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Tecnologia e apprendimento, limiti e possibilità

Il computer e la tecnologia migliorano davvero l'apprendimento dei giovani studenti a casa e a scuola? In realtà secondo i dati Ocse pubblicati nel rapporto Studenti, Computer ed Apprendimento, dedicato a istruzione e competenze informatiche, basato su dati dell’indagine Pisa 2012 e reso pubblico nei giorni scorsi, le cose non stanno proprio così.

Secondo il rapporto oggi ben il 96% dei quindicenni del mondo ha accesso a un computer a casa e il 72% usa un pc, un tablet o un laptop in classe. Nettamente inferiore alla media anche la percentuale di allievi italiani che usano Internet per fare i compiti, a scuola (28,8%, contro una media Ocse del 41,9%) o a casa (49,1% contro una media Ocse del 54,9%).

Secondo i ricercatori l'uso eccessivo degli strumenti informatici fa male: sicuramente i ragazzi che fanno un uso «moderato» del computer, per fare ricerche in Internet e come supporto per i compiti, ottengono risultati migliori di quelli che non lo usano affatto. Superata la soglia (che l’Ocse quantifica in «una-due volte a settimana») l’apprendimento è decisamente peggiore.

Un'ulteriore dimostrazione a questi dati la troviamo nell'analisi prestazionale degli altri paesi europei: i Paesi che hanno investito di più in Ict negli ultimi dieci anni, non hanno ottenuto esiti migliori dai test che misurano le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze: è il caso di Australia, Gran Bretagna e Paesi nordici; mentre in Spagna i risultati sono addirittura peggiorati. E c’è di più: i maggiori investimenti in tecnologie non sono serviti a ridurre il divario sociale; che c’è ancora; non quantitativo, ma qualitativo. È molto più importante, spiegano i ricercatori nel corposo studio, che gli studenti raggiungano competenze solide in lettura e matematica.

La differenza tra un apprendimento "sano" e uno sbagliato, nonostante la tecnologia, è sempre e comunque legata al fattore umano: «Per arrivare a una comprensione concettuale profonda e a un elevato livello di pensiero serve un’intensa relazione docente-insegnate», spiegano i ricercatori Ocse, che sottolineano l’importanza dello human engagement nell’insegnamento. È anche "colpa" del fatto che la classe docente non è in grado, per ora, di sfruttare le nuove tecnologie per migliorare l'insegnamento: «Non ci sono ancore le pratiche pedagogiche, cioè la formazione degli insegnanti, per ottenere i maggiori benefici a livello accademico dalle tecnologie». Aggiungere strumenti del 21esimo secolo a pratiche di insegnamento del 20esimo diluisce l’efficacia di quello che viene insegnato ai ragazzi.

C'è poi il fattore relativo all'atto stesso dello studio in digitale e dell'uso delle tecnologie, che spesso è un atto che gli studenti compiono in solitaria: «È una categoria – sottolinea l’Ocse – ad alto rischio di solitudine, oltre che di assenze ingiustificate da scuola [...] Infatti se da un lato la loro attività di navigazione nel digitale vale un indice pari a 56 (su una scala da 1 a 100), uno dei più alti dell’Ocse contro la media di 48, quando si tratta di navigare in modo mirato verso la risoluzione di un obiettivo preciso l’indice scende a 49, sotto la media che è 50. In Italia il 15% degli studenti è ‘senza bussola’ quando naviga sul web rispetto a un 12% medio e quasi tutti gli studenti in Italia commettono qualche errore nella navigazione, ma solo il 25% corregge tutti gli errori ritornando sulla rotta di navigazione ideale».

Navigare, dunque, ma soprattutto, saper navigare. Come spiega all’agenzia di stampa Radiocor Francesco Avvisati, economista Ocse, co- autore dello studio, «molti ragazzi – e non solo gli italiani – ‘non hanno la capacità di dirigere la propria lettura, di dare giudizi sulla pertinenza di una pagina, sulla qualità di un’argomentazione. Cliccano su quello che si muove e non sono selettivi nella loro navigazione, non vanno in modo diretto verso l’informazione che cercano e dovrebbero poi mostrarsi consumatori critici dell’informazione online’, la cui qualità è lungi dall’essere uniforme, sottolinea l’economista. Qui rispunta anche la ‘frattura digitale’ su base sociale. In Italia ha accesso a internet il 92,9% degli studenti svantaggiati, 6,3 punti percentuali in meno degli studenti avvantaggiati, passa su internet 94 minuti (7 in più degli avvantaggiati), ma solo il 66% ottiene informazioni pratiche (il 13% in meno degli avvantaggiati), mentre il 44% naviga su Internet per i giochi (il 2% in più degli avvantaggiati). Sono insomma meno interessati a un uso intelligente di internet e più a un uso ludico».

Per quanto riguarda Internet a scuola, il suo utilizzo durante l’orario scolastico non porta necessariamente un miglioramento nelle capacità di utilizzo da parte degli allievi. Ciò che è importante, secondo gli esperti Ocse, è quindi soprattutto aiutare i giovanissimi ad imparare «l’uso pertinente» di Internet, cioè a costruire il loro percorso in un ipertesto in modo «mirato» per ottenere l’informazione di cui hanno bisogno. Ciò richiede non solo di mettere loro a disposizione gli strumenti informatici e il tempo per utilizzarli, ma anche «un rilevante livello di preparazione degli insegnanti» su come gestire questo tempo in modo efficace. Lo studio «Studenti, Computer e Apprendimento» chiama in causa la scuola - non solo quella italiana - perché non riesce a trarre vantaggio dal potenziale offerto dalla tecnologia e dare a tutti gli studenti le competenze di cui hanno bisogno nell’iper-connesso mondo odierno.



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