Cultura handicap
Hand in Cap
Note informative sull’handicap
«Condizione di svantaggio nei confronti degli altri»
«Incapacità di provvedere da sé alle normali necessità della vita, determinata da una deficienza fisica o psichica»
«Menomazione fisica o psichica che mette una persona in condizione di inferiorità»
«Termine inglese indicante uno svantaggio, una limitazione alla vita di relazione per un difetto fisico o psichico»
Queste sono solo alcune delle espressioni con cui i più noti dizionari della lingua italiana definiscono e spiegano il significato della parola handicap; seppure ricorressimo ad altre definizioni, riscontreremmo sempre la stessa eco riduttiva.
In realtà, le tappe della conoscenza del mondo dell’handicap possono essere innumerevoli, tanta è la vastità degli aspetti potenzialmente analizzabili: qui di seguito tenteremo (anche col vostro aiuto, se vorrete) di chiarire e ampliare tali definizioni standard.
Con l’obiettivo primario di facilitare l’approccio ad una tematica tanto complessa, procederemo attuando una classificazione convenzionale e necessariamente settoriale.
Il termine handicap deriva dall’espressione inglese hand in cap con cui era chiamato un gioco d’azzardo inglese del 1600, che consisteva nell’introdurre una mano (hand) in un berretto (cap) o in una tazza (kap), e quindi nell’estrarne, senza vederle, monete di pezzatura uguale ma di valore diverso. Nel 1754 questa parola entrò nella terminologia ippica inglese e intorno al 1910 si diffuse anche in Italia ad indicare lo svantaggio iniziale di uno o più concorrenti, cui si ovviava in vari modi prima di affrontare la gara.
Verso il 1915 il termine viene usato in alcuni testi inglesi per definire una patologia che diminuisce le capacità relazionali umane, ma dobbiamo aspettare il 1958 per trovare per la prima volta l’espressione handicapped child.
Il termine generico handicap (spesso criticato per il suo utilizzo) non ha una definizione univoca, poiché non designa qualcosa di oggettivamente circoscritto (ad esempio una malattia specifica), ma indica la condizione di un soggetto con disabilità, che limita o rende difficoltosa la sua "normale" prassi di vita quotidiana.
Mentre con il termine disabilità si comprende una serie di limitazioni permanenti o transitorie di vario tipo, con il termine handicap si intende la totale perdita o la limitazione della capacità dell’individuo di partecipare alla vita della comunità in uguale misura rispetto agli altri (dall’inglese to handicap = ostacolare, creare uno svantaggio).
L’handicap è dunque il risultato dell’incontro tra la persona con disabilità e l’ambiente: può essere di natura motoria, intellettiva o sensoriale.
A questo proposito è doveroso accennare ad altri due tipi di handicap, di natura sociale, che impongono entrambi una situazione di disagio: il primo ha origine in un disturbo di natura caratteriale (aggressività, abulia, iperemotività ecc.), il secondo in un pesante svantaggio culturale (disadattamento familiare e socio-culturale).
A definire il concetto di handicap concorrono una dimensione medica, una funzionale e una sociale:
- l’aspetto medico analizza le cause congenite o acquisite, che implicano una perdita o un’anormalità a carico di una funzione psicologica, fisiologica, o anatomica;
- l’aspetto funzionale considera le limitazioni nello svolgere una "normale" attività psichica, motoria, o sensoriale, cioè la disabilità;
- l’aspetto sociale, infine, prende in considerazione la risposta della società agli svantaggi che l’handicap comporta di per sé, e che sono comunque aggravati dalla mancanza di attenzione e di adeguamento da parte dell’ambiente. Infatti, i principali problemi di un soggetto con disabilità, prima ancora della gestione personale del proprio deficit (dal latino deficere = mancare, essere carente), sia esso motorio, psichico o sensoriale, rimangono il pregiudizio e la disattenzione da parte della società, che tendono ad escluderlo dalla piena partecipazione alla vita comunitaria.

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