoli sue “pubblicazioni” realizzate all’estero. In linea di principio (e la morale è sempre dura: vedere le favole dei Grimm quanto poco sangue risparmiano) chi va ad addottorarsi all’estero, è un italiano che ha perso la competizione in Italia.

Per chi “la vince”, magari anche per riconvertirsi e utilizzare secondo le sue capacità il titolo di studi, si apre il caso italiano: per il quale disponiamo ora, fortunatamente, di dati ricchi e significativi. A un anno dal conseguimento del titolo di studio, poi, risulta occupato (a qualsiasi titolo) il 68% dei laureati triennali e il 71% dei magistrali biennali; mentre a cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione comprensibilmente cresce ed è pari all'87% tra i laureati triennali e all'84% tra i magistrali biennali. Il confronto con le precedenti rilevazioni ha evidenziato un miglioramento, seppur lieve. Dopo la significativa contrazione intervenuta tra il 2008 e il 2013 (-16 punti percentuali per i laureati triennali), il tasso di occupazione è aumentato di due punti percentuali per i titoli brevi. La retribuzione è in media di 1.104 euro mensili netti per i laureati triennali e di 1.153 euro mensili per i magistrali biennali. Per il terzo anno consecutivo, sembrerebbero in aumento. Perché vi è stato un crollo (-23 per cento) anche nel quinquennio 2008-2013. L'assunzione a tempo indeterminato riguarda, rispettivamente, il 61 e il 56 %.

Concludiamo: gli occupati all’estero a cinque anni dalla laurea sono prevalentemente stanziati in Europa (un estero, non così “estero”) secondo questa distribuzione: 19 % UK, 12 % Svizzera e Germania, 10 % Francia, 6 % Spagna. Va aggiunto che questa popolazione guadagna in media 2200 euro mensili netti, mentre i colleghi italiani si fermano a 1345 euro. Più della metà, quindi: ma in tutti questi paesi europei, a eccezione della Spagna, la vita costa anche “la metà” in più. Giusto rilevare i dati, ma onesto e conseguente interpretarli alla luce dei fatti concreti. E poi, si sa, intervengono anche considerazioni più astratte e meno specifiche: che riconoscimento culturale ha un dottore in discipline che non siano ingegneristiche o fisiche (quindi non proprio pratiche) in Germania, o nel Regno Unito? questa figura non è meglio integrata, socialmente, che da noi. Se non altro, in quei paesi si fanno un vanto (non sapremmo dire quanto giustamente) di aver attirato (leggi: sottratto) cervelli stranieri, appunto, come suole dirsi, “in fuga”.

Con questo non si vuole esercitarsi in un facile scetticismo. In un mondo progressivamente globalizzato, connesso (anche complicato), la laurea diventa un lavoro. Essere studente non è uno stato sociale. Laurearsi non significa aver finito, ma poter iniziare. O, detto semplicemente: la laurea è più necessaria adesso che mai prima d’ora. E ben vengano i casi virtuosi degli studenti lavoratori: il 56 % dei laureati ha compiuto un'esperienza di tirocinio o stage (44 % nel 2006), ma la lunga crisi economica ha abbassato di dieci punti (75% – 65%) la quota di chi ha fatto esperienze di lavoro durante gli studi. Ma sono pochissimi i laureati (sei su cento) i quali hanno conseguito la laurea lavorando stabilmente (studenti-lavoratori), perché la maggioranza (59 %) esercitavano un’attività extra solo saltuariamente, per arrotondare.

Segnaliamo per completezza le ultime cifre, anche se statisticamente meno rilevanti delle precedenti: aver compiuto un periodo di studio all'estero con programmi europei aumenta le chance occupazionali del 12%; i tirocini fanno crescere le occasioni dell'8%; aver lavorato sporadicamente durante gli studi, invece, di un bel 48% ( al di là del numero, resta l’attività che risveglia il senso pratico talvolta anestetizzato da alcuni professori che pure si ergono a modelli); infine, trascorrere un periodo di studio all'estero o svolgere un tirocinio curriculare, a parità di condizioni, influenza positivamente la probabilità di ottenere elevate votazioni alla laurea (anche qui, gli ampliati orizzonti consentono di destreggiarsi meglio al rientro nel nostro Paese, che risulta così un po’ “anchilosato”).

Ci sono, però, anche i segreti del caso. Vogliamo dire del famoso background scolastico e familiare. I laureati 2016, infatti, hanno prevalentemente dei diplomi liceali (67%, che sale all'83% per chi ha realizzato l'intero ciclo di laurea). In particolare, il 44% ha conseguito un diploma scientifico, il 19% quello tecnico, solo il 16% quello classico e, infine (tendenza da analizzare meglio), l'8% quello pedagogico-sociale. Soltanto il 2% dei laureati ha un diploma professionale (idem per quello artistico). Aggiungeremo che i laureati con almeno un genitore in possesso di un titolo universitario sono il 29%.

Si abbassa l'età in cui si discute la tesi (pur restando tristemente alta: ma tanto non sono più in questione le sorti del Paese, preferendo i ricercatori la via di fuga all’estero). L'età media alla laurea per il complesso dei laureati 2016 è pari a 26 anni: 25 per i laureati triennali (dovrebbe essere 22), 27 per i magistrali a ciclo unico (a regime ottimale: 24) e 28 per i laureati magistrali biennali (sempre 24). Il problema è alla radice: e sta nel ritardo nell'iscrizione al percorso universitario, la quale in media ammonta a un anno e mezzo. Basta aggiungere il celeberrimo anno per “scrivere la tesi” e arriviamo ai dati delle statistiche. Le quali ci consolano (sempre come refugium peccatorum) che l'età di laurea è diminuita “in misura apprezzabile rispetto alla situazione pre-riforma e ha continuato ad abbassarsi nelle ultime stagioni”.

Infatti, mentre nel 2006 concludeva gli studi in corso il 34% dei laureati, nel 2016 si è arrivati al 49%. Dieci anni fa venti laureati su cento terminavano il ciclo con quattro (o più anni) “fuori orario”: oggi si sono quasi dimezzati. E il voto medio di laurea è sostanzialmente immutato: 102,5 su 110 nel 2016. L'88% dei laureati, per concludere, è soddisfatto dell'esperienza universitaria.

[Andrea Bianchi]



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