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Articoli del 2009



23 dicembre 2009. Riforma, arriva il via libera dal Consiglio di Stato. 
La riforma delle superiori compie un deciso passo avanti dopo il formale via libera del Consiglio di Stato. Secondo le ultime indiscrezioni la Sezione consultiva degli atti normativi ha accettato i chiarimenti forniti dal MIUR, dando il proprio via libera (ancora non scritto). Si attende ora il "sì" della VII commissione, già anticipato dall’On Aprea. La Sezione consultiva degli atti normativi, presieduta dal giudice Giancarlo Coraggio, avrebbe dato il proprio benestare con l’unica importante condizione che la riforma dovrà riguardare soltanto gli iscritti al primo anno. Come si diceva, il pronunciamento dei giudici per ora è solo verbale: manca un testo scritto in cui il giudizio è riportato nero su bianco. Ma, se le voci dovessero essere confermate, dal 1° settembre 2010 vedranno la luce i nuovi licei e i nuovi tecnici con la riduzione degli oltre 400 indirizzi.
Per quanto riguarda il parere della Camera, redatto dalla presidente della Commissione on. Valentina Aprea, pur non trattandosi di un parere vincolante, è difficile ipotizzare che la Gelmini possa pensare di ignorarlo. Esso subordina il parere favorevole a 12 precise condizioni: 
1) avvio della riforma dal primo anno e non dal secondo anno;
2) rinforzo di saperi e competenze di base per eventuali passaggi ad altri licei;
3) introduzione delle scienze al 1° biennio e rafforzamento di matematica e lingua straniera;
4) migliore definizione dei quadri orari e dei profili relativamente al liceo delle scienze umane;
5) modifica dell`opzione tecnologica nel liceo scientifico con opzione scientifico-informatica;
6) ricognizione del rapporto tra profili e quadri orari per verificare puntualmente la loro congruenza;
7) per il liceo musicale e coreutico rinforzo del monte ore per le discipline storiche di indirizzo;
8) per il liceo musicale e coreutico prevedere convenzioni tra licei ed istituzioni dell`Afam;
9) superare, senza altri oneri, il limite di 40 sezioni di liceo musicale e 10 sezioni di liceo coreutico;
10) separare i sub-indirizzi dei licei artistici al fine di preservare i passaggi tra vecchio e nuovo ordinamento, e consentire agli istituti d’arte la confluenza negli istituti professionali per l’industria e l’artigianato;
11) aggiungere una ulteriore sezione di liceo sportivo da realizzare con distinto regolamento;
12) modulare la tabella di confluenza in modo da chiarire la confluenza dei percorsi sperimentali nei nuovi ordinamenti.
In ogni caso, a questo punto, la riforma sembra davvero a un passo dall’essere varata. Del resto, oltre all’immagine politica da salvaguardare la Gelmini è stata pressata in questi mesi da questioni economiche: con la manovra il ministro dell’economia Tremonti si aspetta risparmi cospicui, derivanti sia dalla contrazione delle ore di lezione, sia dalla drastica riduzione dei corsi. Inoltre, solo partendo a settembre la riforma potrà essere tranquillamente gestita per la durata dei restanti anni di legislatura del Governo Berslusconi. 
Che la scuola italiana abbia bisogno di una riforma è chiaro a tutti; che la maggior parte dei governi abbiano fallito nel cercare di modernizzare il nostro sistema educativo è altrettanto lampante. Eppure, obiettivamente, un cambiamento radicale potrebbe non rivelarsi la cura più efficace: lo sostengono i sindacati, che guardano con preoccupazione alle previste riduzioni degli organici, così come molti addetti ai lavori, secondo cui, con il passare dei giorni tempi, diventa sempre minore il tempo da poter dedicare a predisporre la nuova organizzazione, a partire da quella dedicata all’informazione, i quadri orari, i piani di studio, i programmi delle varie materie.

16 dicembre 2009. Riforma, lo stop del Consiglio di Stato. Il Consiglio di Stato blocca la Riforma delle Superiori che, a questo punto, rischia lo slittamento di un anno. I dubbi sono riportati nel documento n. 7149 del 9 dicembre scorso contenente il parere sullo Schema di regolamento; tra i punti-chiave le previsioni della quota dei piani di studio rimessa alle singole istituzioni scolastiche (si chiede se le percentuali indicate nel regolamento siano state raccordate con le norme sull’autonomia) e la mancanza di dettagli nel passaggio al nuovo ordinamento soprattutto relativamente «alla tutela dell’affidamento degli studenti».
Pur non trattandosi di una bocciatura il parere del CdS impone uno stop. Il primo punto ritenuto dubbio dai giudici di secondo grado della giustizia amministrativa è di tipo normativo: la bozza di riforma prevede, infatti, che alcuni punti fondamentali (obiettivi specifici di apprendimento, articolazione delle cattedre e definizione degli indicatori per la valutazione) vengano introdotti attraverso un semplice decreto ministeriale. Emerge il sospetto di un eccesso di delega e il Consiglio di Stato ritiene che occorra l’approvazione di una legge; la norma di delega prevede la sola ridefinizione dei curricoli, ma il testo «sembra spingersi ben oltre la mera razionalizzazione dei diversi piani di studio e relativi quadri orari». 
Un altro punto ritenuto "debole" è quello dei tetti a piani di studio che ogni singolo istituto dovrebbe scegliere da sé sulla base di esigenze specifiche territoriali: l’articolo 10 del regolamento stabilisce infatti che la quota dei piani di studio rimessa alle singole istituzioni scolastiche nell’ambito degli indirizzi definiti dalle regioni: il 20% al primo biennio, il 30% nel secondo biennio e il 20% nel quinto anno. Cifre che Palazzo Spada non reputa sufficienti. 
Perplessità emergono anche in merito alla revisione degli organi collegiali, responsabili delle strategie principali di ogni singolo istituto superiore: secondo i nuovi regolamenti ministeriali è prevista l’introduzione di «dipartimenti per il sostegno alla didattica», composti da docenti individuato dal collegio dei docenti, e si ipotizza l’attuazione di un «comitato scientifico» formato da docenti e da esperti esterni. Secondo il Consiglio di Stato questi organi (di cui non sono chiari i finanziamenti) rischierebbero di limitare l’autonomia dei singoli istituti piuttosto che valorizzarla. 
Infine, come si diceva, i giudici hanno espresso perplessità sulle procedure che porteranno ai nuovi piani di studio e ai programmi ministeriali: «sarebbe auspicabile che il Ministero dell’istruzione illustri la graduazione di tale passaggio, anche con riguardo alla tutela dell’affidamento degli studenti che, trovandosi nelle situazioni di transito, subiranno una modificazione dell’iter formativo prescelto». 
Il ministro Gelmini ha subito replicato dichiarando che i dubbi sollevati dal CdS sono facilmente chiarificabili: «Nessun passo indietro, risponderemo ai giudici, la riforma partirà dal prossimo anno scolastico». Per evitare slittamenti il Ministero di viale Trastevere sarà costretto a prevedere «un rinvio delle iscrizioni, fino a fine marzo, così ci sarà il tempo per i chiarimenti e per dare la possibilità alle famiglie di fare scelte consapevoli».

9 dicembre 2009. Semi-analfabeti all’Università. «I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti». Lo ha dichiarato il magnifico rettore dell’ateneo bolognese Ivano Dionigi, supportato da i risultati di una ricerca del Centro Europeo dell’Educazione, secondo cui l’8% dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura e, in particolare, 21 laureati su 100 non raggiungono il livello minimo di decifrazione di un testo. L’indagine si ricollega alla decisione, presa da molti atenei italiani e che ha sollevato più di una perplessità, di organizzare corsi di recupero di italiano per le matricole: un ripasso delle principali regole di grammatica, di sintassi e di costruzione/comprensione del testo poiché, come spiega su Repubblica.it Pier Maria Furlan, preside di Medicina 2 a Torino, «i ragazzi non conoscono il significato di espressioni lessicali banalissime». Magra consolazione: «gli studenti sono abbastanza consapevoli dei propri limiti: gli iscritti ai corsi di recupero sono oltre 35 su cento». 
Le cause che portano a questa sorta di analfabetismo studentesco vanno ricercate, secondo il celebre linguista Tullio De Mauro, nel buonismo degli insegnanti: «ormai si tende a promuovere un po’ tutti e non si sbarra il passo a chi non è all’altezza». Non solo: l’impoverimento del nostro dizionario sarebbe dovuto anche alla pochezza lessicale dei nostri nuovi autori che scrivono romanzi «pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov’è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura». 
Un’altra minaccia deriva dall’invadenza delle lingue straniere, in particolare quella inglese; se, da una parte, conoscere la lingua del Regno Unito è oggi senza dubbio molto importante, il linguaggio informatico e quello musicale invadono e deformano il nostro modo di comunicare. Secondo il linguista Gian Luigi Beccaria «l’uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l’italiano sta regredendo quasi a dialetto». 
Tornando alle "colpe" della scuola, gli esperti sono tutti d’accordo nel sostenere la tesi secondo cui la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice può dipendere dal progressivo indebolimento dello studio della grammatica e della sintassi che inizia alle scuole medie e continua inesorabile alle scuole superiori. Secondo Giovanni Tesio, critico letterario e docente all’Università del Piemonte Orientale «non dipende solo dalla scuola: la colpa è anche delle famiglie e dei modelli culturali. La prevalenza dell’immagine porta a una disattenzione verso i testi, e comunque è vero che mancano le basi. Me ne accorgo correggendo tesi di laurea non solo scritte male, quello sarebbe il meno, ma anche piene di strafalcioni. Perché per decenni si è demonizzata la grammatica, come se tutto dovesse essere facile e divertente. Ebbene, a scuola non tutto può né deve esserlo».
I moderni sistemi universitari certamente non aiutano: abituati a presentazioni sintetiche, relazioni brevi e concise, test a crocette, gli studenti dei nostri atenei perdono in fretta l’abitudine a scrivere. Allo stesso tempo nessuno si preoccupa di proseguire l’educazione alla composizione testuale, al comprendere, al conoscere approfonditamente un argomento: ci avviciniamo all’era del sapere in stile Wikipedia, dove tutti sanno poche cose e, oltretutto, sempre le stesse. Non scriviamo lettere ma stringatissime mail, non parliamo per periodi ma solo attraverso slogan: l’italiano è destinato a soccombere? Dì la tua nel nostro blog!

2 dicembre 2009. Generazione zero: giovani in difficoltà. Not in education, employmnt or training: la Generazione Neet indica i giovani italiani che non studiano, non lavorano e non stanno facendo un percorso di formazione. Un fenomeno in crescita che coinvolge il 22% dei ragazzi italiani tra i 20 e i 24 e che nel nostro paese si sposa con l’abbandono scolastico.  La questione giovanile torna in primo piano nel documento predisposto da Confindustria nell’ambito delle iniziative collegate alla XVI edizione di "Orientagiovani". Il testo, dal titolo «Generazione zero: 4 proposte per restituire il futuro ai giovani» traccia il non brillante ritratto della gioventù italiana e propone alcune strade da percorrere per cercare un percorso alternativo richiamando le istituzioni politiche e industriali alle loro responsabilità. 
I numeri che hanno portato alla riflessione di Confindustria delineano un’Italia vecchia: il nostro è stato il primo Paese in cui gli over 65 sono diventati di più degli under 15. Il tasso di occupazione giovanile è basso: tra i 25 e i 29 anni di età solo il 64,3% dei giovani ha un impiego, contro la media del 75,7% dell’Ue. Inoltre «i giovani che lasciano prematuramente gli studi sono il 19,8%, contro l’obiettivo del 10%; il tasso di scolarizzazione superiore è del 76%, contro il traguardo dell’85%; sono ancora troppi (oltre un quarto) gli studenti con competenze solo di primo livello in lettura (e le narrazioni aneddotiche evidenziano un forte regresso nella comprensione dell’italiano)».
Le idee di Confindustria sono quattro, come si diceva: si comincia dalla proposta di abolizione del valore legale del titolo di studio, sostituito da un sistema di accreditamento gestito da un’agenzia apposita (il modello è quello inglese). Poi è ipotizzata l’introduzione di una forma di flessibilità lavorativa che permetta di affiancare la formazione all’impiego della persona: «non si tutela con il posto fisso ma con il sostegno alla persona, bilanciata da formazione parallela e obblighi progressivi di accettazione delle proposte di lavoro. È il modello indicato in Europa dalla riforma danese del 1994». La terza proposta incoraggia il proseguimento degli studi fino all’Università, mediante una sorta di mutuo per giovani meritevoli «volto ad agevolare il conseguimento di più alti titoli a coloro che partono svantaggiati. È il modello perseguito con successo nel Regno Unito dall’Education Maintenance Allowance, che viene versato non alle famiglie ma direttamente su conti di risparmio aperti a ciascuno studente». Infine una proposta che guarda direttamente l’istruzione tecnica: portare a compimento la riforma in modo che i nuovi istituti costituiscano «con la loro formazione tecnica e scientifica, con gli stage, con i laboratori, con il forte raccordo con le imprese, la scuola dell’innovazione manifatturiera che è indispensabile per aiutare le nostre imprese ad uscire dalla crisi, formando tecnici motivati e competenti».
Proposte concrete, ma non di semplice attuazione; se da una parte sembra ormai prossima la ristrutturazione degli istituti tecnici che punterà al riavvicinamento dei giovani alla formazione specialistica e scientifica, più difficile ipotizzare, in tempi brevi, un regolamento che scardini la vecchia affezione tutta italiana al "pezzo di carta", ovvero al titolo di studio. Flessibilità e finanziamenti ai giovani meritevoli e bisognosi sono princìpi che funzionano in alcuni paesi europei ma che probabilmente andrebbero riadattati profondamente da noi.

25 novembre 2009. Invalsi, risultati dei test 2008/2009. Com’è noto la normativa vigente prevede che Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) programmi verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti. Nel corso dell’anno scolastico 2008-09 le prove hanno interessato le classi seconda e quinta della scuola primaria; quest’anno si aggiungono la classe prima e terza della scuola secondaria di primo grado. A partire dal prossimo anno verranno coinvolte anche le classi seconda e quinta della scuola secondaria di secondo grado. Intanto ecco le prime indicazioni. Le prove svolte nelle classi seconda e quinta primaria, svoltesi il 26 e il 28 maggio scorso, hanno riguardato l’Italiano e la Matematica, coinvolgendo ben 5303 Istituzioni scolastiche. I dati, resi noti in questi giorni, sono interessanti. Per quel che riguarda l’Italiano la suddivisione per livelli degli alunni della classe II vede al livello 1 (corrispondente a “molto basso”) il 7,4% degli alunni del Nord a fronte dell’11,2 % di alunni del Sud. Al livello 6 (“molto alto”) troviamo l’8,7% di alunni del Sud a fronte del 12,4 % del Nord. Relativamente alla Matematica le eccellenze tra i bambini meridionali sono maggiori che nel resto del Paese: se al livello 1 (“molto basso”) troviamo l’8,8% di alunni del Nord e l’11,6% di alunni del Sud, al livello 6 (“molto alto”) è posto il 10,6% di alunni del Sud contro il 7,5% dei coetanei del Nord. 
Complessivamente i bambini della classe II hanno risposto in modo corretto al 65% dei quesiti di Italiano (i risultati migliori sono stati ottenuti nella prova di vocabolario, i peggiori nella prova di comprensione di un testo narrativo) e al 55% in quelli di matematica (gli alunni hanno risposto correttamente al 66% delle domande su “Misura, dati e previsioni”, ma solo al 46% di quelle relative a “Spazio e figure”). Nella classe V le risposte corrette nella prova di Italiano sono state in media pari al 62%, mentre le risposte esatte in matematica sono state pari al 57% .
A proposito della matematica i dati Invalsi non tracciano una situazione particolarmente incoraggiante: «già al termine della seconda classe della scuola primaria esiste un divario preoccupante tra i livelli di apprendimenti attesi, che informano la costruzione delle prove, e i concreti risultati ottenuti» e «in tutti i modelli analizzati si nota uno svantaggio statisticamente significativo inferiore ad un punto percentuale sia per l’Italiano che per la Matematica per gli allievi del Centro rispetto a quelli del Nord, mentre gli alunni del Sud mostrano una differenza statisticamente significativa di oltre cinque punti percentuali in meno per l’Italiano e di solo mezzo punto percentuale per la Matematica». 
Un altro dato su cui può essere interessante soffermarsi è quello relativo alla varianza dei risultati tra un istituto e l’altro nella medesima area geografica. A fronte di «una sostanziale uguaglianza tra la variabilità complessiva dei punteggi normalizzati di Italiano e Matematica nel Nord e nel Centro, la variabilità complessiva del Sud risulta considerevolmente maggiore». Al Mezzogiorno i risultati tra le scuole sono molto più differenti rispetto al Centro-Nord e sembra evidente il fenomeno relativo alla forte disparità educativa che sin dagli anni della scuola elementare si manifesta in alcune aree del nostro Paese. Tra due anni il panorama tracciato da Invalsi sarà ancor più dettagliato e, probabilmente, sarà il momento di tracciare bilanci e ulteriori considerazioni.

18 novembre 2009. Il bullismo di cui non si parla. A conclusione della prima edizione della «Settimana contro la violenza», iniziativa istituita dal ministro dell’Istruzione e da quello alle Pari opportunità svoltasi dal 12 al 18 ottobre in tutte le scuole italiane, sono stati divulgati interessanti dati relativi al bullismo in classe: i numeri aumentano e gli episodi di violenza, quelli che non fanno notizia, coinvolgono molti istituti. Ma qualcosa sta cambiando. Scopo dell’iniziativa ministeriale, oltre a quello di accrescere lo sviluppo e la diffusione di una cultura che rifiuti la violenza e la discriminazione e diffonda la conoscenza dei diritti della persona, del rispetto verso gli altri e dell’educazione alla legalità, è stata la diffusione di dati sullo stato dell’arte del bullismo in Italia. Secondo un monitoraggio nazionale episodi di violenza frequenti o sporadici sono ormai presenti in tre scuole su quattro (75,5%) e quelli di violenza fisica in due istituti su tre (72,8%). Per molti di questi fatti il livello di attenzione è basso perché non vengono "pubblicizzati" dai media; eppure si tratta di episodi reali, dato che il Miur fa sapere che «sono arrivati per conoscenza, dalle prefetture e dai genitori, 302 segnalazioni di denunce per casi di bullismo avvenuti nelle scuole».
Per creare un momento di riflessione condivisa su questi temi le scuole sono state invitate, dal lunedì al sabato della «Settimana contro la violenza», a organizzare iniziative di sensibilizzazione, informazione e formazione sulla prevenzione della violenza fisica e psicologica, compresa quella fondata sull’intolleranza razziale, religiosa e di genere, con approfondimenti ed eventi dedicati, avvalendosi anche della partecipazione di esperti di Carabinieri, Polizia Postale, Polizia di Stato, Telefono Azzurro e altre associazioni. Poiché di questo tema si può parlare tutto l’anno, i due Ministeri hanno indetto un concorso: agli studenti è richiesto di realizzare una campagna di comunicazione sul tema «Io dico NO alla violenza» per il 2010. Gli elaborati degli studenti - spot televisivi e radiofonici, manifesti, opere di videografica - verranno utilizzati promuovere l’iniziativa del prossimo anno (ulteriori informazioni all’indirizzo www.istruzione.it/studenti].
Per combattere anche il bullismo di cui non si parla, sottolineano a viale Trastevere, è importante percepire che si diventa bulli sempre più precocemente e «che per contrastare questi fenomeni sia essenziale coinvolgere le famiglie e attivare spazi di ascolto»; per fortuna, secondo lo studio, la quasi totalità degli istituti italiani ha adottato iniziative atte a prevenire la violenza scolastica e favorire un clima rispettoso e sereno tra gli studenti. Esse si dividono generalmente in tre categorie:
- assistenza, cioè arginare i danni, comprendere i motivi che portano al bullismo e adottare iniziative adeguate;
- prevenzione delle condizioni che portano alla nascita del bullismo;
- promozione delle energie proattive.
Nel 68% dei casi queste iniziative hanno visto la partecipazione attiva degli insegnanti e nel 59,3% (un dato molto positivo) anche dei genitori. Da questi numeri incoraggianti è necessario continuare la battaglia contro il fenomeno del bullismo, contro cui non sarà mai possibile abbassare la guardia.

11 novembre 2009. Riforma: scalino, dubbi e speranze. La Conferenza delle regioni blocca la riforma delle superiori: solo quattro regioni, Veneto, Molise, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, sono favorevoli, le altre hanno espresso giudizio contrario. La maggiori difficoltà emergono sui punti relativi alla riduzione delle ore complessive - per viale Trastevere è un modo per far quadrare i conti - e le ore destinate all’insegnamento della lingua straniera. Il dibattito parlamentare - sui professionali il Governo pare pronto ad ascoltare i dubbi avanzati - avrà un’importanza cruciale, anche se il parere delle Commissioni non è formalmente vincolante.
Nel documento è scritto che «la maggioranza delle Regioni - si legge nel documento ufficiale - esprime parere negativo. Le Regioni Lombardia e Friuli Venezia Giulia esprimono parere favorevole con la richiesta che, per quanto riguarda il liceo musicale e coreutico, sia quantificata a livello regionale la previsione di attivare in prima applicazione a livello nazionale 40 sezioni musicali e 10 coreutiche. Le Regioni Veneto e Molise esprimono parere favorevole».
Fa inoltre discutere la scelta di far partire la riforma anche nelle secondi classi. La Conferenza unificata e il Consiglio nazionale della Pubblica Istruzione, chiedono a gran voce che il Governo torni sui suoi passi. Sciolto anche questo nodo diventa davvero probabile che la riforma prenda il via a settembre 2010. In realtà se sul riordino degli istituti tecnici è emerso un giudizio favorevole - seppur condizionato -, è ancora negativo quello relativo a licei e istituti professionali. Riguardo ai primi si contestano la mancanza di unitarietà e l’impossibilità di realizzare, a causa dei tagli, alcuni punti-chiave come l’insegnamento in inglese di una disciplina non linguistica e l’attivazione di sezioni a opzione economico-sociale al liceo delle Scienze umane. Riguardo ai professionali, le perplessità principali riguardano soprattutto la scansione dei nuovi percorsi, a cominciare dalla «difficoltà di comprenderne in modo chiaro l’assetto complessivo e il loro raccordo con gli altri canali formativi», e la loro eccessiva compressione, tale da ridurre fortemente l’offerta formativa in alcuni settori.
Mariastella Gelmini (diventerà mamma a primavera: auguri!) ha però assicurato che la riforma partirà nel 2010. Nonostante i problemi, lo scenario appare - a suo avviso - più semplice rispetto a quello del I ciclo. La prima approvazione dei tre schemi di regolamento è avvenuta con 6 mesi di anticipo (maggio-giugno 2009) rispetto a quanto avvenuto per le scuole secondarie di I grado e i ritardi, in questo caso, sono stati causati dal fatto che la Conferenza unificata abbia impiegato quasi 5 mesi per esprimersi. Secondo il Ministero potrebbero bastare poche settimane per avere il "via libera" definitivo e quindi procedere ad una serie di iniziative informative che sembrano indispensabili: il lavoro, in questo caso, è assai più complesso rispetto alla riforma del I ciclo.

4 novembre 2009. Crocifisso in classe, la sentenza della Corte europea. Il crocifisso nelle scuole torna in primo piano dopo che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo lo ha definito «violazione della coscienza e della libertà religiosa». La "battaglia" è iniziata nel 2002, quando Soile Lautsi, cittadina italiana di origine finlandese, chiese all’Istituto Vittorino da Feltre di Abano Terme di rimuovere dalle aule il simbolo religioso. Dalla dirigenza della scuola, frequentata dai due figli della donna, arrivò immediata risposta negativa, ribadita dall’inutile ricorso al Tar. La Lautsi non si è data per vinta e, assistita dall’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti che ha promosso e curato tecnicamente l’iter giuridico del ricorso, il 27 luglio ha scelto di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La sentenza, giunta in questi giorni, è la prima in assoluto in materia dei simboli religiosi e prevede tra l’altro che il governo italiano (che comunque farà ricorso) paghi alla donna un risarcimento di 5000 euro per danni morali. 
Le reazioni sono state immediate e molteplici. Il Vaticano, dapprima rimasto in silenzio, ha parlato per bocca di padre Olbardi di una sentenza accolta con «stupore e rammarico. Stupisce che una Corte europea intervanga pesantemente in una materia molto profondamente legata all’identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano». Stessa linea intrapresa dal ministro Gelmini, secondo cui «la presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo, ma è un simbolo della nostra tradizione».
Contrari "bipartisan" quasi tutti i politici italiani: Maroni, Bersani, Schifani, Casini, Buttiglione, Donadi, Fini e molti altri hanno espresso il loro dissenso in maniera più o meno accesa. Per comprendere appieno quello che potrebbe accadere da oggi, citiamo la Tecnica della scuola, che scrive a questo indirizzo: «Diciamo subito che è molto difficile che la sentenza abbia effetti pratici. Qualora la Corte accolga il ricorso, il caso verrà esaminato nella “Grande Chambre”, composta di 17 membri, l’organo della Corte che decide su questo genere di controversie. La richiesta d’appello, tuttavia, viene prima esaminato da un collegio di cinque giudici, che può respingerla se considera che il caso non sollevi questioni gravi relative all’interpretazione o all’applicazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo o dei suoi protocolli. Se il ricorso non dovesse essere accolto, la sentenza tra 90 giorni diverrà definitiva. Ma per conoscere gli effetti pratici che avrà sul Governo italiano, qualora non voglia incorrere in ulteriori violazioni, bisognerà attendere sei mesi, quando si esprimerà il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa».
Se dunque sembrano irrilevanti gli effetti immediati della sentenza, resta chiaro che, inevitabilmente, il tema è destinato a far ulteriormente discutere. Il crocifisso è diventato il simbolo di uno scontro tra cattolici e atei, tradizionalisti e progressisti, paradigmatici e agnostici; uno scontro che, pur svolgendosi tra i banchi di scuola, ha radici e orizzonti ben più ampi e ideologici. Da molti è visto come il più forte dei simboli cristiani, capace di ribadire le origini del nostro essere cattolici senza voler essere offensivo; da altri è considerato un ingombrante orpello, un’imposizione che mina la libertà di culto - e forse quella di pensiero - in tempi in cui la libertà deve far parte della nostra società, sempre più multiculturale. Dì la tua nel nostro Blog!

28 ottobre 2009. Stranieri di seconda generazione in aumento nella scuola italiana. L’integrazione tra culture diverse inizia a scuola e i numeri che riguardano gli studenti stranieri nelle classi italiane confermano che si tratta di una questione di grande attualità. In questi ultimi anni anche il nostro Paese ha conosciuto un aumento costante del numero dei cosiddetti stranieri di seconda generazione, cioè figli di stranieri nati in Italia. Si tratta di un fenomeno che fino a pochi anni fa non raggiungeva i numeri di altre Nazioni europee, come Inghilterra e Francia. Nel 1999, in Italia, erano poco più di 20.000, due anni fa erano 63.012, in questo anno scolastico aumenteranno a 80.000 unità. In totale saranno dunque circa 300.000 gli studenti stranieri di seconda generazione, circa il 46-47% secondo una stima della rivista Tuttoscuola, di tutta la popolazione scolastica straniera presente nelle nostre scuole.
Le aree geografiche dove è particolarmente accentuata la presenza di studenti stranieri di seconda generazione sono quelle in cui lo sviluppo economico e quindi le possibilità di lavoro attirano il flusso migratorio. Nel 2007 i nati da genitori italiani sono stati 492.577, quelli nati da genitori stranieri hanno raggiunto quota 63.012; a fronte di una media dell’11%, nelle regioni settentrionali essa toccava il 17%.
Come si diceva la scuola rappresenta forse il primo ambiente in cui si trovano a convivere culture diverse. Se fino a poco tempo fa l’alunno straniero era il ragazzo venuto da lontano, spaesato, di solito incapace di comprendere appieno la nostra lingua, gli stranieri di seconda generazione non hanno l’ostacolo della non conoscenza dell’italiano. «Nascere e crescere nel Paese che ti ospita, può fungere come una sorta di "ammortizzatore sociale», spiega Sergio Govi su Tuttoscuola.
Secondo la studiosa Graziella Giovannini, citata da Martina Manescalchi in un’interessante analisi dei testi dedicati all’immigrazione [link all’articolo], «è proprio la scuola ad impartire le prime regole di convivenza, l’orientamento verso il mondo del lavoro, il senso di multicultura. Solo da pochi anni la scuola italiana ha cominciato ad interrogarsi sulle cause di minor riuscita degli alunni stranieri rispetto agli italiani, che sarebbero principalmente dovute agli spostamenti dai propri paesi ma anche alla mobilità delle famiglie sul territorio nazionale in cerca di migliori opportunità lavorative». Integrazione deve quindi voler dire accoglienza ma anche valorizzazione. Anche per gli studenti stranieri di seconda generazione, infatti, gli equilibri psicologici possono trovare difficoltà: le tradizioni della famiglia di origine possono essere rifiutate dal ragazzo che si trova a vivere la quotidianeità con compagni di classe e amici italiani.

21 ottobre 2009. Islam a scuola, una proposta che fa discutere. Il mondo della scuola, da alcuni giorni, ha intrapreso un nuovo dibattito sull’ora di religione. Tutto è nato da una proposta di legge di Adolfo Urso, sottosegretario al commercio estero, che ha suggerito una serie di interventi a favore dell’integrazione dei minori stranieri. Uno di questi propone l’introduzione dell’ora di religione islamica facoltativa nelle scuole pubbliche. Le reazioni alla proposta, nata anche per contrastare la diffusione delle scuole coraniche «fonte di ghettizzazione e di contrasto», sono state immediate e molto accese. Dividendosi in due opposte fazioni i nostri politici hanno dato vita d un dibattito faticosamente tenuto sotto i livelli di guardia del confronto civile; se nella Lega il vice-ministro Castelli ha reagito parlando una «mera provocazione» e molti deputati del Pdl hanno mostrato più di una remora, Massimo D’Alema si è dimostrato favorevole spiegando che in realtà «basterebbe l’allargamento di un principio che oggi già esiste, cioè quello di optare per un insegnamento alternativo all’ora di religione cattolica, che potrebbe contemplare la religione islamica». Mario Ciampi, il direttore di Farefuturo, fondazione preseduta da Gianfranco Fini, sottolinea che «non porsi il problema significa lasciare la confusione che c’è e che a lungo andare insieme alla mancanza di integrazione potrebbe anche portare a problemi di ordine pubblico. Se non è questa la via per un italianizzazione dell’Islam occorre in ogni caso pensare a delle alternative credibili ed efficaci».  
Molte le reazioni al di fuori della sfera politica; se l’associazione degli Intellettuali Musulmani Italiani ha espresso parere «totalmente favorevole all’introduzione dell’ora facoltativa di religione islamica nelle scuole», tra i cattolici ha mostrato qualche dubbio il cardinale Ersilio Tonini, che ha giudicato la proposta impraticabile in questo momento storico («l’Islam ha mille espressioni, collegamenti, imparentamenti, con i valori della nostra civiltà non ha nulla a che vedere»). Ma di parere opposto si è dimostrato il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace, intervenuto sulle pagine di Apcom: «assicurando i debiti "controlli", si tratterebbe oltre che di un "diritto", di un meccanismo che permetterebbe di evitare che i giovani di religione islamica finiscano nel "radicalismo". Se scelgono di conservare la loro religione hanno diritto ad istruirsi nella loro religione». Contrario, infine, il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che, in un’intervista al Corriere della sera ha spiegato: «L’ora di religione cattolica, nelle scuole di Stato, si giustifica in base all’articolo 9 del Concordato, in quanto essa è parte integrante della nostra storia e della nostra cultura. Pertanto, la conoscenza del fatto religioso cattolico è condizione indispensabile per la comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e responsabile. Non si configura, quindi, come una catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola. Non mi pare che l’ora di religione ipotizzata corrisponda a questa ragionevole e riconosciuta motivazione.
Tra gli altri pareri negativi il Sussidiario.net ha raccolto quello del maestro Marcello D’Orta: «Ci sono molte ragioni per le quali non posso dichiararmi d’accordo con la proposta del Senatore Urso. In primo luogo non vedo perché dovremmo contribuire con i nostri soldi a finanziare dei corsi per una religione nella quale non crediamo. La maggioranza degli italiani, quindi dei contribuenti, sono cattolici. Pagare perché si insegni l’Islam mi sembra davvero un nonsenso. Ma questo è il minore dei problemi. Un altro motivo che mi spinge ad essere contrario risiede nel fatto che non tutti gli immigrati sono musulmani, anzi i musulmani sono relativamente pochi. Ci sono immigrati cattolici, ortodossi, copti, induisti, buddisti e via dicendo. Non capisco i motivi di queste attenzioni unicamente rivolte all’Islam». 
Come si evince da questi pochi passi - in realtà il dibattito ha coinvolto come spesso accade in questi casi decine e decine di personaggi politici e non - la questione è molto delicata. L’attuazione della proposta dell’on. Russo richiede una serie di indagini e premesse: se, da una parte, è davvero probabile che il numero degli studenti extracomunitari in Italia che professa il credo islamico sia limitato, bisognerebbe esser certi di incontrare il favore degli stessi musulmani. In Gran Bretagna, ricorda ancora Il Sussidiario.net, «il Consiglio musulmano ha chiesto che fosse riconosciuto il diritto dei musulmani ad applicare nella suola statale la morale islamica», ma tra le richieste «non figurava quella dell’insegnamento della dottrina islamica nella scuola pubblica, fuori dalla moschea».
Le tradizioni e le interpretazioni dell’islam espresse dagli immigrati in Italia sono molteplici; quali linee guida bisognerebbe seguire per proporre un insegnamento "standard" tra i banchi di scuola? Si tratterebbe, in fondo, di una delle tante possibilità offerte da quell’ora alternativa alla religione cattolica, le cui potenzialità sono ad oggi totalmente (o quasi) inespresse.

14 ottobre 2009. Nuovi docenti, giovani quarantenni. La Fondazione Agnelli ha pubblicato un’interessante ricerca che permette la ricostruzione del profilo degli insegnanti neoassunti a tempo indeterminato: la maggior parte di loro sono donne, l’età media è di 40 anni e sono 11 gli anni di precariato che hanno preceduto l’assunzione. Secondo la ricerca, pubblicata sul sito www.fga.it, le donne rappresentano l’89% del totale, un dominio totale. L’età dei nuovi insegnanti, 40 anni, non migliora certamente il dato relativo all’età media del corpo docente italiano, stabile a quota 53 anni, il più vecchio d’Europa. Il sistema di reclutamento del nostro paese e la soppressione dei concorsi pubblici mostrano tutti i loro limiti. Non va meglio per quel che riguarda i percorsi formativi che portano all’insegnamento, ritenuti inadeguati dalla maggior parte degli intervistati; i neoassunti si sentono preparati nella disciplina che insegnano ma ammettono di aver ricevuto una preparazione insufficiente per affrontare le molte altre incombenze del mondo della scuola. Nella secondaria di I grado, in particolare, il 63% afferma di non avere un’adeguata preparazione per affrontare la pluriculturalità delle classi, il 55% comunica con difficoltà con le famiglie, il 49% non ha dimestichezza con le nuove tecnologie e il 48% non ha le conoscenze per differenziare il proprio insegnamento in base ai bisogni di ciascuno studente.
Approfondendo la questione relativa al titolo di studio conseguito prima di arrivare all’insegnamento, si scoprono dati interessanti. Ad esempio il 40% dei neoassunti ha solo il diploma e, più in generale, tra i neoassunti sono ben pochi i laureati in materie scientifiche; il dato più eclatante riguarda i laureati in matematica, che sono solo il 10%. Cosa ne consegue? Che nella secondaria di primo grado la matematica è insegnata quasi esclusivamente da laureati in Scienze biologiche (47%), Scienze naturali (22%), Scienze geologiche (15%), Chimica (2%). 
La ricerca, che ha coinvolto 16.000 dei 25.000 neoassunti, tocca anche altri argomenti, come quello della valutazione. Più del 50% dei nuovi docenti sono pronti e disponibili a farsi valutare; il 79% sostiene che sarebbe utile giudicare la scuola nel suo complesso, il 15% si dichiara invece contrario ad ogni forma di valutazione. Chi dovrebbe assumersi la responsabilità di condurre la valutazione? Per più della metà degli intervistati dovrebbe essere compito del dirigente scolastico o, comunque, di organi collegiali interni all’istituto.
Infine, un altro aspetto molto interessante, che focalizza l’attenzione sulla didattica. Alla domanda che chiedeva di citare i fattori di maggiore soddisfazione della professione insegnante, i neoassunti hanno messo al primo posto (93% - ma le scelte erano molteplici) il lavoro in classe con i propri allievi; in particolare gratifica la consapevolezza di svolgere un lavoro socialmente utile, nonostante le difficoltà. Seguono poi altre risposte: l’interesse per la materia insegnata (89,3%), l’autonomia nello svolgimento del proprio lavoro (74,6%, le vacanze e il tempo libero (71,3%), la compatibilità della professione con la vita privata (65,8%), la stabilità dell’impiego (64,9%).
Dati e risposte di cui si dovrà tener conto nel momento in cui si andranno a ridefinire i percorsi formativi che portano all’insegnamento. Sperando che, in un futuro non troppo lontano, la classe docente possa "ringiovanire" allineandosi con il resto della Comunità europea.
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7 ottobre 2009. Iscrizioni, cattedre e docenti: numeri del nuovo anno scolatico. Il MIUR ha pubblicato lo scorso 30 settembre i dati ufficiali e definitivi relativi al numero degli iscritti nelle scuole di ogni ordine e grado italiane. Secondo i dati le scuole statali fanno registrare quest’anno il maggior numero di iscritti di sempre: 7 milioni e 806 mila alunni. Nella primaria, per la prima volta, gli iscritti superano quota 1 milione. Non cresce, tuttavia, il numero complessivo delle classi, il cui numero è in calo di quasi 4000 unità (aumenta di mezzo punto il tasso di "affollamento"). È questo il motivo che ha spinto il Codacons a denunciare il ministro Gelmini e tutti i direttori degli Uffici scolastici regionali e provinciali a 104 Procure per violazione della norma sulla sicurezza. Conseguentemente il Ministero ha lanciato un monitoraggio sul numero effettivo degli alunni nelle classi delle nostre scuole, il cui numero, come ordina un decreto del 1002, non deve superare le 25 unità.
Per quanto riguarda i tagli al corpo docente, come riporta Diesse.org, «il ministero dell’Istruzione è indietro nella tabella di marcia della razionalizzazione imposta dalla manovra finanziaria di un anno fa. E ciò potrebbe comportare o la mancata disponibilità di fondi per il merito, o l’applicazione della clausola di salvaguardia per le già disastrate finanze di viale Trastevere. Il piano programmatico aveva previsto che per conseguire una riduzione complessiva di organico docenti di 87.341 unità nel triennio 2009-2011, per questo primo anno di applicazione avrebbero dovuto esserci 42.105 posti in meno. Dall’organico di diritto per il 2009-10 pubblicato nei giorni scorsi dal Miur risulta che i posti in meno sono invece "soltanto" 28.091. Un terzo in meno di quelli previsti». I tagli maggiori? Nella scuola secondaria di I grado: 11.527 cattedre in meno, con un calo da 167.229 dell’anno scorso a 155.702 di quest’anno.
Nella scuola superiore si registrano valori in controtendenza: il calo del numero degli studenti iscritti di 23.000 unità ha provocato una perdita di 7117 cattedre in organico di diritto. Sottolinea Tuttoscuola che «l’anno prossimo, per effetto della drastica riduzione degli orari settimanali di lezione previsti nel primo biennio riformato, dovrà cedere diverse migliaia di posti. Il rinvio di un anno della riforma delle superiori e la non attuazione del ridimensionamento delle istituzioni scolastiche e della revisione della rete scolastica (in primis chiusura delle piccole scuole), potrebbe aver solo rimandato il grosso dei tagli ai docenti delle scuole superiori».

30 settembre 2009. Precari a scuola, firmato il decreto. Il ministro del MIUR Mariastella Gelmini ha firmato il decreto "salva-precari" pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 25 settembre come Dpr n. 134; il testo, inserito inizialmente nel decreto legge sulle infrazioni UE, ha ora totale autonomia e ha tempo fino al 22 novembre per essere convertito in legge. [Scarica il testo]. Per prima cosa il decreto stabilisce che i contratti a tempo determinato «non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo». Recependo la normativa europea la normativa spiega che quello che conta per passare di ruolo è che i contratti a termine coprano i 36 mesi necessari per ottenere la stabilizzazione.
Nello specifico della norma “salva-precari”, il decreto sottolinea che le supplenze per assenza temporanea dei titolari saranno conferite con precedenza assoluta ed a prescindere dall’inserimento nelle graduatorie di istituto, al personale inserito nella graduatorie ad esaurimento. In pratica viene garantita la precedenza assoluta nel conferimento delle supplenze temporanee al personale docente e ATA a cui non è stato rinnovato l’incarico quest’anno. Attenzione però: la domanda dovrà essere presentata entro 10 giorni a partire da oggi e gli insegnanti e i tecnici amministrativi che presenteranno richiesta di supplenza potranno indicare una sede provinciale a scelta tra quella che ha gestito la graduatoria ad esaurimento e quella nella cui graduatoria di circolo o di istituto si è inseriti per l’anno in corso.
Il decreto sottolinea poi che «il personale che produce istanza ai sensi del presente decreto è obbligato ad accettare qualunque proposta di supplenza, all’interno delle preferenze espresse nella domanda, salvo quella che, ai sensi del precedente articolo, viene offerta in corso di altro contratto». La «rinuncia immotivata o senza giustificato motivo a una proposta di contratto comporta la decadenza dal diritto ad essere interpellato per ulteriori proposte di contratto secondo le procedure di cui al presente decreto, la conseguente perdita del diritto all’attribuzione del punteggio relativo all’anno scolastico, salvo il diritto all’attribuzione di quello maturato in ragione del servizio effettivamente svolto, nonché la perdita del diritto all’indennità di disoccupazione». Nessuna penalizzazione solo nei casi in cui il docente rinunci alla supplenza per accettare un incarico annuale resosi disponibile».
Il decreto prevede infine che l’amministrazione scolastica «possa promuovere progetti della durata di tre mesi, prorogabili a otto, che prevedano attività di carattere straordinario, anche ai fini dell’adempimento dell’obbligo dell’istruzione, da realizzarsi prioritariamente mediante l’utilizzo dei lavoratori precari della scuola». 
Mentre si attende che il testo sia convertito in legge, i suoi contenuti sono già stati ampiamente criticati da Flc-Cgil e CPS (Coordinamento Precari Scuola); pur rilevandone alcuni limiti si sono espressi positivamente Cisl-Scuola e Snals. Il tema è caldissimo e destinato a far discutere ancora a lungo.
Scarica il testo integrale in formato .pdf [74 kb]

23 settembre 2009. Influenza A: la circolare dal MIUR. Il ministro Gelmini e il viceministro Fazio hanno pubblicato un documento contenente le principali indicazioni, di carattere sanitario e amministrativo, destinate alle scuole che si trovano a dover fronteggiare casi evidenti di virus A/H1N1V. Il documento chiarisce una volta per tutte le modalità di intervento che spettano ad un istituto scolastico in casi di emergenza, soffermandosi sulla sua eventuale chiusura.
«Su segnalazione delle autorità sanitarie - Asl, e previa adeguata valutazione del rischio, il Sindaco del Comune ove è sita la scuola, d’intesa con il dirigente scolastico, può determinare la sospensione in tutto o in parte delle attività didattiche per gli studenti o la possibile chiusura della scuola. La durata della sospensione delle attività didattiche o della chiusura della scuola dipenderà dalla gravità e dall’estensione della malattia».
Anche se il documento ribadisce che la sintomatologia dell’influenza A «non si discosta, allo stato attuale, da quella di altre analoghe forme di influenza stagionale» (e quindi placa i recenti allarmismi), sono ribadite alcune norme di tipo igienico e comportamentale: curare la pulizia delle mani e delle superfici, contattare il personale scolastico e i familiari nel caso di febbre o sintomi analoghi, limitare (nei periodi più critici) attività in cui si presentano casi di affollamento di studenti (gite, rappresentazioni, manifestazioni sportive).

Ecco il testo integrale del documento. Scarica il poster con le linee guida [file .pdf 1,94MB]

RACCOMANDAZIONI PER LA GESTIONE DEI CASI DI INFLUENZA PANDEMICA DA VIRUS A/H1N1V NELLE SCUOLE NELL’ATTUALE FASE PANDEMICA (FASE 6 - LIVELLO 1)

Il presente documento è stato concordato tra le due Amministrazioni in epigrafe e contiene indicazioni, di ordine sanitario e amministrativo, sui comportamenti che le scuole debbono osservare al verificarsi delle circostanze nello stesso documento evidenziate. Esso non vuole essere esaustivo rispetto alle concrete situazioni che possono verificarsi e che possono presentare caratteristiche tali da richiedere giudizi di adattamento, valutabili caso per caso.
Aggiornamenti e nuove eventuali informazioni verranno prontamente inviate a seguito delle indicazioni del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali e dell`Unità di crisi, in esso istituita.
Si ritiene, tuttavia, di segnalare che la sintomatologia dell’influenza A/H1N1V non si discosta, allo stato attuale, da quella di altre analoghe forme di influenza stagionale.
1. MISURE IGIENICHE E COMPORTAMENTALI DA ADOTTARE A SCUOLA (da parte degli studenti e del personale)
* Igiene delle mani: lavare regolarmente le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo avere tossito, starnutito e avere soffiato il naso;
* Corretta gestione delle secrezioni respiratorie ("etichetta respiratoria"): coprire la bocca ed il naso quando si tossisce e si starnutisce, possibilmente con un fazzoletto di carta, da gettare immediatamente nella spazzatura
dopo l’uso;
* Pulizia ordinaria, con i normali prodotti comunemente in uso, delle superfici e suppellettili che sono a contatto con le mani (banchi, sedie, lavagne, dispostivi elettronici utilizzati: video-proiettori, computer, ecc.). Effettuare la
pulizia subito, nei casi in cui tali superfici si presentino visibilmente sporche;
* Non consumare cibi, bevande già assaggiate da altri, o da confezioni non integre;
* Non mangiare utilizzando le posate di altri;
* Non portare alla bocca penne, gomme, matite ed altro materiale di uso scolastico e/o comune;
* Aerare le aule e gli ambienti regolarmente durante l`intervallo e dopo la fine di tutte le attività scolastiche quotidiane.
2. RESTARE A CASA QUANDO SI È MALATI
Gli studenti e il personale scolastico che manifestino febbre o sindrome simil-influenzale* (*generalmente febbre, tosse, mal di gola, dolori muscolari e articolari, brividi, debolezza, malessere generale e, a volte, vomito e/o diarrea) devono responsabilmente rimanere a casa nel proprio ed altrui interesse, ed è consigliabile contattare il proprio medico o pediatra di famiglia, quando i sintomi persistono o si aggravano.
I VANTAGGI di tale misura sono:
*evitare l’insorgenza di complicanze dell’influenza per la persona che ne è affetta;
*evitare di contagiare altre persone (tra cui persone che appartengono a categorie a rischio di sviluppare gravi sequele);
*limitare e/o circoscrivere il diffondersi dell’evento morboso
La riammissione alla vita di comunità è consigliabile dopo 48 ore, e comunque non prima di 24 ore dalla scomparsa della febbre, salvo diversa indicazione da parte del medico.
Tale periodo, tuttavia, varia a seconda del quadro clinico e della scomparsa della febbre.
Pertanto, si raccomanda di mantenere il flusso informativo tra amministrazione scolastica, ASL, medici e pediatri curanti e genitori in maniera più coerente possibile.
[...]
3. STUDENTI E PERSONALE SCOLASTICO CHE PRESENTANO I SINTOMI INFLUENZALI
In caso di febbre o sintomatologia influenzale* il personale scolastico deve contattare direttamente i genitori o chi ne fa le veci, per la presa in carico dei minori a domicilio.
Nel caso la sindrome influenzale* si manifesti nel personale della scuola, il dirigente scolastico, o chi da lui delegato, lo inviterà a recarsi a casa ed eventualmente a contattare il medico curante, il quale si occuperà dei provvedimenti di astensione dal lavoro, come da normativa vigente.
Resta indispensabile e doveroso, ai fini di sanità pubblica, mantenere la gestione trasparente dell’informazione tra il Responsabile dell’Istituzione scolastica, il competente servizio della ASL di riferimento territoriale, i medici curanti (pediatra, medico di medicina generale) e i genitori.
[...]
4. GESTIONE DELLA LOGISTICA SCOLASTICA COME PREVENZIONE
In caso di picchi o di focolai diffusi di influenza pandemica da virus AH1N1v, potranno essere implementate misure per limitare gli "assembramenti" e, secondo le indicazioni della ASL competente, si valuterà, da parte dei Dirigenti scolastici, la possibilità di posporre gite scolastiche, eventi e altre manifestazioni che assemblino più classi/istituti scolastici nei periodi di picco della patologia.
5. EVENTUALE CHIUSURA MIRATA DI SCUOLE.
I vantaggi della chiusura delle scuole appaiono decisamente modesti in relazione ai problemi sociali, sanitari e di sicurezza che si verrebbero a creare.
La chiusura può invece mantenere un significato di opportunità in presenza di un andamento particolarmente grave dei casi di malattia. Tali situazioni, ad oggi a bassissima probabilità di accadimento, saranno valutate al momento ed potranno essere, eventualmente, oggetto di ulteriori indicazioni.
Su segnalazione delle autorità sanitarie - ASL, e previa adeguata valutazione del rischio, il Sindaco del Comune ove è sita la scuola, d’intesa con il dirigente scolastico, può determinare la sospensione in tutto o in parte delle attività didattiche per gli studenti o la possibile chiusura della scuola.
La durata della sospensione delle attività didattiche o della chiusura della scuola dipenderà dalla gravità e dall’estensione della malattia.
Le scuole, per le quali sarà disposta la sospensione dell’attività didattica, potranno comunque rimanere accessibili agli insegnanti e al personale, per facilitare la continuità dell’insegnamento, anche se con altre modalità.
Roma, 18 settembre 2009

16 settembre 2009. Mobilità, stranieri in classe, religione: parla la Gelmini. Dopo le recenti polemiche relative ai docenti precari, il nuovo anno scolastico è iniziato con il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini "a tutto campo" in difesa delle scelte del suo operato e del Governo sul tema della scuola. Ecco i principali punti toccati dal ministro. Prima in un’intervista al Corriere della Sera, poi in conferenza dal carcere minorile napoletano di Nisida, la Gelmini ha sferrato un attacco ai docenti che si schierano in politica: «Alcuni dirigenti scolastici e insegnanti, una minoranza, disattendono l’attuazione delle riforme con intenti politici: chi fa politica deve farlo fuori dagli edifici scolatici».  
Un importante punto toccato più volte dal ministro in questi giorni è stato quello relativo alla mobilità che «va a danno degli studenti e della qualità della scuola. Per questo stiamo lavorando per fare in modo che i dirigenti scolastici abbiano la facoltà di mantenere gli insegnanti nello stesso istituto e nella stessa classe per almeno un biennio». Sembra che quest’anno degli oltre 180.000 insegnanti che cambieranno sede ben 70.000 lo faranno per scelta; questo è inaccettabile. Tuttoscuola spiega nel dettaglio [articolo a questo indirizzo] l’imbarazzante fenomeno: «In nessuna parte del mondo succede una cosa del genere. Una disorganizzazione che incide profondamente sull’efficacia dell’insegnamento e sul disorientamento e il disamore per la scuola dei ragazzi. Per gli alunni il cambio del docente significa ricominciare da capo, adattarsi a nuovi metodi e a nuovi rapporti interpersonali; per gli insegnanti significa riavviare un’esperienza didattica, impostare nuovi piani di lavoro, conoscere per la prima volta decine di alunni, nuovi colleghi, nuovi ambienti. Il lavoro di team risulta indebolito. L’insegnante non è come l’autista di un autobus, che anche se cambia non c’è problema purché sappia guidare». Il ministro ritiene che sia «indispensabile uno snellimento delle regole di funzionamento del sistema, dal contenimento della mobilità dei docenti alla semplificazione delle procedure di nomina e assegnazione del personale. Interverrò sulla mobilità territoriale e professionale del personale di ruolo con opportune limitazioni temporali e intendo dare la possibilità ai dirigenti scolastici di confermare per più anni nella stessa sede il personale non di ruolo che ha ben operato, in modo da ridurre la girandola delle cattedre». Sulla questione dei precari ecco il pensiero della Gelmini: «Esprime un disagio reale che va rispettato; ma la sinistra preferisce salire sui tetti per esprimere la solidarietà ai professori e cavalcare il disagio sociale senza assumersi responsabilità per il passato». 
Per quanto riguarda la questione degli studenti stranieri, in questi giorni la Gelmini ha spiegato l’intenzione di attuare il tetto-immigrati nelle classi italiane: «Dall’anno prossimo ci sarà un tetto del 30% di studenti stranieri per classe; oggi in alcuni casi la presenza è del 100%, e questo certo non favorisce l’integrazione. Stiamo studiando gli aspetti tecnici di un provvedimento per introdurre questo tetto». L’insegnamento della nuova materia Cittadinanza e Costituzione avrà il compito di focalizzare l’attenzione degli studenti sui principi della intercultura e dell’integrazione tra popoli.  
Infine un ritorno al tema della religione. Schierandosi a favore del Vaticano, il ministro ha aggiunto che agli insegnanti di questa materia «vanno garantite le stesse condizioni degli altri insegnanti; credo che l’ora di religione debba avere pari dignità rispetto alle altre materie. L’Italia non può non riconoscere l’importanza della religione cattolica nella nostra storia e nella nostra tradizione».

9 settembre 2009. Precari, settembre di crisi
Indennità di disoccupazione e una via preferenziale per l’accesso alle supplenze brevi: il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera il 9 settembre al provvedimento "salva precari". Ma le rassicurazioni non bastano e in molte piazze italiane, a poche ore dall’inizio del nuovo anno scolastico, le proteste non si placano. Il 9 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato il provvedimento salva precari all’interno del decreto Ronchi. Con esso i supplenti che hanno diritto all’indennità di disoccupazione e che non sono stati riconfermati per l’a.s. 2009/10, continueranno a percepire l’indennità, ma avranno altresì una via preferenziale per le supplenze brevi, oltre a prevedere la loro partecipazione a progetti didattici contro la dispersione scolastica o sull’orientamento. 
Il provvedimento, realizzato grazie anche al contributo delle Regioni, riguarderà circa 13.000 docenti e sarà valido solo per l’anno scolastico 2009/2010dal momento in cui si prevede che per il prossimo il problema non dovrebbe più esistere. Gli insegnanti potranno avere, secondo quanto spiega il ministro, una via preferenziale per rimanere all’interno della scuola, attraverso le supplenze brevi, e potranno essere coinvolti in progetti educativi: contro la dispersione scolastica, il sostegno ai soggetti più deboli, o per l’orientamento.
«La Finanziaria», ha spiegato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini «prevedeva un taglio di 43.000 posti. Di questi 30.000 si sono liberati attraverso i pensionamenti. Restano 12-13.000 insegnanti che hanno il diritto all’indennità di disoccupazione». 
I Comitati insegnanti precari hanno espresso però un "netto rifiuto" per la norma inserita nel decreto Ronchi. "Non risolvono l’emergenza istruzione, sono solo un palliativo", dicono. Sconenta anche la CGIL: «Il Consiglio dei Ministri ha inserito nel Decreto Ronchi una norma attraverso la quale dovrebbero attivarsi i cosiddetti contratti di disponibilità per i lavoratori precari della Scuola. Dalle prime anticipazioni, non essendo ancora disponibile il testo, è chiaro che il Governo non ha accolto nessuna delle richieste sindacali e persevera in una proposta fumosa, insufficiente e iniqua. Dalle parole del Ministro, non risulta chiaro quali siano i destinatari di tale provvedimento ed in particolare è preoccupante il silenzio sul personale ATA».

L’apice del primo atto della protesta si è svolto il 5 settembre con il No Gelmini Day; trovandosi contemporaneamente in 30 prefetture italiane i precari della scuola hanno protestato chiedendo a gran voce l’introduzione di una nuova politica scolastica e sull’annullamento dei tagli previsti. I docenti più coinvolti nella protesta sono quelli con meno anni di servizio. «La nostra non è una battaglia per la difesa del posto di lavoro», ha spiegato chiaramente Francesco Locantore del Coordinamento precari della scuola, «ma per la qualità della scuola pubblica. L’insegnante per ottenere lo stipendio sarà costretto a fare l’impossibile con un maggior numero di alunni per classe ed un numero di ore maggiorato».
Anche i sindacati si preparano alle manifestazioni e in questa settimana cono in programma, cortei, presidi e altre iniziative. Evidentemente non sembra bastare il provvedimento sui precari "storici" approvato al momento da 10 Regioni italiane; grazie all’accordo l’Inps si è impegnato a erogare metà degli stipendi a 4000 precari rimasti senza lavoro e di ottenere il 30% dello stipendio frequentando corsi di aggiornamento e lezioni in orari straordinari per contrastare la dispersione scolastica. Per accedere al "bonus", bisognerà accettare tutte le supplenze in tutte le sedi scolastiche che verranno offerte e l’offerta si interromperà nel momento in cui all’interessato sarà offerto un nuovo contratto. Saranno le scuole, in automatico, a comunicare la temporanea assunzione o, per contro, il rifiuto immotivato della supplenza da parte dell’interessato. Il vincolo introduttivo più forte, quello che ha scatenato le proteste della maggior parte degli interessati: oltre al possesso dell’abilitazione e dell’inserimento nelle graduatorie ad esaurimento, il precario dovrà aver stipulato una supplenza annuale nello scorso anno scolastico.
Le cifre di coloro che resteranno comunque senza lavoro sono discordanti, ma in ogni caso preoccupanti; per i sindacati 16.000 docenti e 7000 Ata resteranno senza lavoro. Secondo le fonti del Ministero la quota non supererà la soglia dei 10.000. Conclude la Gelmini: «Sui circa 10.000 esuberi previsti stiamo individuando delle soluzioni da affrontare in maniera bipartisan; all’opposizione chiedo di non strumentalizzare la situazione dei precari». Oltre a temere di restare senza lavoro, i docenti italiani rischiano infatti di essere ora più che mai strumentalizzati a fini politici.

2 settembre 2009. Insegnanti, tutte le novità
«Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico: un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie SSIS un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università». Così il ministro Gelmini introduce le nuove regole della formazione degli insegnanti. Si tratta, come già ampiamente annunciato nel corso del precedente anno scolastico, di quattro novità importanti: un anno di tirocinio al posto delle vecchie SSIS, l’assunzione in ruolo decisa in base al fabbisogno per non creare precariato (e la possibilità per i giovani di ottenere un inserimento immediato), una maggiore attenzione riservata all’inglese e alle nuove tecnologie.
Il regolamento è il frutto del lavoro della Commissione presieduta da Giorgio Israel, cui è seguito un primo confronto con il mondo della scuola e delle associazioni del settore. Secondo le nuove indicazioni per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentirà di conseguire l’abilitazione. Sono previsti rafforzamenti delle competenze disciplinari e pedagogiche, dello studio della lingua inglese e delle nuove tecnologie.
Per insegnare nella scuola secondaria, di primo e secondo grado, saranno necessari la laurea magistrale (per accedere alla Facoltà si dovrà sostenere una prova d’ingresso) e un anno di tirocinio formativo. Quest’ultimo prevede prevede 475 ore a scuola sotto la guida di un insegnante tutor; al momento è ideato come terreno di incontro tra scuola e università e prevede la possibilità di svolgerlo anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo.
Spetterà agli Uffici scolastici regionali l’organizzazione, il controllo e l’aggiornamento degli albi delle istituzioni accreditate che ospiteranno i tirocini sulla base di appositi criteri stabiliti dal ministero. L’anno di tirocinio prevede forme di interazione e coprogettazione del percorso tra istituzioni scolastiche e atenei ed è stato previsto uno specifico spazio di laboratori destinati ad approfondire quanto viene fatto in classe.
Per quel che riguarda la formazione degli insegnanti di sostegno, si suppone che essa verrà posta in capo alle università, pur prevedendo la possibilità di specifici accordi con enti territoriali e del settore. Ci saranno percorsi di specializzazione per il CLIL (insegnamento nella scuola secondaria di secondo grado di una materia non linguistica in inglese) e, riguardo al sistema Afam, (Alta formazione artistica e musicale) concorre a pieno titolo alla formazione iniziale dei docenti nelle classi di abilitazione di propria competenza.
Riassumendo, secondo il ministero il regolamento punta a raggiungere tre obiettivi:
1) focalizzare nella formazione iniziale non solo le materie tradizionali, ma l’acquisizione di alcune competenze trasversali: seconda lingua inglese e competenze di didattica attraverso le nuove tecnologie;
2) sostituire al sistema SSIS strutture più snelle, concentrate sull’incontro e sulla coprogettazione tra istituzioni scolastiche e università evitando autoreferenzialità, costi per il sistema e per gli studenti e abbreviando di un anno il percorso di abilitazione per la scuola secondaria;
3) prevedere una programmazione dei numeri in grado di evitare la proliferazione del precariato. Con successivo decreto si stabiliranno le lauree magistrali relative al secondo ciclo dell’istruzione, per seguire il percorso di cambiamento del secondo ciclo e delle classi di abilitazione.

26 agosto 2009. Quanto costa tornare a scuola?
In coincidenza con la fine delle ferie si torna a parlare, come ogni anno, della spesa che i genitori dovranno sostenere per permettere ai loro figli di tornare sui banchi di scuola. Quest’anno le analisi sembrano concordare su un aumento contenuto dei libri di testo (ma in molte scuole si supera il limite del tetto di spesa) e su rincari eccessivi di zaini, astucci e quaderni "griffati".
Le prime analisi del Codacons mostrano che «le famiglie italiane, tra corredo e libri, spenderanno in media il 5% in più rispetto al 2008. La percentuale di aumento è in parte contenuta dal prezzo dei libri che, dopo l’indagine dell’Antitrust e l’intervento del Governo, sono aumentati in modo più misurato rispetto agli scorsi anni, salvo per vocabolari e dizionari che registrano anche aumenti del 10%. In diminuzione, addirittura, il dato relativo al grembiule che lo scorso anno però, per via dell’effetto annuncio del ministro Gelmini, aveva subito un aumento record del 41,1% rispetto al 2007. La palma per il record d’aumento spetta quest’anno invece agli zaini di marca, che registrano un aumento medio del 15%».
Adiconsum sposta l’attenzione sulla delicata questione relativa ai tetti di spesa: «il ministero fissa i tetti, ma gli istituti poi li aggirano coi libri “consigliati”. Ad esempio: IV ginnasio, sez. A, di un noto liceo classico di Roma. Al primo anno tra i libri “consigliati” risultano: il libro di grammatica inglese, il libro di geografia e i libri con le versioni di greco e di latino. In questo modo, se si considera solo il costo dei libri obbligatori non si supera il tetto dei 320 euro stabilito dal Ministero, che viene invece ampiamente superato se a questo si somma anche il costo dei libri “consigliati”».
Secondo Adoc, Associazione per la Difesa ed Orientamento dei Consumatori, considerando esclusivamente il primo anno di frequenza, il 51% delle scuole secondarie di II grado, sforerà il tetto di spesa per i testi scolastici fissato dal ministero della Pubblica istruzione: «nel dettaglio, a costare di più saranno i licei, con una spesa media per il primo anno intorno 335 euro, il 14,3% in più del tetto medio fissato; per gli istituti tecnici la spesa media sarà superiore del 10,9%; e per quelli professionali il tetto massimo sarà superato del 9,2%».
Il presidente del gruppo scolastico dell’Associazione Italiana Editori Ulisse Iacomuzzi cerca di fare chiarezza: «Ogni anno parte la campagna sui prezzi rincarati e si rincorrono cifre incredibili. Poi l’Istat ci dà sempre ragione. Quest’anno l’aumento sarà intorno all’1%, un aumento fisiologico, dato da costi come carta e trasporto. Piuttosto, quello che stupisce è che i costi per l’istruzione non siano detraibili dalle tasse. Lo dico da genitore: posso detrarre le spese del veterinario del gatto e non quelle per l’istruzione dei miei figli».

Interviene nel dibattito anche la presidente della commissione cultura scienza e istruzione della Camera dei deputati, Valentina Aprea: «Acquistate tutti i libri di testo previsti perché sono una forma di investimento; sono certamente validi i suggerimenti per risparmiare sul materiale didattico e bene fanno le associazioni a mettere in guardia i risparmiatori verso eventuali abusi. In ogni caso  piuttosto che seguire allarmismi, su questo fronte, bisogna tornare a parlare di investimento nella cultura». 

19 agosto 2009. Religione cattolica, la sentenza che fa discutere.
Scuola e tribunali in primo piano anche d’estate: dopo il ricorso di alcuni studenti laici e non cattolici, il Tar del Lazio ha sentenziato che - di fatto - i docenti di religione cattolica non possono partecipare agli scrutini a pieno titolo e la loro materia non può contribuire alla determinazione del credito scolastico. Il vespaio di polemiche ha assunto proporzioni vastissime e le reazioni non sono mancate.  Tutto è cominciato con la sentenza n.7076 emessa dal Tar del Lazio che accoglieva alcuni ricorsi presentati, a partire dal 2007, da studenti supportati da diverse associazioni laiche e confessioni religiose non cattoliche (tra cui Cidi, Mce, Fnism, Unione Comunità ebraiche, Tavola Valdese, Chiesa evangelica, Associazione per la Scuola della Repubblica, Comitato Bolognese Scuola e Costituzione) contro le ordinanze ministeriali firmate dall’ex ministro Fioroni e adottate durante gli esami di Stato del 2007 e 2008.
Secondo loro non era giusto che la frequentazione dell’ora di religione fruttasse crediti formativi agli studenti; per cui il Tar si è così espresso: «l’attribuzione di un credito formativo ad una scelta di carattere religioso degli studenti e dei loro genitori, quale quella di avvalersi dell`insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, dà luogo ad una precisa forma di discriminazione, dato che lo Stato italiano non assicura la possibilità per tutti i cittadini di conseguire un credito formativo nelle proprie confessioni o per chi dichiara di non professare alcuna religione, in Etica morale pubblica. [...] Lo Stato, dopo aver sancito il postulato costituzionale dell’assoluta, inviolabile libertà di coscienza nelle questioni religiose, di professione e di pratica di qualsiasi culto, non può conferire ad una determinata confessione una posizione dominante». 
Le reazioni polemiche non sono mancate e, anzi, come si diceva sono state talmente vigorose da tener alta l’attenzione nei confronti del mondo della scuola anche nei caldi giorni di agosto. Se da una parte laici e credenti di altre religioni hanno esultato di fronte alla sentenza, dall’altra la Chiesa, tramite monsignor Diego Coletti, presidente della Commissione episcopale per l’educazione cattolica, ha espresso parere decisamente negativo: «Tocca ai cittadini italiani organizzati in partiti o in associazioni culturali esprimere il loro parere, il loro dissenso di fronte a una sentenza così povera di motivazioni e credo che lo stesso ministero dovrà fare un ricorso perché ciò che è stato messo sotto accusa non è l’opinione della Chiesa ma una circolare del ministero, un qualche cosa che attiene all’organizzazione della scuola di Stato e credo quindi che siano questi gli organismi che debbano muoversi».
Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha quindi messo in pratica l’indignazione dei vescovi, promettendo ricorso al Consiglio di Stato e scrivendo in un comunicato ufficiale: «La religione cattolica esprime un patrimonio di storia, di valori e di tradizioni talmente importante che la sua unicità deve essere riconosciuta e tutelata. Una unicità che la scuola, pur nel rispetto di tutte le altre religioni, ha il dovere di riconoscere e valorizzare. I principi cattolici dunque, che sono patrimonio di tutti, vanno difesi da certe forme di laicità intollerante che vorrebbero addirittura impedire la libera scelta degli studenti e delle loro famiglie di seguire l’insegnamento della religione. Per questo ho deciso di ricorrere al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar. Sono fiduciosa che, come è accaduto altre volte in passato, il Consiglio di Stato possa dare ragione al Ministero e all’ordinamento in vigore». 
Il dibattito è ancora accesissimo: se, da una parte, il rischio di distinguere tra insegnanti di serie A e insegnanti di serie B è ancora una volta in agguato, dall’altra il possibile vantaggio a favore di chi frequenta l’ora di religione deve essere evitato. Scrive sulle pagine di Orizzontescuola.it il prof. Almirante: «Alunni con la stessa identica, ma insufficiente media per essere promossi hanno bisogno del voto del consiglio di classe: il primo viene graziato perché il docente di religione ha votato a favore, il secondo bocciato perché, non avvalendosi, non può contare su quel voto. Stesso discorso coi crediti scolastici per i punteggi agli esami di stato: perfino un solo voto, come si capisce, può riflettersi sulla media complessiva a danno dell’alunno non di religione cattolica. Da qui appunto l’errore di prospettiva: chi tutela i diritti delle minoranze?». Per risolvere la questione, anche i ragazzi che frequentano le ore alternative alla religione dovrebbero essere valutati; ma per farlo servirebbe un docente e sappiamo bene che queste ore sono spesso "vuote". Si potrebbe allora cambiare direttamente l’ora di religione cattolica e trasformarla in una sorta di ora dedicata alla storia delle religioni; anche questo cambiamento, tuttavia, è al momento decisamente improbabile.
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29 luglio 2009. Iscrizioni, organici, blocco dei testi: parola al Tar.
Tre sentenze del Tar del Lazio emanate lo scorso 24 luglio in qualche modo costituiranno un "precedente" relativamente alle leggi ministeriali inserite cosiddetto Decreto Gelmini; una respinta, un ricorso e un accoglimento che certamente faranno discutere. Il ricorso respinto riguarda quello mosso dalla Flc-Cgil contro le modalità di iscrizioni previste dalla circolare ministeriale 16/2009. Secondo il Tar «i provvedimenti analizzati vanno trovati scevri dalle censure dedotte ed il ricorso va integralmente respinto».
Il rinvio riguarda il decreto sugli organici e la riduzione delle cattedre  laddove le famiglie decidano di adottare il maestro unico; secondo il Tar il decreto sugli organici era stato presentato nei tempi giusti ma solo attraverso una bozza: entro due mesi sarà necessario presentarlo in forma definitiva. Secondo il sindacato «il TAR non se l’è sentita di assumere una decisione definitiva su una materia così rilevante come gli organici, nei tempi utili affinché si potesse poi procedere, nel caso che il ricorso fosse accolto, a rivedere, in tutto o in parte, le decisioni assunte dal MIUR in materia. Con il rinvio ad ottobre, infatti, si rischia di vanificare la tempestività di una decisione fondamentale per l’inizio dell’anno scolastico».
Solo la sentenza relativa ai libri di testo è stata accolta; nello specifico il Tar si è espresso dopo che un gruppo di insegnanti aveva presentato un ricorso che contestava la circolare ministeriale in cui si stabilisce che, con l’anno scolastico 2009/2010, «l’assegnazione di altro docente nella classe, a decorrere dal 1 settembre 2009, non consente in alcun modo una diversa scelta di libri di testo già effettuata». Il Tar ha giudicato illegittima la decisione di impedire «che un docente trasferito o sopraggiunto per cessazione di altro docente possa scegliere il libro di testo, dovendo piuttosto adeguarsi per i successivi cinque anni alle scelte effettuate dal predecessore o che altre gravi esigenze, opportunamente motivate, possano dar luogo al cambio del libro di testo durante il quinquennio».
In pratica la sentenza si schiera a favore dell’autonomia dei docenti e della loro volontà a sviluppare i programmi didattici sulla base di esperienze e volontà personali; secondo il Tribunale l’Amministrazione dell’Istruzione dovrà riesaminare la predetta Circolare n.16 nella parte in cui non ha previsto che la cadenza di rinnovo dei libri di testo per le scuole primarie e secondarie stabilita dal D.L. n.137/2008 conosce l’eccezione della «ricorrenza di specifiche e motivate esigenze» quali possono essere il cambio del docente. Un "precedente" che farà discutere.

22 luglio 2009. Master e corsi post laurea: necessità dei giorni nostri.
Voglia di specializzarsi professionalmente o parcheggio in attesa di tempi migliori? Il master e i corsi post-laurea segnano un incremento del 12% rispetto allo scorso anno e, secondo Unisu e Isfol, permettono di incrementare del 20% le possibilità di trovare un lavoro. Cosa dicono gli esperti e come cambieranno le cose dopo la riforma delle superiori. Per molti giovani italiani la laurea non rappresenta più il traguardo finale del proprio corso di studi; sempre di più, infatti, si affidano a master e corsi di specializzazione per affinare e perfezionare le proprie conoscenze e, soprattutto, per entrare a contatto con le esigenze reali delle aziende (obiettivo questo che le Università non riescono ancora a garantire). L’ulteriore impegno sembra però fruttuoso: secondo i dati dell’Università telematica delle scienze umane, confermati da una ricerca Isfol («Alta formazione e occupabilità», commissionata dal Miur, l’83% dei dottori di ricerca e il 68% di coloro che frequentano corsi post-laurea risultano occupati dopo 18 mesi dalla fine degli studi. 
Tra uomini e donne sono quest’ultime a preferire di continuare a studiare almeno per un altro anno: il 57% delle laureate lo prevede (tra gli uomini sono solo il 43%). Puntano alla specializzazione soprattutto gli studenti di Scienze Politiche, Economia e Scienze della Formazione. Secondo Stefano Bandecchi, dell’Unisu, «gli studenti decidono di investire di più nella formazione in attesa di un’offerta lavorativa che possa rispondere alle proprie aspettative». 
Anche se i master rappresentano spesso un impegno notevole anche dal punto di vista economico, l’istruzione superiore, e purtroppo nemmeno quella universitaria, non riescono ancora oggi a garantire una preparazione "pratica" ai futuri lavoratori. Intervistato da su MediaMente.it Mattia Losi, Chief Content Officer de Il Sole 24 Ore e Net Web spiega: «Rispetto a qualche anno fa il master è diventato non più un plus, ma quasi un`integrazione necessaria degli studi, soprattutto nei settori legati alle nuove tecnologie e alle discipline economiche. Secondo me, il master tra l`altro è diventato indispensabile da quando le aziende hanno avuto la necessità di fare selezione in modo più approfondito. Credo che negli ultimi anni l’obiettivo principale sia stato proprio di avere la possibilità di controllare, nel senso buono del termine, al meglio i futuri dipendenti, cioè capire se effettivamente sono adatti a svolgere un determinato lavoro all’interno dell’azienda». Purtroppo, aggiunge Losi «non abbiamo ancora la mentalità per capire quali sono le professioni del futuro; non viviamo in una società che ci indirizza in modo chiaro verso le professioni del futuro. La struttura universitaria è ancora impostata con criteri assolutamente tradizionali: ci sono poche realtà di punta mentre la massa dell`università italiana è di tipo molto tradizionale, cioè molto legata ai percorsi di studio che andavamo di moda 30/40 anni fa».
Con la riforma delle scuole superiori, auspica il ministro Gelmini, ci sarà una forte apertura al mondo del lavoro «con la possibilità a partire dal secondo biennio di svolgere parte del percorso attraverso l’alternanza scuola-lavoro, stage o in collegamento con il mondo dell’alta formazione: università, istituti tecnici superiori, conservatori, accademie». La speranza, in questo caso, è che alle parole seguano i fatti: che la scuola fornisca un’adeguata preparazione verso il mondo del lavoro, infatti, sarà sempre più una questione decisiva. Un paese in cui l’istruzione è distanze dalle esigenze delle aziende è un paese destinato all’immobilità.

8 e 15 luglio 2009. Bocciati in aumento, dati aggiornati. Sembra ormai certo che quest’anno il numero dei bocciati all’Esame di Stato sarà molto più alto rispetto a quello dello scorso anno: se nel 2008 i respinti furono il 2,5% del totale, circa 12000, quest’anno, se i dati fossero confermnati, la cifra potrebbe raggiungere il 3,1% coun un incremento di circa 3000 studenti. Perché questo dato? Professori più severi o studenti meno preparati? L’unico dato certo è quello relativo ad un piccolo cambio nel criterio di valutazione, che potrebbe aver cambiato qualche carte in tavola: il colloquio vale quest’anno 30 punti e non 35 (il credito si è invece alzato da 20 a 25) e forse quei 5 punti disponibili in meno hanno reso più difficile raggiungere la fatidica soglie dei 60/100. Se i dati verranno confermati l’esercito dei non ammessi e boccati ammonterà a 42.000 studenti, quasi il 9%: un record. Di questi quasi 9500 sono quelli bocciati con una insufficienza anche nel voto in condotta.
Il maggior numero di bocciati proviene dagli istituti professionali, il 23%. Seguono gli istituti tecnici con il 16,3% e gli artistici con il 16%. I non ammessi al liceo classico, scientifico e linguistico sono rispettivamente il 4,8%, il 6,6% e il 5,1%.
Nella scuola secondaria di I grado il numero dei ragazzi bocciati dovrebbe registrare un aumento di circa 12.000 studenti non ammessi rispetto al 2008. Di questi, circa 3.000 sono stati bocciati per l’insufficienza nel voto in condotta. Nel 2008 la percentuale di non ammessi toccò quota 3,3 per cento e i bocciati furono lo 0,5 per cento, nel 2007 (l’ammissione era aperta a tutti) ne vennero bocciati appena 2,2 su 100. Secondo il ministero, qualora la tendenza venisse rispettata, gli studenti non ammessi nei soli primi due anni delle medie potrebbero toccare quota 70.000 rispetto ai 45.000 dell’anno scorso.   
Parlando a Uno Mattina dei ragazzi che dovranno ripetere l’anno il ministro del MIUR Mariastella Gelmini, si è così espressa: «Non è mai bello quando un ragazzo perde l’anno; però certamente penso che il ritorno alla scuola del rigore dell’impegno e della serietà sia una buona notizia per il paese; la scuola buonista del ’68 è stata archiviata. Una scuola che forma i ragazzi sta dalla loro parte e li aiuta a crescere». 
A proposito della bocciatura, scrive intelligentemente Giancarlo Tettamanti sulle pagine del Sussidiario.net: «Una bocciatura, se giustamente valutata e motivata, può aiutare e stimolare l’alunno/studente alla responsabilità personale, a prendere coscienza del suo diritto/dovere all’istruzione e alla formazione, e anche - cosa da non trascurare - a richiamare i genitori e la famiglia ad una maggiore presenza nella scuola e ad un maggior interesse al percorso formativo dei figli.  Se è vero che non è la scuola che deve selezionare, ma la vita, è altrettanto vero che la scuola deve aiutare ad acquisire quella “struttura” che consenta all’alunno/studente di porsi e di interagire con competenza nella comunità. La scuola può - e deve - essere la palestra veritiera per affrontare la vita con coscienza e con consapevolezza».

29 giugno 2009. Maturità: i temi più scelti. Non sarà stata una rivoluzione, ma la prova d’italiano della Maturità 2009 ha mostrato alcune interessanti novità; la traccia dedicata alla cultura giovanile, arricchita da 14 foto e quella che richiedeva una riflessione sui moderni social network, rappresentano senza dubbio un’apertura del ministero ad argomenti molto vicini al mondo giovanile. Ecco i temi più scelti e apprezzati. Come promesso dal ministro Gelmini i testi delle tracce sono stati riportati in forma più snella e sintatica; inoltre mai prima d’ora i candidati avevano trovato così tante foto negli allegati liberamente consultabili.
La traccia dal titolo «Origine e sviluppi della cultura giovanile», accompagnata da una carrellata di immagini rappresentative di oltre 50 anni di storia (la Vespa, molti musicisti che hanno fatto la storia del rock e immagini di importanti movimenti musicali, gli scrittori della Beat Generation, l’inventrice della minigonna, il logo di Facebook, i pacifisti), è stata la più apprezzata: il 32% dei candidati ha scelto proprio questa traccia. Seppur non facilmente collegabili, le immagini proposte rappresentano la volontà del ministero ad aprirsi al linguaggio dei ragazzi, fatto sempre più di immagini non prive di un’importante valenza culturale. 
Il tema letterario ha proposto quest’anno l’analisi della prefazione del celebre romanzo di Italo Svevo «La Coscienza di Zeno»; la prova richiedeva un riassunto di 10 righe, la risposta a 6 quesiti, e una serie di considerazioni su altre pagine del romanzo e altri scritti dello stesso autore. Dimostrando che il grande romanziere è comunque uno dei più amati tra i giovani (e uno dei pochi del ’900 che gli insegnanti riescono ad affrontare) la traccia è stata scelta dal 18,2% dei maturandi. 
In terza posizione si è collocato il saggio breve in ambito artistico-letterario dedicato all’innamoramento e all’amore in generale; la grande quantità di testi da collegare insieme - da Catullo a Dante passando per i dipinti di Magritte, Chagalle, Canova - presupponeva - a nostro avviso - più una riflessione sulla potenza dell’amore come motore-ispiratore dell’arte, piuttosto che un’analisi comparativa tra le opere proposte. Il tema è stato comunque scelto dal 17,9% dei candidati. Il 14,6% ha scelto, in ambito scientifico-tecnologico, la traccia dedicata al Social Network, i nuovi media e Internet, mentre il 7,9% ha optato per il tema di attualità, legato quest’anno al significato del concetto di libertà e democrazia a 20 anni dalla caduta del muro di Berlino. In coda la traccia sulla creatività e innovazione (6,8%) e quello storico sui 150 anni dell’Unità d’Italia che si celebreranno nel 2011 (3%).

22 giugno 2009. Gli esami si affontano anche a tavola!
Gli esami si avvicinano e la tensione sale, ma tra i tanti accorgimenti che si possono utilizzare per ridurre l’ansia uno certamente è da non sottovalutare: l’alimentazione. La Coldiretti suggerisce una “dieta antipanico” da adottare nei giorni in cui si sostengono gli esami per rilassarsi e concentrarsi meglio. Innanzitutto, occorre evitare tutti i cibi troppo pesanti e in qualche modo eccitanti: tutti quelli con tanto sodio e conservanti per esempio, come i cibi in scatola, o quelli troppo salati o ricchi di pepe, paprika e curry. Quindi, via patatine in sacchetto e salatini, anche se danno la sensazione di placare la “fame nervosa”. Da evitare anche la cioccolata, meglio tenerla in considerazione per il post-esame, in virtù delle sue capacita “consolatorie”, nel caso in cui i risultati ottenuti non siano quelli sperati! Si consigliano invece cibi leggeri ma nutrienti, come pane, pasta, riso, formaggi freschi e uova bollite, frutta e verdura. Via libera anche ad alimenti e bevande dai poteri rilassanti: tisane, infusi, miele, latte. Questi cibi contengono triptofano, un amminoacido precursore della serotonina e della melatonina, il primo, un neurotrasmettitore dall’azione calmante, il secondo, un ormone fondamentale nella regolazione delle fasi sonno-veglia. La produzione di serotonina è favorita dall’assunzione di zuccheri semplici, come quelli contenuti nella frutta di stagione, ma anche il consumo serale di alimenti quali legumi, uova bollite, carne, pesce e formaggi freschi dà effetti positivi. Ovviamente non vanno dimenticate le verdure, tra le quali Coldiretti consiglia in particolar modo la lattuga, la cipolla e l’aglio, per le loro proprietà sedative.
Prima di andare a letto, infine, niente di meglio di un bicchiere di latte caldo o yogurt, per diminuire l’acidità gastrica (uno degli effetti più comuni dell’ansia) o di una tisana rilassante al miele, per distendere la mente e dormire meglio. Ovviamente, la dieta è del tutto insufficiente se non è accompagnata da un adeguato numero di ore di sonno: mangiare bene e dormire bene sono le due condizioni necessarie ad affrontare l’esame al massimo della forma.

10 giugno 2009. Maturità 2009: nessuno escluso. Il caso di Daria, studentessa ucraina "modello" ha provocato un piccolo cataclisma al Ministero dell’Istruzione. Secondo le due note ministeriali dell’8 e del 22 maggio, infatti, i cittadini stranieri residenti in Italia si dovranno presentare alla Maturità con il codice fiscale. Daria ne è sprovvista. La ragazza, con i genitori privi di regolare permesso di soggiorno, anche se ormai stabilmente residenti nel capoluogo campano, frequenta il liceo «Margherita di Savoia» di Napoli, ha già acquisito in Ucraina e parla ben sei lingue. Preside, insegnanti e compagni di scuola avevano già annunciato petizioni e proteste contro quella che sarebbe senza dubbio risultata una probabile quanto ingiusta esclusione dall’Esame di Maturità.
Fermando in maniera perentoria l’annunciata ondata di proteste dal ministero dell’Istruzione, nella serata di domenica 7 giugno, è giunta una nota che ha chiarito la questione: «Nel caso in cui uno studente fosse, per qualsiasi motivo, sprovvisto del codice fiscale verrebbe semplicemente escluso dalla base informativa del Ministero, senza alcuna conseguenza per la sua privacy né per la sua possibilità di sostenere l’esame di Maturità». La raccolta dei codici fiscali degli studenti, iniziata proprio dai ragazzi giunti alla Maturità, serve al MIUR per monitorare gli abbandoni scolastici, senza intenti discriminatori che impediscano di concludere il ciclo di studi agli stessi.
Va detto infine che quest’anno tutti i 424.143 studenti iscritti all’ultimo anno di corso saranno "monitorati": le scuole trasmetteranno al Ministero i dati relativi al numero degli ammessi all’Esame, il credito raggiunto, gli esiti delle delle prove scritte e del colloquio finale. L’operazione, la prima del genere per il sistema nazionale di istruzione italiano, accenderà i riflettori sui singoli studenti, piuttosto che sugli Istituti; le linee informatiche del Belpaese saranno in grado di "sopportare" questo notevole scambio di dati e informazioni?

3 giugno 2009. Cittadinanza e Costituzione: un progetto di percorso. Ansas (ex Indire) ha pubblicato il 27 maggio scorso il bando di concorso indirizzato alle scuole di ogni ordine e grado per la progettazione e la sperimentazione di percorsi di innovazione organizzativa e didattica su Cittadinanza e Costituzione. Sono previsti contributi di 15mila euro per le reti e di 5mila euro per le scuole singole. Lo stanziamento complessivo è di un milione di euro. Per accedere al formulario on line le scuole utilizzeranno login e password di istituto abitualmente usati per la partecipazione ad iniziative di formazione dell’ANSAS. Qualora la scuola non fosse in possesso di tali dati e per qualsiasi ulteriore informazione utile, potrà rivolgersi via mail al servizio di help (helpcittadinanza@indire.it).
Il provvedimento indica in modo preciso gli obiettivi che dovranno essere perseguiti dai progetti; come punto di partenza è necessario promuovere la cittadinanza attiva e partecipativa puntando ad un accrescimento della conoscenza dei principi e dei valori della Costituzione italiana oltre che dei Trattati e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
I progetti dovranno centrare l’attenzione su modelli di interazione tra istituzioni scolastiche e realtà territoriali, mostrando la documentazione dei prodotti finali anche in termini di processi, procedure e risultati. Con uno sguardo all’innovazione, lo scopo è quello di realizzare un «circuito nazionale di buone pratiche, quali modelli trasferibili a sostegno dell’innovazione».
Entro il 22 giugno prossimo le scuole interessate dovranno trasmettere i progetti utilizzando l’apposita area riservata aperta nel sito dell’Indire. I progetti, che potranno essere presentati da una singola scuola o da una rete di scuole (minimo tre), saranno quindi esaminati da una apposita Commissione che predisporrà una graduatoria di merito su base regionale.

27 maggio 2009. Studenti stranieri in Italia: il caso del Piemonte.
Cresce il numero degli studenti stranieri in Italia. Secondo i dati ufficiali del Miur gli alunni di cittadinanza straniera erano 500.512 nel 2006/2007; in un anno sono passati a 574.000 (di cui ormai 200.000 di seconda generazione), sfiorando quasi il 6,5% del totale della popolazione scolastica.  Sono in prevalenza romeni, albanesi e marocchini, ma provengono complessivamente da ben 166 nazionalità diverse. Il tasso di crescita annua è superiore al 15%; attorno al 13% nella scuola primaria, più alto in quella secondaria, dove si attesta attorno al 20-22%. Sono ormai 900 le istituzioni scolastiche che superano il 20% di presenze di alunni stranieri; tra queste ve ne sono un centinaio in cui il dato sfiora il 40%. 
La crescita del numero di studenti stranieri nella scuola italiana è molto diversa a seconda delle regioni e, proprio per questo, resta al di sotto di tutti i Paesi europei del nostro livello. La nostra percentuale (6,5% scarso) risulta infatti ancora inferiore rispetto a quelli di altri Paesi europei di consolidata immigrazione - come Francia, Germania, Inghilterra, Olanda - che superano il 10% - ed anche al di sotto a Paesi di recente immigrazione come la Spagna (7,6%). 
Se nelle regioni del nord, Piemonte in testa, la media è più alta, il Sud, isole comprese, continua a non attrarre i cittadini stranieri, in cerca di lavoro e occupazione stabile. In Piemonte, nonostante i conosciuti problemi di integrazione e di dispersione, in un solo anno gli studenti stranieri sono aumentati del 14,4% e nell’ultimo decennio di sei volte; la provincia di Torino è risultata essere quella principalmente interessata dal fenomeno, con 10.527 alunni stranieri inseriti nella scuola primaria, 5.959 nella scuola secondaria di primo grado e 6.293 in quella secondaria di secondo grado. Seguono la provincia di Cuneo e quella di Alessandria. Purtroppo, però, nelle province piemontesi è emerso che tra le cause più frequenti di abbandono scolastico dei ragazzi stranieri vi è «l’utilizzo dei ragazzi da parte dei genitori nelle loro attività lavorative, la scarsa motivazione rispetto allo studio, il fatto che gli allievi siano costretti ad andare a lavorare per necessità e la scarsa attenzione delle famiglie rispetto alla scolarizzazione dei figli».
Numerosi sono gli strumenti che l’assessorato all’Istruzione della regione Piemonte ha messo a disposizione degli istituti per aiutarli nell’integrazione degli alunni stranieri: sul piano linguistico, attraverso corsi di alfabetizzazione e di lingua e sul piano culturale, con kit didattici per il riconoscimento delle differenze. Oltre a questi, la regione Piemonte offre un piano triennale per l’accoglienza e l’inserimento nelle scuole in corso d’anno, percorsi di istruzione e formazione professionale e laboratori didattico-educativi.

20 maggio 2009. Una scuola moderna: meno teoria, più pratica. Conoscere la scuola passa anche attraverso i tanti sondaggi che nel corso dell’anno imperversano su radio, televisioni e giornali. L’ultimo in ordine di apparizione è quello pubblicato dall’Associazione TreeLLLe rivolto ad una categoria di intervistati inedita. Non studenti in corso, non professori e nemmeno genitori, ma i cosiddetti «giovani adulti», neo diplomati tra i 19 e i 25 anni.  La ricerca, condotta su un campione di 1500 giovani in tre città, al Nord, al Centro e al Sud (Bologna, Siena, Lecce), verrà presentata a Siena giovedì 21 maggio alle 17 nell’Aula Magna dell’Università, Banchi di Sotto 55. Tra le domande rivolte spiccano quelle relative alla graduatoria delle materie in base all’utilità pratica, i valori trasmessi, l’utilità per il futuro, il rapporto con la vita reale. La ricerca è così introdotta dal Attilio Oliva, presidente dell’associazione: «Si parla sempre di ciò che i ra­gazzi dicono della scuola, mentre la stanno frequentando. O dell’opinione che ne hanno gli adulti, fuori or­mai da tempo. Entrambe le letture sono falsate: dall’eccesso di coinvolgimento e dall’immaturità, o dalla lontananza e dalle rimembranze. Chi può dare un giudizio fermo e meditato sulle superiori italiane? I giovani che le hanno lasciate da poco e ne vedono i risultati. Al lavoro, o all’università». Le risposte sono molto interessanti; per quanto riguarda le materie solo cinque delle dieci inserite nel questionario sono state valutate come «molto importanti» da almeno il 50% degli intervistati. Importanti, se non addirittura essenziali l’inglese (85%), l’italiano laddove inteso a fornire «capacità di scrivere correttamente» (78%), l’informatica e l’utilizzo delle nuove tecnologie (72%). Comunicare con il mondo, padroneggiare i nuovi mezzi di comunicazione, essere cittadini attivi di una società in costante trasformazione: sembrano queste le principali esigenze dei neo diplomati. Poco utili, in questo senso, la filosofia, «intesa sia come analisi logica sia come studio delle visioni del mondo» (22%) e la musica (a sorpresa solo 13%). Ulteriori importanti considerazioni emergono analizzando altre risposte: il 75% degli intervistati vorrebbe latino e greco confinati al Liceo classico e solo il 50% ritiene la matematica utile (troppo spesso ridotta ad uno studio mnemonico di formule). A questo proposito, spiega ancora Oliva, dall’indagine emerge che «se non viene percepita l’importanza di un insegnamento, è difficile che lo studio sia incentivato...». E in questo senso è cruciale l’apporto del docente. Riguardo ai professori, alla domanda «su quanti insegnanti abbiano lasciato il segno o trasmesso valori, la risposta è pochissimi». Il 19 % ha risposto «nessuno», uno soltanto per il 45%: «c’è un livello medio di docenti che non lasciano traccia, e per un ragazzo questo significa molto». L’indagine affronta anche il tema del rapporto tra scuola e mondo del lavoro. Alla domanda su quanto sia adeguata alle richieste di mercato la preparazione scolastica delle scuole superiori, la maggioranza delle risposte è negativa: i contatti con le aziende attraverso gli istituti sono rarissimi e ancor più sporadici nei licei, «storico bacino di provenienza della futura classe dirigente». L’Italia ha dunque bisogno di una scuola moderna, vicina alle esigenze del mondo del lavoro, che punti sulle lingue straniere e sull’informatica, sacrificando materie troppo teoriche come le letterature e la matematica. Un sogno difficile da realizzare?

13 maggio 2009. Il TAR blocca la Gelmini. La III sezione del TAR del Lazio, con ordinanza del 7 maggio 2009, ha accolto il ricorso presentato da un gruppo di insegnanti di scuola primaria della provincia di Milano contro le indicazioni sull’adozione dei libri di testo definite dal MIUR. Il TAR ha quindi disposto la sospensione in via cautelare della circolare ministeriale n.16 del 10.2.2009.
Secondo i docenti, le disposizioni contenute nella circolare impugnata sono lesive della loro professionalità sotto il profilo della limitazione alla libertà di insegnamento (cui il momento dell’adozione del libro di testo è una delle espressioni tipiche) ed al principio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche.
Dal canto suo la circolare n.16, soffermandosi sull’importanza della scelta dei libri di testo in ordine all’esercizio dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e all’impegno professionale degli insegnanti come singoli e come appartenenti ad un consiglio di classe e ad un collegio dei docenti, sottoponeva il procedimento dell’adozione ad una serie di vincoli: obbligatorietà della scelta ogni cinque anni per la scuola primaria e ogni sei per la secondaria di I e II grado, non modificabilità delle scelte da parte degli insegnanti e della scuola nell’arco dei due periodi previsti e la restrizione della scelta ai libri di testo a stampa nei quali l’editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto per un quinquennio (eccezion fatta per gli stessi libri trasformati nella versione on line). Tutto ciò tenendo conto del progressivo passaggio a testi on line o in versione mista a partire dalle adozioni riguardanti il 2009/2010, fino a giungere nel 2011/2012  a libri esclusivamente on line o misti.
«Il TAR del Lazio», riporta ScuolaOggi, «ha accolto nella sostanza queste motivazioni rilevando che, come dedotto in ricorso, con una norma di rango sub-secondario non possono essere introdotti criteri più restrittivi di quelli stabiliti dalla norma di rango primario. L’Amministrazione dell’Istruzione quindi, secondo quanto disposto dal TAR, dovrà riesaminare la predetta Circolare n.16 nella parte in cui non ha previsto che la cadenza di rinnovo dei libri di testo per le scuole primarie e secondarie stabilita dal D.L. n.137/2008 conosce l’eccezione della “ricorrenza di specifiche e motivate esigenze” quali possono essere il cambio del docente».
In sostanza se cambia il docente della classe può essere cambiato anche il libro di testo, senza che sia necessario attendere il periodo minimo previsto dalla legge e a patto che sussistano motivate e specifiche esigenze. Il provvedimento del Tar Lazio riguarda un atto di portata generale e quindi la pronuncia dispiega effetti su tutto il territorio nazionale. A questo punto il ministero, analogamente a quanto richiesto per l’inglese potenziato alle medie, dovrà riscrivere il provvedimento nel senso indicato dal Tar.

5 maggio 2009. No ai presidi spia. «Niente presidi spia, almeno per adesso». Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha fatto eliminare dal decreto legge sulla sicurezza la norma che imponeva ai presidi di rifiutare le iscrizioni dei figli di immigrati irregolari, senza permesso di soggiorno, giudicando che potrebbe creare «problemi in incostituzionalità».
Il decreto prevedeva che, qualora un cittadino straniero "irregolare" si fosse presentato in una scuola ad iscrivere suo figlio, al dirigente scolastico sarebbe spettato il compito di chiedere copia del permesso di soggiorno; in mancanza di tale documento, stando al disposto dell’art. 45 del DPR 39/99, l’iscrizione sarebbe stata accettata ma il dirigente avrebbe dovuto segnalare i genitori all’autorità di pubblica sicurezza.
Nella lettera scritta da Fini al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, si legge: «Ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani». Per questo «Per iscriversi alla scuola dell’obbligo non sarà necessario presentare il permesso di soggiorno. Pertanto i presidi non potranno sapere se la famiglia dello studente è clandestina e non potranno fare la spia»
Dopo la lettera di Fini, la maggioranza ha fatto un passo indietro e ha cancellato la norma dal decreto legge, che garantisce la frequenza scolastica a tutti coloro che sono in possesso dei requisiti anagrafici. A favore di Fini si sono schierati i sindacati e le associazioni della scuola. Francesco Scrima, segretario della Cisl scuola, ha dichiarato: «i diritti dei bambini, riconosciuti da convenzioni internazionali, non possono essere alienati sulla base dello stato giuridico dei genitori». Favorevole anche l’ex ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni: «Il presidente della Camera, con l’altolà a Maroni sul ddl sicurezza ripristina la verità dei fatti e conferma che il re è nudo: con la norma aberrante fin qui portata avanti dalla maggioranza non solo i presidi, ma tutti i docenti, in quanto incaricati di pubblico servizio, hanno obbligo di denunciare i figli dei clandestini».

29 aprile 2009. L’educazione a scuola passa anche dalla religione. «L’insegnamento della religione deve avere la stessa dignità delle altre materie, anzi l’ora di religione ha una valenza educativa maggiore di altre discipline». Parole del ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, intervenuta al meeting dei 7.000 insegnanti di religione cattolica promosso a Roma dalla Conferenza Episcopale Italiana.
Le parole della Gelmini, che certamente ben si collocano nell’attuale processo finalizzato al ritorno di una "scuola educativa", hanno riportato in primo piano l’insegnamento della religione a scuola e, forse involontariamente, la disparità di trattamento tra i docenti "classici" e quelli delle cosiddette materie "minori". Secondo il recente Regolamento scolastico gli insegnanti di religione sono esclusi dal consiglio di classe. 
Lo stesso Papa Benedetto XVI, aveva ribadito ai 700 docenti, larga rappresentanza dei 25.000 impiegati nelle scuole italiane, che la religione cattolica ha un ’’valore insostituibile’’ nella scuola italiana: «Il suo insegnamento è parte integrante della storia della scuola in Italia, e l’insegnante di religione costituisce una figura molto importante nel collegio dei docenti. È significativo che con lui tanti ragazzi si tengano in contatto anche dopo i corsi». Questa materia, ha aggiunto il Papa, «dà un’anima alla scuola e assicura alla fede cristiana piena cittadinanza nei luoghi dell’educazione e della cultura in generale». 
Ricordiamo che lo scorso dicembre il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (CNPI) aveva rivendicato «la necessità di garantire la pari dignità di tutti gli insegnanti, concorrendo ciascuno alla crescita dello studente nel rispetto delle sue vocazioni ed attitudini , in modo da evitare inaccettabili differenziazioni, tra gli insegnanti di educazione fisica e religione e gli altri insegnanti». Alla luce di questo le parole del ministro del MIUR («l’insegnamento della religione deve avere la stessa dignità delle altre materie») potrebbero nascondere un eventuale ripensamento relativo alla valutazione dell’insegnante di religione in sede di Consiglio di Classe.

22 aprile 2009. Ragazzi sempre meno studenti. Il tema della dispersione scolastica torna a fare notizia; in poche ore si sono susseguiti dati allarmanti dedicati al preoccupante fenomeno. Secondo Unicef il 20% di studenti delle scuole superiori non arriva al diploma e secondo il rapporto realizzato da Isfol sono ben 150.000 i ragazzi tra i 14 e i 17 anni che "si disperdono". Ma la realtà è forse ancora peggiore. Le cifre sono state confermate da quelle in possesso dalla rivista Tuttoscuola, che conduce regolarmente da anni un monitoraggio sulla popolazione scolastica degli istituti statali di istruzione secondaria di II grado, rilevando il numero degli studenti per anno di corso, per territorio e per tipologia di istituto. Secondo il mensile lungo il percorso della scuola superiore si perdono circa 200 mila ragazzi. Nel 2006-07 e nel 2007-08 sono risultati iscritti al quinto anno 203.000 ragazzi in meno di quelli che cinque anni prima risultavano iscritti al primo anno di corso. Secondo queste cifre la percentuale di dispersione scolastica sfiora il 33%, un tasso ancor più alto di quello - già evidentemente preoccupante - dichiarato da Unicef.
Quest’anno il trend negativo sembra in leggero calo: dei 613.388 iscritti al primo anno nel 2004-2005 risultano attualmente presenti in quinta 424.143 studenti. I dispersi risultano 189.245, il 30,9%. La tendenza al miglioramento è inesistente negli istituti professionali, dove anche quest’anno si registrano percentuali altissime: il 45,6%. Sembrerà incredibile ma, pur essendo molto elevato, il tasso di dispersione è diminuito negli ultimi anni di 5 punti percentuali (al termine del quinquennio scolastico 2001-02/2005-06 era stato addirittura del 50,6%).
Per quanto riguarda le regioni più interessate, Umbria e Molise sono quelle in cui il tasso (al 22,6%) è più basso, la Sicilia in cui è più alto (36,7%), seguita da Sardegna (36%) e Lombardia (34,2%). A proposito di regioni, ItaliaOggi sottolinea che solo 9 regioni su 21 (Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Toscana, Abruzzo, Molise, Trento e Bolzano) hanno attivato il sistema anagrafico previsto dalla legge per monitorare gli abbandoni. Eppure «le amministrazioni locali giocano un ruolo fondamentale nel recupero di questi ragazzi proprio attraverso l’attivazione delle anagrafe degli studenti, che permettono di identificare chi è fuori dai percorsi formativi per velocizzarne il reinserimento».

15 aprile 2009. Due decreti per il terremoto. Il Ministero dell’istruzione ha pubblicato 2 nuovi decreti relativi all’emergenza che ha colpito il territorio abruzzese in seguito al terremoto. Per gli studenti è confermata la possibilità di concludere l’anno scolastico in istituti diversi rispetto a quelli frequentati sino allo scorso 6 aprile e danneggiati, per i docenti non sarà applicato il taglio previsto di 1108 unità. Il ministro Mariastella Gelmini, durante un incontro con le autorità scolastiche locali, ha così descritto i due decreti: «Il primo prevede che tutti gli studenti sfollati possano frequentare questo pezzo dell’anno scolastico in corso in qualsiasi istituto del Paese. Il secondo decreto riguarda invece la flessibilità per gli insegnanti abruzzesi; anche per loro la possibilità di svolgere la propria attività al di fuori dell’istituto d’appartenenza». Per quanto riguarda gli studenti che preparano l’esame di fine ciclo «non perderanno certo l’anno. Faranno il loro esame, avranno il loro giusto voto. Stiamo analizzando come fare tutto questo. La via indicata è quella fatta nel Friuli terremotato di trenta anni fa. Al momento stiamo portando avanti un censimento degli studenti sfollati. Entro tre giorni sapremo dove e quanti si trovano, sia nelle 113 tendopoli sia negli alberghi della costa».
120 tra insegnanti e volontari si prenderanno cura dei ragazzi più giovani portando avanti attività una attività didattico-ludiche nelle tendopoli. Se nella stragrande maggioranza delle scuole al di fuori della provincia dell’Aquila, l’attività scolastica ritornerà invece alla normalità già tra giovedì 16 e lunedì 20 aprile, per gli studenti dei 64 plessi chiusi tra L’Aquila e provincia si dovranno trovare soluzioni alternative, come container, e tensostrutture. A dieci giorni dal terremoto, a Poggio Picenze, a pochi chilometri dall’Aquila, è stata inaugurata la prima aula-tenda, allestita grazie al contributo operativo della colonna mobile della Regione Campania.
«Siamo convinti che a settembre - ha spiegato la Gelmini - ogni studente abruzzese avrà la sua scuola e potrà frequentare un anno scolastico come tutti gli altri ragazzi italiani». Provincia e Comune dell’Aquila hanno già dato ordine di far partire i lavori di ristrutturazione degli edifici scolastici danneggiati parzialmente.
Ma è possibile che in un futuro non troppo lontano le scuole siano davvero sicure ed eco-compatibili? «L’energia», scrive ScuolER, «sta rivoluzionando l’edilizia ed il modo di abitare. Il risparmio energetico e l’efficienza energetica non sono più un optional come evidenziano gli scenari climatici. Per questo l’Ue ha deciso di attuare un deciso programma di interventi che, per il 2020, dovrebbe raggiungere i seguenti obiettivi: 20% di fonti rinnovabili, 20% di risparmio energetico e 20% di riduzione di CO2. In Italia si sta assistendo ad una forte corsa al solare, ma i finanziamenti per pannelli fotovoltaici e per il solare termico sono solo l’inizio di un nuovo modo di pensare l’edilizia scolastica. Le nuove scuole sono infatti costruite secondo i principi di bio-edilizia e domotica in ogni dettaglio, dalle fondamenta al tetto, passando per la disposizione dell’arredo e dell’illuminazione».

8 aprile 2009. Organici: i dati del decreto ufficiale. Il decreto sugli organici 2009/2010, pubblicato lo scorso 2 aprile attraverso la circolare ministeriale n.38, renderà effettivi i tagli previsti dalla Finanziaria per i docenti e il personale ATA. Vediamo come. I tagli saranno 42.102: di questi 31.485 ricadranno nell’organico di diritto, mentre 5.001 nell’organico di fatto, oltre a 5.616 posti in meno per l’insegnamento della seconda lingua comunitaria. Inoltre le autonomie scolastiche cancellate saranno 245 (di cui 75 in Calabria, 33 in Sardegna, 19 in Abruzzo).
Il Ministro Gelmini ha così commentato il decreto: «Con la Finanziaria era stato previsto un taglio di 42.000 posti. Ma sarà un numero ampiamente inferiore perché abbiamo avuto 31.000 pensionamenti e quindi significa che avremo un numero molto inferiore di tagli: 11.000 supplenti non riconfermati e poi altri non confermati a causa dell’esubero di docenti di ruolo e della riduzione di spezzoni-orario. La somma fa al massimo 18.000 supplenti non riconfermati. È comunque un dato pesante, ma non sono i 42.000 previsti dalla Finanziaria».
In ogni caso, anche se a non essere riconfermati saranno circa 18.000, nella scuola italiana ci saranno 42.000 posti in meno, che se invece fossero rimasti, avrebbero potuto generare molte immissioni di ruolo e supplenze annuali. Per il reinserimento degli esuberi si parla di brevi supplenze nel corso dell’anno.
Tutto questo si inserisce in uno scenario in cui le classi saranno sempre più numerose, per far fronte all’aumento degli iscritti e alla diminuzione di cattedre, con conseguenze non indifferenti nell’area didattica.
I tagli delle cattedre coinvolgeranno in prevalenza il primo ciclo (25.482) nel momento in cui si registra un aumento di 15 mila iscritti. La scuola superiore al contrario, subirà la metà dei tagli (11.347) e un decremento nelle iscrizioni (- 26.000 alunni).
Vediamo adesso come saranno costituite le classi.
Nella scuola dell’infanzia le classi avranno un minimo di 18 e un massimo di 29 bambini; per la scuola primaria si potrà andare da 15 a 27 alunni, mentre alle secondarie di primo grado si andrà da 18 a 30 studenti per classe. Nelle scuole superiori, invece, le classi andranno da un minimo di 27 ad un massimo di 30. Queste cifre possono subire aumenti del 10% e il Ministero ha fatto sapere che in ogni caso nelle scuole dove gli standard di sicurezza non vengono attuati si potranno applicare i parametri del decreto 331 del 1998.
Nelle classi con uno studente diversamente abile, gli alunni non dovranno essere più di 20, con la possibilità di creare classi più affollate per far fronte agli esuberi (ma senza poter aumentare l’organico).
Ricordiamo che nella scuola primaria non esistono più le cosiddette «compresenze» di più materie, e che per le prime classi è previsto un monte di ore settimanali di 27. Nel caso in cui la scuola, su richiesta dei genitori, volesse organizzare classi a tempo pieno (40 ore settimanali) dovrà farlo senza sforare i limiti delle cattedre dell’ultimo decreto.
Per quanto riguarda la riduzione del personale ATA, si parla invece di chiamare nelle scuole imprese di pulizia e istituire straordinari per ri-distribuire il lavoro. La Finanziaria prevede tagli di 44.500 posti nei prossimi tre anni così distribuiti: 26.076 posti in meno per i collaboratori scolastici, 10.452 per gli assistenti amministrativi, 3.965 per i tecnici e 307 per gli altri profili. Si prevede inoltre l’istituzione della figura di «coordinatore tecnico» nei casi in cui siano presenti almeno 4 assistenti tecnici, e di «coordinatore amministrativo» qualora ci siano più di 4 assistenti amministrativi. L’istituzione di queste figure porterà all’eliminazione di un posto di assistente nella categoria corrispondente nelle scuola dove saranno attivati.

1 aprile 2009. Maturità, disciplina e regolamenti. L’esame di Maturità ha bisogno di un drastico cambio di rotta? È giusto non ammettere all’esame gli studenti che riporteranno a fine anno anche solo una insufficienza? Domande a cui in tanti provano a dare risposta, invocando severità, serietà e ricordando gli allarmanti dati relativi agli studenti che abbandonano le università prima di ottenere la laurea (già dopo il primo anno più della metà). «Tornare ad esami seri è un imperativo sociale e morale, un servizio educativo ai ragazzi, un contributo decisivo a costruire la loro immagine di sé e la loro presenza nel mondo. Dove per “esame serio e severo” si intende “una macchina della verità” capace di segnalare al ragazzo il suo livello reale di conoscenze, abilità, competenze. Costruirla è complicato», scrive Cominelli sulle pagine del Sussidiario.net, chiedendosi se non sia il caso di tornare al modello gentialiano, durato con alti e bassi fino alla riforma del 1969, e fondato su due pilastri: una selezione durissima in entrata fin dalla scuola elementare e una selezione molto severa in uscita all’esame di maturità.  
Il tema della scuola-selezionatrice infiamma il dibattito degli addetti ai lavori da molti anni. Si suppone, infatti, che i ragazzi che escono dalle scuole superiori abbiano raggiunto un livello di preparazione "certificato". Un livello che gli permetta di affrontare in sicurezza il mondo del lavoro o quello delle Università. Dove, tra l’altro, la differenza non deve essere fatta da un più alto numero possibile di studenti iscritti (anche se tale fattore permette di aumentare le cattedre) ma da un alto livello di competenze maturate da chi vi si iscrive. 
Intanto, rimandata al prossimo anno la riforma delle scuole superiori e dunque quella relativa all’esame di Stato, la novità contenuta nel Regolamento sulla valutazione preparato dal ministro Gelmini prevede che per accedere agli esami servirà una valutazione di almeno sei decimi in ogni disciplina, comportamento incluso. Se il Presidente della Repubblica firmerà il testo, il decreto potrà esser valido già a partire dal prossimo giugno. 
Dati alla mani, è facile rendersi conto che a rischiare la non-ammissione sono moltissimi studenti: alla fine del primo quadrimestre 72 ragazzi su 100 avevano riportato una o più insufficienze in pagella e un anno fa i ragazzi con voto negativo a fine anno erano il 65% del totale. Ma fino all’anno scorso l’ammissione agli esami di maturità era prevista anche per gli studenti con una o più insufficienze.
Anche se il ministro Gelmini ha confermato che «Con un 5 non si verrà ammessi all’esame», il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Carlo Giovanardi ha calmato le acque ricordando che «si può discutere se ci debba essere un rigore tale per cui basta una sola insufficienza per non essere ammessi all’esame, ma eventualmente ciò deve entrare in vigore quando gli studenti e le famiglie sanno quali sono le regole del gioco e non a partita già ampiamente iniziata [cioè alla fine di marzo]». 
Severità per ottenere disciplina, disciplina per raggiungere le competenze: la maturità ha bisogno di un drastico cambio di rotta?

25 marzo 2009. Giovani lettori e nuove tecnologie. Si è svolta a Bologna dal 23 al 26 marzo la Fiera del Libro per Ragazzi 2009, il più importante evento dedicato all’editoria rivolto ai lettori più giovani; l’occasione è stata ghiotta per dare uno sguardo a questo settore, alle sue prospettive e al suo rapporto con le nuove tecnologie. La Fiera del Libro per Ragazzi, appuntamento internazionale, che giunge quest’anno alla 46ª edizione, ospita 1300 espositori, editori, autori, illustratori, agenti letterari, produttori cine-televisivi, librai, bibliotecari, insegnanti, stampatori, distributori, fornitori di servizi; molte le iniziative degne di nota, tra cui la Mostra degli Illustratori, il Bologna ragazzi Award 2009 e la Fabbrica delle Favole.
Per l’occasione Il Sole24ore ha intervistato Antonio Monaco, coordinatore del gruppo «Editoria per ragazzi» dell’AIE, Associazione italiana editori; secondo una recente ricerca il settore dell’editoria giovanile è ancora oggi uno dei più vitali, nonostante abbia accusato un rallentamento nell’ultimo decennio. I dati mostrano che, nonostante la crisi, si è potuto assistere ad un incremento della lettura tra i giovani, con percentuali che vanno dal 59,9% per gli 11-14enni al 50% per i 18-19enni. Si conferma dunque il dato secondo cui con l’aumentare dell’età diminuisce, gradualmente, il tempo dedicato alla lettura.
I dati confermano poi che i ragazzi leggono molto più dei loro genitori. E non corre pericoli il libro inteso come "oggetto": il web, pur permettendo maggiore fruibilità di contenuti, non ha intaccato trai giovani lettori il fascino del libro fisico. Anzi i navigatori assidui risultano essere grandi consumatori di libri. Certamente il lavoro da fare è ancora tanto, come sottolinea Monaco: «È necessario agire sull’accessibilità e la fruibilità dei libri. Aumentare le disponibilità dei libri per ragazzi nelle biblioteche, promuovere eventi, appuntamenti e fiere dedicate all’editoria per i giovani e far partire una campagna promozionale sistematica della lettura, che potrebbe iniziare già dal prossimo anno.
Il confronto con le nuove tecnologie e le moderne piattaforme dedicate alla divulgazione di testi, documenti e informazioni è uno dei temi più affrontati nel corso della kermesse bolognese. Il pianeta scolastico, totalmente coinvolto in questo processo, conferma il ruolo centrale nella formazione alla lettura dei giovani lettori: se l’offerta è giunta a livelli soddisfacenti, occorre ora lavorare sul fronte della domanda, stimolando e arricchendo la voglia di lettura dei giovani studenti. Come scrisse De Mauro «Niente come la lettura di un libro, nell’apparente quiete e nel silenzio, può dischiudere in modo imprevedibile la vista di nuovi orizzonti di vita».

18 marzo 2009. Valutazione studenti: ecco il regolamento. Durante la riunione del Consiglio dei Ministri n. 41 di venerdì 13 marzo 2009 sono stati approvati una serie di provvedimenti tra cui lo schema di regolamento che coordina le disposizioni vigenti in materia di criteri per la valutazione degli studenti.  Il regolamento introduce definitivamente, tra le altre cose, la valutazione con il voto numerico per tutte le materie e in tutte le scuole, dalla primaria alla secondaria di secondo grado. Un voto che divide: se da una parte la maggioranza dei genitori sembra favorevole (la chiarezza garantita da un numero è indiscutibile), dall’altra molti docenti rinunciano a malincuore ad un sistema che comunque funzionava e che, soprattutto nei primi anni, aveva avuto una funzione atta a "formare", non solo "giudicare". I critici reputano il voto in decimi un sistema di valutazione asettico, privo di approfondimenti personali; con il "5" si boccia e non ci sono scappatoie.
La valutazione complessiva, fino ad oggi legata all’apprendimento, terrà conto anche del comportamento degli studenti quale elemento essenziale del processo formativo e requisito di base per l’ammissione agli anni successivi ed agli esami di Stato: «Sono ammessi alla classe successiva gli alunni che in sede di scrutinio finale conseguono un voto di comportamento non inferiore a sei decimi e, ai sensi dell’articolo 193, comma 1, secondo periodo, del testo unico sulla legislazione scolastica approvato con decreto legislativo n. 297 del 1994, una votazione non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina o gruppo di discipline valutate con l’attribuzione di un unico voto secondo l’ordinamento vigente. La valutazione finale degli apprendimenti e del comportamento dell’alunno è riferita a ciascun anno scolastico».
Il 5 in condotta, che sarà attribuito dal consiglio di classe e non dal collegio dei docenti, comporterà la non ammissione all’anno successivo o agli esami di Stato e concorrerà alla determinazione dei crediti scolastici. Il consiglio dovrà ricorrere a tale giudizio nei seguenti casi: 
• lo studente non frequenta regolarmente i corsi e non assolve assiduamente agli impegni di studio;
• lo studente non ha nei confronti del capo d’istituto, dei docenti, del personale della scuola e dei compagni il dovuto rispetto;
• lo studente non osserva le disposizioni organizzative e di sicurezza dettate dai regolamenti dei singoli istituti;
• gli studenti che non utilizzano correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici;
• gli studenti che arrecano danno al patrimonio della scuola.
Come già accennato nella circolare n.10/2009, l’educazione fisica, mediante la provvisoria abrogazione del vetusto articolo 304, concorre alla determinazione della media dei voti. Prima della fine dell’anno scolastico l’art. 304 dovrà essere cancellato.

11 marzo 2009. Cittadinanza e Costituzione, ecco le linee guida. «Nuovo approccio, nuovi contenuti, nuova apertura all’esterno»: il ministro del Miur Mariastella Gelmini ha definito lo scorso 4 marzo le principali caratteristiche della nuova Cittadinanza e Costituzione, materia che prenderà il posto dell’attuale Educazione civica, sarà insegnata per un’ora a settimana dal professore di Storia e Geografia senza aumenti di orario. Nella conferenza a palazzo Chigi, accanto al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, la Gelmini ha spiegato che Cittadinanza e Costituzione «comprenderà l’educazione stradale, alimentare e sportiva. Investiremo un miliardo di euro anche se non ci saranno nuovi professori a insegnarla né verrà modificato l’orario scolastico. Assumeranno più importanza l’interdisciplinarietà, le sinergie, le compresenze di elementi di storia, di geografia e più in generale dell’ambito umanistico. Insomma, cambierà l’approccio alla materia»
Perché cittadinanza, perché costituzione
Con il termine “cittadinanza”, spiega il documento pubblicato nel sito Iostudio a questo indirizzo, «si vuole indicare la capacità di sentirsi cittadini attivi, che esercitano diritti inviolabili e rispettano i doveri inderogabili della società di cui fanno parte ad ogni livello - da quello familiare a quello scolastico, da quello regionale a quello nazionale, da quello europeo a quello mondiale - nella vita quotidiana, nello studio e nel mondo del lavoro».
Come ricordato anche dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 60° anniversario della Costituzione, lo studio di quest’ultima permette non solo di conoscere il documento fondamentale della nostra democrazia ma anche di fornire una “mappa di valori” utile per esercitare la cittadinanza a tutti i livelli. Napolitano ha sottolineato l’importanza di «insegnare, studiare e analizzare nelle scuole il dettato costituzionale per offrire ai giovani un quadro di riferimento indispensabile a costruire il loro futuro di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri».
La materia rappresenterà anche l’occasione per costruire nelle nostre classi, dove sono presenti ragazze e ragazzi con provenienze, storie, tradizioni e culture diverse, delle vere comunità di vita e di lavoro, elaborando percorsi che costruiscano contemporaneamente identità personale e solidarietà collettiva, competizione e collaborazione.

3 marzo 2009. Voti, ecco i numeri degli scrutini intermedi. Il Ministero ha diffuso i dati relativi ai voti degli studenti al termine del primo quadrimestre. Nelle scuole superiori il 72% degli studenti ha riportato almeno una insufficienza: sono di più rispetto all’anno passato, quando la percentuale fu pari al 70,3%. Il maggior numero di insufficienze sono degli studenti degli istituti tecnici (78,1%); seguono i licei artistici e gli istituti d’arte, gli ex magistrali, i licei scientifici e i classici. Tra le discipline, le lingue straniere superano la matematica e diventano la materia che registra il maggior numero di insufficienze (63,3%, nel 2008 erano il 62,2%).
I corsi in cui sono registrati le maggiori carenze sono state fatte registrare dagli studenti iscritti negli istituti professionali: qui, recita il comunicato del Miur, «l’80% dei ragazzi ha riportato insufficienze (valore identico a quello dello scorso anno). Seguono gli istituti tecnici con il 78,1% (dato peggiore del 76,4% dello scorso anno), i licei artistici e gli istituti d’arte 77,2% (73,8%), gli ex istituti magistrali con il 70,9% (57,6%), i licei scientifici 64,5% (61,9%), i classici 60,1 (57,6%) ed infine i licei linguistici con 59,9% (67,4% lo scorso anno)».
La matematica è ancora la materia con il maggior numero di insufficienze: il 59,7% dei ragazzi ha riposrtato il debito. Seguono l’inglese (54%), la seconda lingua comunitaria (51,4%), storia (51,1%), scienze (45,7%), geografia (42,8%), italiano (42,6%), tecnologia (38%), arte e immagine (25,7%), musica (24,7%). Scienze motorie e sportive chiude la classifica con il 7,4% di voti al di sotto del 6.
Per quanto riguarda il tanto temuto 5 in condotta, che da quest’anno se assegnato dai Consigli di Classe a giugno porta all’automatica bocciatura, i pareri sono discordi: qualcuno ha parlato di "pioggia di 5", ma statisticamente è stato registrato un caso di insufficienza ogni 100 studenti. Secondo i dati del ministero, infatti, sono state assegnate complessivamente 34.311 insufficienze in condotta. Di queste circa un quarto (8.151) non hanno insufficienze nelle materie. Gli studenti più indisciplinati sono concentrati al Sud (15.683 studenti con insufficienza in condotta più 4.175 con insufficienza solo in condotta), al Nord (7.174 ragazzi con insufficienza in condottapiù 1.681 con insufficienza solo in condotta), alle isole (5677 ragazzi con insufficienza in condotta più 1.100 con insufficienza solo in condotta) e al Centro (5.777 studenti con insufficienza in condotta più 1.089 con insufficienza solo nel condotta).

25 febbraio 2009. Aspiranti docenti, un percorso di 6 anni. Gli esperti del Miur, al lavoro dallo scorso autunno per ridefinire il percorso che avrebbe portato all’insegnamento, hanno inviato al Cun, il Consiglio universitario nazionale, il nuovo regolamento (chiamato da tutti "bozza Israel" dal nome del presidente del Gruppo stesso, il professor Giorgio Israel) che, di fatto, cancella definitivamente le Scuole per l’insegnamento secondario. Gli aspiranti docenti dovranno conseguire la laurea magistrale e, nell’anno immediatamente successivo, saranno impegnati in un «tirocinio attivo», svolto a cavallo fra scuola e università e concluso da un esame abilitante. Per gli insegnanti di scuole dell’infanzia e delle primarie il tirocinio è compreso nei 5 anni accademici (si tratterà infatti di una laurea quinquennale a ciclo unico e a numero chiuso che, a partire dal secondo anno, vedrà gli aspiranti maestri impegnati anche a un tirocinio «ad intensità crescente»).
Il nuovo percorso si prepara a debuttare a partire dal prossimo anno accademico; all’Università, dunque, dovrà essere completato il passaggio dalle lauree specialistiche ai nuovi titoli «magistrali». Anche se il titolo accademico che si conseguirà sarà quello di dottore magistrale ci saranno delle diversificazioni: 
1) Scuola d’infanzia e primaria: corso di laurea magistrale quinquennale a ciclo unico, comprensivo di tirocinio da avviare nel secondo anno di corso e con aumento progressivo di intensità fino all`ultimo anno.
2) Scuola secondaria di primo e secondo grado: un corso di laurea magistrale biennale ed un tirocinio annuale.
3) Per le discipline artistiche, musicali e coreutiche della scuola secondaria di primo grado e di secondo grado biennio accademico di II livello (decreto ministeriale n. 137 del 2007) ed un tirocinio annuale.
A proposito del tirocinio esso sarà articolato in 60 crediti formativi e si svolgerà tra Università e la scuola dove il docente svolgerà effettivamente le ore di pratica. In facoltà si studieranno le scienze dell’educazione e la pedagogia (18 crediti) e le didattiche sulle discipline da insegnare (21 crediti). Il tirocinio nella scuola, guidato da un insegnante tutor, offrirà 12 crediti e dovrà essere «attivo» (di qui il nome di Tfa, tirocinio formativo attivo): impegnerà il futuro professore in attività di classe reali. Infine la tesi finale con relazione sul tirocinio varrà 9 crediti. L’esame finale di abilitazione valuterà la relazione di tirocinio (in settantesimi, con una votazione minima di 49 per avere successo) e gli esami della laurea magistrale (in trentesimi, frutto di una media ponderata dei voti d’esame). Il punteggio di questa prova costituirà il «voto di abilitazione» all’insegnamento.
I primi commenti non si sono fatti attendere: Giovanni Cominelli, sulle pagine del «Sussidiario.net» lamenta l’esclusione «dell’universo delle autonomie scolastiche dall’itinerario di formazione dei futuri docenti. Se le competenze richieste sono la conoscenza della disciplina, l’abilità di mediazione didattica e la capacità di stare da persone adulte con i ragazzi, l’Università è in grado di fornire e di accertare solo la prima. La verifica del possesso delle altre si può dare solo sul campo. Il campo sono le scuole. Perciò il giudizio delle scuole, attraverso il tutor di scuola, deve essere determinante: deve valere più del 50% dell’intera laurea magistrale. Perché la scuola, e non l’Università, è il commissioner della formazione dei docenti, proprio perché ne è il destinatario finale. Qui viceversa è il Consiglio di laurea che “tiene conto”!».
Gli risponde lo stesso prof. Israel: «Abbiamo introdotto un anno di tirocinio (uno solo: quindi non c’è allungamento del percorso, ma una riduzione rispetto al 3+2+2), che, a differenza delle SSIS, è mirato principalmente all’attività in classe. Nessuno vuole che il tirocinio sia gestito esclusivamente dalle università; ma non sarebbe nemmeno giusto lasciarlo esclusivamente in mano alla scuola. Dev’essere un’operazione gestita in maniera collaborativa, in cui una buona parte del lavoro si svolge in classe, sotto l’occhio di un insegnante, e in cui sono poi previsti i laboratori didattici, anch’essi alla presenza dei docenti della scuola secondaria. Quindi si tratta di avere un’interazione tra le due componenti».
Discutiamo della bozza nel nostro blog a questo indirizzo.
Scarica bozza di regolamento ministeriale presentata al CUN [file .pdf - 222kb]

18 febbraio 2009. Domande e risposte sulla riforma della scuola. In attesa di poter conoscere con qualche dettaglio in più come si muoverà il MIUR sulla tanto attesa riforma delle scuole superiori, è possibile consultare le risposte alle domande più frequenti sui cambiamenti che interesseranno tra pochi mesi la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione. Nel sito del Ministero dell’istruzione, infatti, è stata aperta una nuova sezione chiamata «Come cambia la scuola - guida alla riforma» che non manca di un’apposita pagina dedicata alle FAQ, Frequency Asked Questions. Molte questioni aperte riguardano il numero degli alunni per classe e il limite dei 300 studenti per far funzionare una istituzione scolastica; lo scontro istituzionale che ne è derivato è quindi posto in provvisorio stand-by fino al 15 giugno prossimo, quando si dovrà stipulare una intesa in sede di Conferenza unificata per procedere alla razionalizzazione delle rete scolastica italiana.
Se nella scuola dell’infanzia la principale novità sta nel ritorno all’anticipo, nella primaria i principali dubbi riguardano la figura del docente di riferimento e la conseguente riduzione delle compresenze dei maestri. Il docente unico, secondo la riforma, impiegherà le sue 22 ore di insegnamento sulla classe per poi lasciare ad altri docenti di supporto il completamento dell’orario di 24, 27 o 30 ore; secondo lo schema di regolamento le classi funzionanti secondo il vecchio ordinamento confermeranno l’orario attuale e manteranno la conduzione in team (3 docenti ogni due classi) con affidamento a ciscuno di uno specifico ambito. Nella secondaria di I grado, stabilite le 30 ore settimanali e le attività o insegnamenti facoltativi o opzionali, alcune perplessità derivano dal previsto potenziamento della lingua inglese e dalle modalità dell’esame di fine ciclo.
Di seguito alcune risposte significative.
Scuola dell’infanzia:
- Qual è il numero minimo di iscrizioni per poter formare una classe, tenendo presente che il comune dove abito è molto piccolo e si trova in un territorio montano?
Attualmente occorrono 15 bambini per costituire una sezione di scuola dell’infanzia. Dal prossimo anno il numero potrebbe essere più elevato. C’è, comunque, sempre un’attenzione particolare da parte dell’Amministrazione scolastica nei confronti delle piccole scuole dei Comuni montani.
- Le sezioni della scuola dell’infanzia saranno ad orario esclusivamente antimeridiano?
Le sezioni di scuola dell’infanzia hanno e avranno un orario normale della durata di 40 ore settimanali (8 ore al giorno) senza alcuna riduzione. Come per il passato, la circolare delle iscrizioni ha ricordato che le famiglie possono avvalersi, se credono, di orario ridotto con la sola frequenza delle attività del mattino. Attualmente tale scelta è richiesta da meno del 9% delle famiglie.
- Come è possibile che in una scuola dell’infanzia ci siano sezioni a 26-27 bambini con uno o due bambini disabili in ognuna se il limite è 20? Cosa possono fare le insegnanti per far rispettare il numero massimo?
Solo dal prossimo anno scolastico nelle classi e nelle sezioni che accolgono bambini con disabilità si cercherà di limitare il numero degli iscritti, portandolo, di norma, a 20. Ciò dipenderà anche dalle disponibilità di organico assegnato e dall’attuale dotazione complessiva di docenti di sostegno presente in ambito regionale, visto che alcune regioni, in base al numero di alunni con disabilità inseriti, hanno in proporzione più posti del dovuto. Del resto l’affollamento delle sezioni dipende spesso anche dalla mancanza di altri servizi per l’infanzia sul territorio.
Scuola primaria:
- Un unico docente sarà in grado di gestire una classe di 25/30 alunni?
Anche oggi, nelle classi dove insegnano più docenti, il maestro durante la lezione si trova a gestire da solo 25 bambini (non 30, perché 25 è il limite massimo). La questione va considerata da un altro punto di vista. Il docente, nel momento in cui diventerà l’insegnante di riferimento della classe, potrà assicurare in forma quasi esclusiva e in continuità il rapporto con le famiglie e con gli alunni. Poiché svolgerà personalmente la prevalenza degli insegnamenti delle varie materie, potrà assicurare anche maggiore unitarietà all’insegnamento.
- L’insegnante unico abilitato all’insegnamento della lingua inglese potrà essere impegnato anche in altre classi?
No. L’insegnante assegnato alla classe prima come docente unico di riferimento svolge tutto il proprio orario di servizio in quella classe.
È consentito che il numero massimo di 25 alunni per classe venga incrementato durante l’anno per nuove iscrizioni?
Il numero massimo di alunni nelle classi di scuola primaria è, di norma, 25, secondo quanto dispone attualmente l’articolo 15 del decreto ministeriale 25 luglio 1998, n. 331. La disposizione è confermata, in linea di massima, anche per il 2009-2010. Eventuali iscrizioni in corso d’anno possono essere accolte nel limite di oscillazione del 10% (due-tre unità).
- Mio figlio deve iscriversi alla seconda elementare, avrà l’insegnante unico?
L’iscrizione alle classi successive alla prima avviene d’ufficio, senza intervento o richiesta delle famiglie.
Le classi che attualmente funzionano a 27 o 30 ore settimanali oppure a tempo pieno (40 ore) continueranno a funzionare anche l’anno prossimo con lo stesso orario.
In quelle classi, compresa la seconda che frequenterà Suo figlio, non vi sarà il docente unico di riferimento ma il gruppo dei docenti attuale.
Scuola secondario di I grado:
- I moduli orari di lezione devono essere di 60 minuti?
L’autonomia didattica consente di organizzare unità di insegnamento non coincidenti con l’unità oraria della lezione, ma comporta comunque tassativamente che l’orario complessivo settimanale raggiunga le prescritte 30 ore effettive di lezione obbligatorie. Per i docenti questo comporta l’obbligo, comunque sia stata la durata dell’unità didattica di lezione, di prestare le 18 ore di insegnamento (tutte da 60 minuti l’una) previste contrattualmente. In caso diverso devono recuperare le ore non prestate.
- L’insegnamento dell’inglese potenziato riguarda soltanto le prime classi o anche le seconde e le terze?
L’insegnamento potenziato dell’inglese è una facoltà rimessa ai genitori che iscrivono quest’anno i propri figli alla prima classe della scuola secondaria di I grado e che ha valore vincolante per l’intero corso fino alla terza. Le classi successive alla prima non sono coinvolte in questa estensione oraria dell’insegnamento dell’inglese.
- Vorrei ricevere qualche notizia in più sulle novità relative all’esame di stato conclusivo del primo ciclo.
Lo schema di regolamento è in fase di definizione. Sulla base di esso, se confermato nell’attuale stesura, sarà il Ministro a fissare con proprio decreto le materie d’esame e le prove scritte. Per l’anno scolastico in corso dovrebbero, però, essere confermate le prove scritte dell’anno scorso: oltre alle prove scritte nazionali, italiano, matematica e lingua comunitaria. La valutazione finale verrà espressa con voto in decimi, anziché con giudizio sintetico.
L’elenco completo delle domande e delle risposte si trova a questo indirizzo

11 febbraio 2009. Adozioni, ecco la circolare del ministero. Il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha diramato il 10 febbraio 2009 la circolare n.16 sull’adozione dei libri di testo per l’anno scolastico 2009/2010. Il collegio dei docenti ha ora tempo fino al 15 aprile 2009, per le classi della secondaria di I grado, e entro la seconda decade di maggio per tutte le classi della primaria e alle superiori per deliberare le adozioni. La circolare sottolinea i cambiamenti cui andrà incontro il mondo dell’editoria nei prossimi anni: a fianco del tradizionale libro a stampa le scuole potranno scegliere testi scaricabili in parte o integralmente da internet (ancora non sono state specificate le modalità). I libri scelti, inoltre, non potranno essere cambiati per almeno 5 anni nella scuola primaria e 6 in quella secondaria. Agli editori sarà permesso integrare i testi con appendici di aggiornamento, se necessario, in relazione a modifiche dei programmi di insegnamento. 
Come riporta la circolare «la varietà diversificata dell’offerta editoriale, oggi consentita anche dalle tecnologie disponibili, e il raccordo stretto, imposto da ragioni di efficienza, tra funzionalità e costi, facilitano scelte migliorative, già in parte anticipate dalle buone pratiche didattiche. Si tratta di opzioni impegnative  che mirano ad armonizzare le proposte degli insegnanti, le scelte delle scuole, la fruizione da parte degli studenti, la collaborazione dei genitori e, allo stesso tempo, a favorire le condizioni per un’offerta ricca, pluralistica e in continuo sviluppo, di proposte editoriali». Il testo specifica quindi che, essendo in atto un consistente investimento per dotare le scuole di ogni ordine e grado delle innovazioni tecnologiche necessarie al migliore supporto della didattica, è giunto il momento che la scuola rivendichi il suo essere luogo privilegiato per un insegnamento connesso alla memoria così come all’innovazione. 
Sarà dunque fondamentale effettuare le adozioni considerando, in termini di praticabilità, il livello tecnologico (dotazioni disponibili, preparazione degli insegnanti, costi aggiuntivi) delle scuole interessate; il ministero auspica che i nuovi strumenti di adozione possano risolvere «la questione a lungo irrisolta del peso eccessivo dei libri di testo».
Per gli studenti delle scuole medie e dei primi due anni delle scuole superiori appartenenti a famiglie meno abbienti sarà possibile richiedere borse di studio e rimborsi parziali della spesa sostenuta per l’acquisto dei libri. A tal fine, le risorse finanziarie disponibili, assegnate complessivamente alle amministrazioni comunali, sono pari a € 103.291.000 per i rimborsi alle famiglie e a € 154.937.070 per le borse di studio agli alunni in obbligo scolastico. 
Con un decreto di prossima emanazione saranno definite le caratteristiche tecniche e tecnologiche dei libri di testo e i tetti di spesa per ciascuna classe di scuola secondaria di primo e di secondo grado.
Leggi la circolare n.16 del 10 febbraio 2009 [file .pdf - 55 kb]

4 febbraio 2009. Condotta, piovono 5 e scattano i ricorsi. Dopo la raffica di voti bassi registrati in tutta Italia, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini fa sapere di voler seguire la strada della liberalizzazione dell’insufficienza in pagella alla voce "comportamento". Entro 3 settimane la proposta verrà portata in Consiglio dei ministri sotto forma di regolamento esplicativo e, questa volta, per poter dare il 5 (che nel secondo quadrimestre porta alla bocciatura automatica) non sarà più necessario che l’alunno sia stato sospeso per oltre 15 giorni. Così il ministro: «Faremo chiarezza. Ci siamo resi conto che il criterio scelto era troppo rigido e affievoliva la norma. Perciò lasceremo alla scuola la valutazione caso per caso, secondo buon senso. Vogliamo che finisca l’indisciplina. La scuola deve recuperare autorevolezza. Molti presidi ci segnalano che da quando è stato reintrodotto il voto in condotta, gli studenti sono più accorti e rispettosi, con i professori e con i compagni». 
A giudicare dalla pioggia di 5 e 6 verificata nei primi scrutini - nonostante le disposizioni non abbiano mostrato particolare chiarezza e l’applicativo del 16 gennaio sia arrivato in ritardo - il voto in condotta sta davvero cambiando fisionomia e modalità di utilizzo (con la speranza che non diventi una sorta di arma impropria in mano ai docenti). Ma, come naturale conseguenza, non mancano le polemiche: si legge nel Corriere Veneto che «gli ispettori scolastici hanno lanciato l’altolà ai presidi degli istituti superiori del Veneto: "Fate attenzione se assegnate voti bassi come un 5 o un 6. Si rischiano contenziosi e ricorsi". Lo ha spiegato l’ispettore Stefano Quaglia alla conferenza dei servizi dei dirigenti scolastici della regione, riuniti ieri al liceo artistico Modigliani di Padova. Un monito chiaro, dopo i casi scoppiati nei giorni scorsi, con una sfilza di voti negativi in condotta affibbiati agli studenti senza motivi disciplinari gravi, e con l’ufficio scolastico regionale costretto ad inviare gli ispettori per verificare sì il comportamento, ma dei presidi».
Secondo Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione presidi (Anp), «ben venga la rettifica dei criteri, è giusto che a decidere siano il consiglio di classe e i docenti, non serve l’uso massiccio delle insufficienze in condotta». 
Come sottolinea l’editoriale di Diesse, «le incertezze non solo semantiche implicite nella normativa, per cui da una parte si richiama ad una responsabilità personale dell’insegnante (da condividere con i colleghi) e dall’altra a “eventuali indicatori di apprendimento” cui i docenti possono fare ricorso (la famosa docimologia), è indicativa di una situazione generale per cui nella scuola ciò che attiene alla valutazione (in pratica tutto, perché fare lezione è anzitutto guardare se gli alunni apprendono), passa attraverso un “io” che valuta. In questo caso la soggettività del docente. La valutazione è infatti una riconversione continua del docente dallo schema alla attivazione di un rapporto con l’alunno. Per valutare il docente deve essere uno che prende sul serio sé e l’altro. Allo stesso modo l’altro (l’alunno) è chiamato a diventare consapevole delle proprie capacità e dei propri mezzi dentro un rapporto che valuta, cioè giudica. Si valuta e si accoglie la valutazione dentro un metodo, un cammino da fare insieme. Magari aspro, ma un cammino da compiere».

28 gennaio 2009. Voto in condotta e voti decimali, ulteriori indicazioni. Il 16 gennaio 2009 il MIUR ha emanato il Decreto Ministeriale n.5 che contiene le indicazioni relative alla valutazione del comportamento degli studenti. Poiché una nota del 28 gennaio ha aggiunto ulteriori indicazioni, è il momento di fare il punto della situazione. Intanto, sull’assegnazione del 5 in condotta, nel decreto [leggi nel sito del MIUR] era specificato che la valutazione insufficiente scaturisse da un giudizio complessivo del consiglio di classe, esclusivamente in presenza di comportamenti per i quali «i regolamenti di istituto prevedano l’irrogazione di sanzioni disciplinari che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla comunità scolastica per periodi superiori a quindici giorni». Tuttavia, nella nota del 28, il ministro Gelmini ha fatto sapere che alle scuole «sarà data maggiore libertà di decidere in autonomia quando assegnare il 5 in condotta: il limite dei 15 giorni di sospensione per l’attribuzione all’ insufficienza, contenuto nel decreto sulla valutazione del comportamento emanato lo scorso 16 gennaio, potrebbe essere eliminato già a partire dagli scrutini del secondo quadrimestre».
Ma quale sarà effettivamente il peso del voto in condotta? Il decreto spiega che «la valutazione del comportamento inferiore alla sufficienza, ovvero a 6/10, riportata dallo studente in sede di scrutinio finale», comporta la bocciatura. Viene quindi da pensare che anche un 10 in condotta possa fare media e quindi concorrere all’attribuzione dei punti di credito al superiore. Lo stesso ministro Gelmini, in un’intervista rilasciata al GT ragazzi ha detto che verrà conteggiato. Aspettiamo di vederlo scritto prissimamente.
Per quanto riguarda la valutazione decimale, alla vigilia della scadenza del primo quadrimestre, rimangono ancora dubbi e incertezze da parte dei collegi. Anche se nell’ordinamento ci sono due punti fermi che vale la pena riportare
1. Dall’ anno scolastico 2008/2009, nella scuola primaria la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi ed illustrata con giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno.
2. Dall’anno scolastico 2008/2009, nella scuola secondaria di primo grado la valutazione periodica ed annuale degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze da essi acquisite è espressa in decimi,
resta troppo generica l’indicazione secondo cui «spetta alle scuole adattare in modo opportuno la scheda per la valutazione». Inoltre da nessuna parte è chiarito se la valutazione delle interrogazioni o dei compiti scritti deve essere effettuata con i voti o con i giudizi.
A proposito della rivalutazione della scala decimale come metro di giudizio per gli studenti, essa, sottolinea acutamente Tiziana Pedrizzi sulle pagine del Sussidiario.net, «risponde ad una esigenza giusta che è quella di fare un po’ di chiarezza sui livelli effettivamente raggiunti dagli allievi, dopo anni di buonismo e di nebulosità nel nome del percorso fatto, che hanno permesso lassismo e generato bassi livelli. Ma lo strumento scelto è inadatto; esso risponde alla esigenza permanente italiana di ritorno al buon tempo antico, ma non tiene conto che nel frattempo la scala decimale misurativa è stata nella teoria e nella normativa a livello internazionale soppiantata da una scala a tre o a cinque livelli, che fra l’altro corrisponde alla scala effettivamente usata dagli insegnanti italiani».

21 gennaio 2009. Telecamere antibulli a scuola. Dopo l’ennesimo episodio di bullismo, nel quale uno studente del Liceo «Aristotele» di Roma è stato accoltellato davanti all’istituto, si riaccende la discussione sulle misure da prendere contro la violenza nella scuola. La preside ha infatti proposto di istallare alcune telecamere all’interno e all’esterno dell’edificio, come deterrente per quei ragazzi più inclini alla violenza e agli episodi di bullismo. Il Ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, in un’intervista a Il Giornale, si è mostrata favorevole all’iniziativa (in ogni caso, decidere se istallare o meno le telecamere fa parte dell’autonomia delle scuole, che possono decidere di farlo in ogni momento). Il fatto di Roma «è un caso limite, ma episodi del genere, sia pure meno terribili, ci impongono di impegnarci di più nel campo della disciplina». Il Ministro ha precisato, tuttavia, che non crede che questo provvedimento sia la soluzione allo spinoso problema del bullismo, ma soltanto un deterrente per scoraggiare eventuali comportamenti violenti a scuola.
La questione andrebbe trattata alla base, cercando di educare i ragazzi alla correttezza e al vivere civile: «non bisogna fermarsi alle singole materie ma occorre che in aula si insegni pure un comportamento, uno stile di vita, basato sul rispetto degli insegnanti e degli altri compagni», sostiene Mariastella Gelmini. Inoltre, spesso esistono casi in cui i ragazzi sono sempre più soli, e manca il dialogo con le famiglie. Secondo l’inquilino di Viale Trastevere, esistono sistemi per educare i ragazzi e trasmettere loro valori positivi: «I ragazzi hanno una grande energia positiva che va incanalata. A giorni avrò un incontro con il Coni per favorire e rilanciare lo sport a scuola, affinché i ragazzi passino meno ore davanti al computer e facciano più esercizio fisico. […] Inoltre anche attraverso l’introduzione dell’educazione civica: materia fondamentale per favorire tra i giovani una corretta convivenza».
Nell’intervista si torna a parlare anche del voto in condotta: non è corretto parlare di «reintroduzione», dal momento che non è mai stato tolto, piuttosto questa riforma cerca di conferirgli di nuovo il suo peso, di modo che possa contribuire all’educazione degli studenti, anche dando più durevolezza alla figura dell’insegnante, che spesso non viene visto come una figura di riferimento dai ragazzi. «Grazie a queste nuove norme», si legge nel sito del MIUR, «con una insufficienza in condotta si potrà essere bocciati. Le scuole, comunque, possono prevedere nei propri regolamenti interni ulteriori criteri e iniziative per la prevenzione dei comportamenti sanzionabili. Più serietà e più rigore sono fondamentali per il miglioramento della scuola. Fondamentale, per recuperare questi valori, è la collaborazione tra scuola e famiglie. Anche per questo motivo, scuola, famiglie e studenti sono chiamati a sottoscrivere, all’inizio dell’anno scolastico, un Patto educativo di corresponsabilità sui corretti comportamenti da tenere a scuola».

14 gennaio 2009. Primo ciclo, il ritorno dei voti in decimi. Le scuole primarie e le secondarie di primo grado si apprestano ad assistere al ritorno del voto in pagella, dopo più di 30 anni di latitanza: i voti trimestrali, quadrimestrali e finali espressi in decimi erano stati cancellati il 4 agosto del 1977 (legge 517 - ministro della Pubblica Istruzione Franco Maria Malfatti). All’epoca i voti in decimi furono sostituiti dai giudizi analitici, articolati e descrittivi; nel 1996 si preferì adottare un sistema di giudizi sintetici, seppur sempre più complessi di un semplice numero. Ora è giunto il tempo del ritorno dei decimali, come da decreto legge deliberato dal Consiglio dei Ministri a settembre. La prime pagelle con i voti compariranno con la fine del primo quadrimestre: gli istituti sono però ancora in attesa dei regolamenti e, per questo motivo, aleggia con insistenza lo spettro del rinvio di un anno.
Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione nazionale presidi, critica i tempi ministeriali ma è fiducioso sui tempi di attuazione: «Quando ci sono cambiamenti di questa importanza occorre una riflessione interna che non può esaurirsi in pochi giorni. Tuttavia, ritengo inverosimile il rinvio perché il ritorno ai voti nel primo ciclo è uno degli elementi portanti del governo sulla scuola».
Secondo le nuove norme nella scuola primaria il voto in decimi sarà accompagnato in ogni ambito disciplinare  da un giudizio analitico. Gli insegnanti dovranno esprimere un ulteriore giudizio relativo al comportamento dell’alunno in classe.
Per gli alunni delle secondarie di I grado i voti delle singole discipline saranno espresse esclusivamente in decimi e, ai fini della promozione - deliberata a maggioranza - occorrerà raggiungere la sufficienza in tutte le materie, condotta compresa avendo frequentato tre quarti dell’orario annuale. Da sottolineare che, come ricorda ItaliaOggi, «nello scrutinio intermedio continuano a valere le vecchie disposizioni, contenute nell’art. 79 r.d. n. 653/1925» e in quello finale solo il voto dello scrutinio finale «deve essere deciso a maggioranza dal consiglio di classe non l’ammissione o la non ammissione alla classe successiva o all’esame finale».

7 gennaio 2009, Anno della creatività e dell’innovazione. Il 2009 non è solo l’anno dell’Astronomia (vedi box sotto): la Commissione europea e il Commissario per l’Istruzione Ue, Ján Figel, hanno proclamato l’anno appena iniziato come «Anno europeo della creatività e dell’innovazione». L’obiettivo generale è di sostenere gli sforzi degli Stati membri per promuovere la creatività attraverso l’apprendimento. 
La creatività, infatti, è il motore dell’innovazione e il fattore chiave dello sviluppo di competenze personali, professionali, imprenditoriali e sociali, quindi del benessere di tutti gli individui nella società.
«Vorrei far sì», ha illustrato Figel, «La creatività e la capacità di innovare sono qualità umane fondamentali sono presenti in ognuno di noi e vi ricorriamo in numerose situazioni ed occasioni, consapevolmente e non. Con questo anno europeo, vorrei far sì che i cittadini europei comprendano che promuovendo i talenti umani e la capacità umana di innovare, si può dar vita a un’Europa migliore e aiutarla a sviluppare tutto il suo potenziale economico e sociale». 
L’evento si apre con un’iniziativa davvero creativa: un concerto della Vienna Vegetable Orchestra, che suonerà strumenti realizzati solo con verdure. Ci saranno i rappresentanti di tutti gli Stati membri, ciascuno con i coordinatori nazionali appositamente nominati; per l’Italia il coordinatore nazionale sarà rappresentato dalla dottoressa Elisabetta Mughini, dell’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica (ex Indire). 
Il sito ufficiale dell’iniziativa è www.create2009.europa.eu/index_en.html