Strumenti per la didattica
Storia
Una scelta di saggi scritti da alcuni tra i più celebri storici contemporanei. Si tratta di testi che, pur riferendosi a periodi storici differenti, non mancano di offrire al lettore spunti per un approccio consapevole alla nostra attualità.
.: Carlo Pisacane
.: Hobsbawm
.: Arendt
.: Isnenghi
.: Lewis
Carlo Pisacane, La Rivoluzione, Torino, Einaudi, 1976
Il saggio La rivoluzione rappresenta per Carlo Pisacane, figlio di nobili e militare di professione, il testo più fortemente ispirato dai principi socialisti. Rivolgendosi alle plebi meridionali, l’autore s’illudeva di essere recepito e compreso; non a cas nel 1857 l’insurrezione del Meridione (un manipolo di rivoluzionari appoggiati da ergastolani di Santo Stefano) che sarebbe dovuta essere la "messa in pratica del testo", fallì miseramente. Nondimeno la figura di Pisacane è stata importante in quanto l’unica del suo tempo ad operare una rottura frontale nei confronti della dominante tradizione moderata e borghese. Nelle righe che seguono l’autore si sofferma sulla negatività della miseria spiegando che ogni compromesso con «l’altrui volere» non può significare che la rinuncia alle proprie aspirazioni.
Leggi un estratto del saggio
Hobsbawm Eric J., Il secolo breve 1914-1991. L’epoca più violenta della storia dell’umanità
BUR, 2000, pp. 710
Eric Hobsbawm, uno dei maggiori storici contemporanei, dopo essersi occupato quasi esclusivamente dell’Ottocento, ha pubblicato il volume che lo ha reso noto al grande pubblico trattando la storia del Ventesimo secolo, periodo che coincide con l’arco della sua vita. Come afferma lui stesso nella prefazione, si è avvicinato alla storia di questo secolo più da contemporaneo che da studioso, e per questo il testo non è appesantito da molte note o citazioni di fonti, e la trattazione non è del tutto scevra di opinioni e pregiudizi formatesi nel corso di una vita intera. Quello che Hobsbawm descrive è un «secolo breve» anche per l’accelerazione sempre più esasperata impressa agli eventi della storia e alla vita degli uomini, un periodo di grande progresso scientifico, di guerre totali, di crisi economiche e grandi boom. Il testo, intrecciando documentazioni d’archivio e esperienze personali, è diventato una delle opere fondamentali della storiografia contemporanea.
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Arendt Hannah, La banalità del male. Eichmann Gerusalemme
Feltrinelli, 2005, pp. 314
Nel 1961 Hannah Arendt segue le 120 sedute del processo ad Adolf Eichmann, famigerato criminale nazista catturato in un sobborgo di Buenos Aires l’11 maggio del 1960 dalla polizia segreta israeliana. Su Eichmann pendevano 15 imputazioni per aver commesso, in concorso con altri, crimini contro il popolo ebraico e numerosi crimini di guerra sotto il regime nazista. Il libro della filosofa tedesca è interessante perché ricostruisce fedelmente le dinamiche che si misero in atto nella germania hitleriana ad ogni livello della società tedesca: all’interno delle comunità ebraiche, tra la gente comune e nelle gerarchie delle SS. Oltre a riportare eventi storici con attenzione didascalica, l’autrice analizza la figura di Eichmann mettendo in luce la sua «terribile normalità»: egli, come tutti gli altri suoi colleghi, è stato capace di commettere le più grandi atrocità che il mondo abbia mai visto senza avere coscienza di ciò. La Arendt descrive un uomo che non riflette sul contenuto delle regole, ma le applica incondizionatamente, agendo all’interno di un sistema in cui gli standard soliti di bene e male sono ribaltati, una società in cui rispettare le leggi e gli ordini dei superiori significa agire contro i normali canoni del vivere civile. Un’opera di particolare interesse sia da un punto di vista storico che filosofico, caratterizzata da grande chiarezza e profondità della trattazione.
Isnenghi Mario, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato,
Donzelli, 2007, pp. 144
Nel bicentenario della nascita di Garibaldi Isnenghi scrive questa interessante biografia ricostruendone il mito, che è stato più volte rivisitato nelle varie epoche storiche. Un mito imponente per diffusione e durata, apprezzato nel Novecento interventista della Grande guerra, nell’impresa di Fiume e nella guerra di Spagna, nella Resistenza dei partigiani garibaldini vicini al Partito comunista, come nelle cruciali elezioni politiche del 1948. L’autore, noto professore dell’Università di Venezia, narra la vita di Garibaldi facendo alcune precisazioni su eventi fondamentali quali la condanna a morte del 1834, di matrice piemontese e non austriaca, come spesso invece è stato detto. Un volume che ha il pregio di non limitarsi a raccontare le imprese dell’«eroe dei due mondi», ma che mette in luce la percezione che di lui hanno avuto contemporanei e posteri.
Lewis Bernard, Culture in conflitto. Cristiani, ebrei e musulmani alle origini del mondo moderno
Donzelli, 2007, pp. 93
Il professore Bernard Lewis è il maggiore mediorientalista del mondo, consulente della Casa Bianca e del ministero degli Esteri americano. In questo saggio riesamina i rapporti tra la cultura cristiana, quella ebraica e quella musulmana, rovesciando molti luoghi comuni. Per far questo parte da una data storica, il 1492, che non è solo, come tutti ricordano, l’anno della scoperta dell’America, ma anche l’anno in cui gli spagnoli conquistano Granada e cacciano i musulmani dalla Spagna. Questo evento è curiosamente rimosso di solito, così come l’espulsione degli ebrei dalla penisola iberica, avvenuta sempre nel 1492. Nel suo agile libretto Lewis sostiene che il moderno processo di globalizzazione prende avvio proprio nella Spagna di fine Quattrocento e ci mostra come le ostilità non siano state causate, come si ritiene comunemente, da incomprensioni culturali tra civiltà diverse, ma da volontà di espansione che, inevitabilmente, si sono scontrate. In un’epoca, la nostra, di cosiddetti scontri tra civiltà, può essere utile guardare alle esperienze passate con un’ottica diversa, capire la genesi di fenomeni che hanno radici antiche ma sono ancora così fortemente attuali.

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