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  • giovedì 13 aprile 2017

    La “buona scuola” è in cammino

    Sul sito del Miur (a questo indirizzo) è stato pubblicato il resoconto dell’opera ministeriale in materia di “buona scuola”. I punti di novità, i decreti approvati in data 7 aprile 2017 sono consistenti e vengono così ripartiti dal Miur:

    1. il sistema di formazione iniziale e di accesso all’insegnamento nella scuola secondaria di I e II grado;
    2. la promozione dell’inclusione scolastica delle studentesse e degli studenti con disabilità;
    3. la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale;
    4. l’istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni;
    5. il diritto allo studio;
    6. la promozione e la diffusione della cultura umanistica;
    7. il riordino della normativa in materia di scuole italiane all’estero;
    8. l’adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli Esami di Stato.

    Di questi punti, necessariamente da riassumere in base a esigenze di chiarezza, sono rilevanti soprattutto i numeri 2, 3 e 5. Poco chiari il numero 6, di (forse) difficile attuazione il 7 e assolutamente contingente il punto 8. Vediamo nel dettaglio i momenti salienti della “buona scuola” in cammino.

    Per quanto riguarda le scuole superiori, i percorsi dureranno 5 anni: biennio più triennio. Gli indirizzi, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, passeranno da 6 a 11. Tra questi: agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane (i titoli sembrano indicativi di tendenze al concreto); pesca commerciale e produzioni ittiche; industria e artigianato per il Made in Italy; manutenzione e assistenza tecnica (non meglio specificata); gestione delle acque e risanamento ambientale; servizi commerciali; enogastronomia e ospitalità alberghiera; servizi culturali e dello spettacolo; servizi per la sanità e l’assistenza sociale; arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico (molto prevedibile ragionando su un lungo periodo incominciato da una decina d’anni); arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico.

    Ai piani alti, invece, si avrà un tavolo coordinato dal Miur - al quale prenderanno parte Regioni, Enti locali, Parti Sociali, altri Ministeri interessati, Invalsi, Indire, Inapp e Anpal – il quale dovrà monitorare i percorsi dell’istruzione professionale e aggiornare gli indirizzi con cadenza quinquennale. Verranno stanziati circa 48 milioni a regime per incrementare il personale necessario all’attuazione delle novità previste. Un altro punto di grande rilievo: sarà stabilizzato lo stanziamento di 25 milioni all’anno per l’apprendistato formativo.

    Attraverso la costituzione del Sistema integrato, inoltre, «si estenderanno, amplieranno e qualificheranno i servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia su tutto il territorio nazionale. I servizi saranno organizzati all’interno di un assetto di competenze tra i diversi attori in campo (Stato, Regioni, Enti locali) chiaro ed efficiente». Tale sistema sarà finanziato con un fondo specifico che – a regime – ammonterà a 239 milioni all’anno. In questo modo saranno attribuite le risorse agli Enti locali.

    Saranno previsti – sempre a proposito di finanziamenti, perché da lì si deve sempre giudicare la bontà di un’esecuzione – specifici finanziamenti per sostenere il welfare studentesco: 30 milioni saranno destinati per il 2017 (aumenteranno a 39,7 nel passaggio a regime previsto per il 2019) alla copertura di borse di studio. Con queste, gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno facilitati nell’acquisto di materiale didattico e nelle spese per trasporti e, generalmente, per beni di natura culturale. Con le parole del Miur: «si tratta, a regime, di quasi 30 milioni in più rispetto allo stanziamento previsto dal testo iniziale, prima del passaggio parlamentare. Altri 10 milioni (all’anno, fino al 2019/2020) vengono stanziati per l’acquisto di sussidi didattici nelle scuole che accolgono alunne e alunni con disabilità. Ancora altri 10 milioni vengono investiti, a partire dal 2019, per l’acquisto da parte delle scuole di libri di testo e di altri contenuti didattici, anche digitali, per il comodato d’uso dalla primaria fino alle classi dell’assolvimento dell’obbligo. Supporto aggiuntivo anche per la scuola in ospedale e per l’istruzione domiciliare con uno stanziamento di 2,5 milioni di euro all’anno dal 2017».

    In conclusione, è di grande rilievo quanto si legge riguardo l’alternanza scuola / lavoro al fine di promuovere il tessuto culturale delle città: «Il patrimonio culturale e artistico italiano può diventare occasione di crescita per il Paese […]. Per questo motivo l’alternanza Scuola-Lavoro, prevista dalla legge 107/2015, potrà essere svolta presso soggetti pubblici e privati che si occupano della conservazione e produzione artistica». È fondamentale che gli studenti svolgano queste pratiche prima possibile, prima di trovarsi laureati, ma con idee poco chiare su cosa significhi stare in un qualsiasi posto di lavoro.


    [Andrea Bianchi]  

  • giovedì 6 aprile 2017

    Dai licei in giù, l’abbandono è costante

    L’abbandono scolastico è documentabile con facilità solo con un paio d’anni di distanza. Oggi si può osservare che per i licei la situazione si è aggravata con 9150 perdite nel 2013/2014, salite poi a 10300 nel 2014/2015. Cosa sta alla base di questo fenomeno? Sicuramente manca un orientamento insufficiente o non adeguato. Ma di questo alla fine. Per gli anni più recenti, una causa scatenante dell’abbandono, oltre a un carente orientamento alla fine delle scuole medie, potrebbe essere la diffusione, cresciuta esponenzialmente, della dizione “liceo” per ogni genere di scuola. Nomen omen si è dimostrato, questa volta, un proverbio latino e basta. Può così capitare di iscriversi a un liceo delle scienze umane senza badare che iscriversi a un liceo, per quanto temperato dagli insegnamenti garantiti dalle “scienze umane”, significa incominciare un percorso di alta formazione. Non è proprio una questione di difficoltà, ma – forse – di errata formulazione di metodi e obiettivi che una determinata tipologia di scuola ritiene di poter assolvere.

    Guardiamo i dati forniti dall’ultima indagine Miur(https://goo.gl/fj60Ve). Rileviamo che per il 2013/2014 l’abbandono è in lieve ma significativo aumento pure alle medie. Gli indici sono 0,3 % per la prima, 0,5 % per la seconda e 0,6 % per la terza. Queste cifre non vanno prese con beneficio d’inventario, perché andrebbero accolte come una fotografia della società italiana in questo preciso istante. A livello macroscopico, invece, si parla di 7700 sparizioni, ossia di casi in cui le forze dell’ordine sono sulle tracce dei ragazzini e delle ragazzine per non farli cadere (è la maggioranza delle volte) nelle mani della delinquenza. Come si vede, il confine tra abbandono e sparizione non rilevata è incerto, fluido, discontinuo.

    Se, in definitiva, sommiamo gli studenti in età di obbligo scolastico che lasciano il loro posto, arriviamo tra medie e superiori a 50000 perdite secche annuali. Perdite di coscienza, dirà qualcuno. Mancanze civili alla base, ribadiranno altri (come fa oggi, e giustamente, la Repubblica riportando le situazioni surreali – ma quanto dolorose – degli istituti comprensivi Primo Levi a Napoli e di via Tiburtina a Roma).

    Per tornare al punto dell’offerta sempre più carente di orientamento, vale la pena guardare cos’è successo a livelli “alti”, cioè post-liceali. Premesso che l’orientamento alla fine della scuola media è tanto più complesso – perché più delicato – rispetto a quello pre-universitario, va rilevato che la Scuola Normale di Pisa si è unita a Sant’Anna e IUSS Pavia per il suo corso rivolto agli studenti che abbiano finito il quarto anno di superiori. Questo è indicativo di due novità: primo, si preferisce investire prevalentemente nella ricerca post-universitaria i soldi dei contribuenti, e secondo, si amalgama il corso di orientamento rendendolo incolore (ricordiamo che Sant’Anna offre borse per agraria, medicina, ingegneria, giurisprudenza, mentre la Normale ha allievi di matematica, fisica, chimica e lettere). Per esperienza diretta, testimoniamo che i corsi di orientamento SNS sei anni fa comprendevano – è vero – lezioni di normativa europea insieme a quelle di storia della letteratura. Ma dubitiamo fortemente che unire così grossolanamente le varie scuole possa dare una direzione a studenti già incerti in partenza, i quali si rivolgono alle scuole di alta formazione per avere una linea di massima sulla loro “vocazione” futura. Semplificare non è sempre la via maestra…

    Resta una domanda: cosa spinge un allievo a lasciare il posto dove in teoria dovrebbe sentirsi integrato e al sicuro, per mettersi su vie incerte fuori dall’aula? Per chi è scontato un guadagno a 15 anni? Forse solo per il figlio di chi ha bottega. Ma difficilmente gli abbandoni hanno motivazioni simili.

    [Andrea Bianchi]  

  • giovedì 30 marzo 2017

    A che punto siamo con le scuole antisismiche?

    Tutti ricordano il disastro originale: San Giuliano di Puglia, paese rurale di 4000 abitanti dell’entroterra molisano, il 31 ottobre 2002 perse una generazione, quella del ’96. Il terremoto uccise una classe di 27 allievi alle elementari con la maestra. Fu in conseguenza di questo disastro che fu emanata, il 20 marzo 2003, l'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274. Essa introduceva per la prima volta l’obbligo, in un paese a forte rischio sismico quale l’Italia, di procedere alle verifiche di vulnerabilità sismica. Ebbene, questo “obbligo” è ormai scaduto dal 2013.

    Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della scuola di Cittadinanzattiva, quella tra le associazioni - insieme a Legambiente e Fondo Vito Scafidi - che più si occupa di monitorare la sicurezza nelle scuole, rileva chele spese di adeguamento sismico si possono ripagare facendo insieme anche quelle per una migliore funzionalità energetica. In questo modo, continua la rappresentante, si potrebbe creare un circuito virtuoso che consenta ai Comuni di ammortizzare le spese con il risparmio, appunto, di energia, per gli anni successivi. Solo così si potrebbe guardare al futuro e, insieme, mollare un’ancora che tiene legati a un passato triste e molto vicino .Inutile aggiungere che questo passo ci è richiesto, più utile di molti altri puramente formali e legali, dall’l’Europa, la quale chiede di adeguarsi rendendo gli edifici “energeticamente efficienti”.

    Ma quanti sono gli edifici adeguati sismicamente? Solo l'8%, secondo dati forniti da Cittadinanzattiva. Eppure il crollo della scuola di Amatrice, dove – come è purtroppo risaputo – erano stati realizzati nel 2012 lavori di ristrutturazione, dimostra quanto sia urgente la effettiva messa in sicurezza delle scuole il quale non passi solo attraverso un “miglioramento sismico”.

    Le verifiche di vulnerabilità sismica, infatti, sono obbligatorie per tutti i Comuni. Nonostante ciò, l’OPCM del 2003 non prevedeva sanzioni e, fatto ancora più grave e rimarhevole, non implicava interventi. Inoltre, come non bastasse, le verifiche di vulnerabilità sono generalmente costose: si va dai 3 mila euro, per una scuola di piccole dimensioni, fino ai 10-15 mila euro per edifici più grandi.

    Da ultimo, chi poi è preposto alla manutenzione, ristrutturazione e agli interventi di adeguamento e miglioramento sismico sono gli stessi Comuni per quanto riguarda scuole materne, primarie e secondarie inferiori. Le Province hanno l’obbligo, invece, delle scuole superiori: e come per le strade che continuano a crollare, dall’Adriatico alla Lombardia, la cancellazione delle Province potrà essere un grave contrattempo per la pronta risoluzione del problema. Quanto alle scuole private, come si può immaginare, sono gli enti proprietari a dover intervenire per verifiche di agibilità e per tutti gli interventi ulteriori.

    Speriamo di aver fornito una panoramica adeguata del problema. Esso infatti, più di molti facilmente risolvibili con un decreto, richiede un’attenta lettura delle situazione ambientale e storica. Per comprendere più in profondità l’argomento con i precedenti di maggior rilievo, rimandiamo alla pagina ben documentata dell’ANSA: http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2017/03/20/scuole-la-sicurezza-sismica-e-ancora-un-miraggio_fa406176-26bb-4573-9b6e-ee547e805643.html 

    [Andrea Bianchi]  

  • lunedì 20 marzo 2017

    Rimane il permesso 104, ma con meno opzioni

    L’Aran (Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni) ha chiarito la correttezza della fruizione oraria dei tre giorni di permesso mensile previsti dalla Legge 104 del 1992. In sintesi, o si prendono tre giorni o 18 ore.
    Vediamo nel dettaglio il chiarimento della questione. Esso è contenuto in un vademecum per la risoluzione dei dubbi sollevati dalle amministrazioni pubbliche in merito ai permessi retribuiti.

    L’Aran ha inserito questo e altri orientamenti, derivanti dall’applicazione della normativa adottata per anni, in una "raccolta sistematica" ora pubblicata sul suo sito internet.

    Si va dai permessi familiari a quelli per motivi di studio, passando, appunto, per la Legge 104 del 1992 sulla tutela dei disabili e di chi li assiste.

    Inoltre, per i diversi comparti si riporta quanto già previsto dal contratto di lavoro di riferimento: esso specifica che la fruizione dei permessi della 104 non riduce le ferie.

    Ci sono delle specificità a seconda del settore e delle indicazioni. Il contratto della scuola, ad esempio, dà un'indicazione sulla tempistica: i permessi «devono essere possibilmente fruiti dai docenti in giornate non ricorrenti».

    Anche l’Aran, in sostanza, sostiene che non si può sistematicamente decidere di fruire dei giorni di permesso legati alla Legge 104/92. Salta, in questo modo, lo schema per allungare i fine settimana fin troppo noto alle statistiche nostrane, con abusi di venerdì e lunedì.

    Quanto alla domanda, la quale arriva anche dalle amministrazioni ministeriali, circa la possibilità di oltrepassare il tetto delle 18 ore mensili, l'Aran risponde che la soglia, nel caso si decida di fruire a ore del permesso, non è in nessun caso superabile.
    Se, invece, il dipendente sceglie di utilizzare il permesso a giorni, si fa riferimento all'intera giornata lavorativa (questo a prescindere dalla sua articolazione oraria). Perciò, «nel caso di giornata 'lunga', l'assenza corrisponde sempre ad un giorno e pertanto, per il restante periodo mensile il dipendente potrà fruire degli ulteriori due giorni di permesso».

    L'Agenzia scende ancora più nel dettaglio, specificando che «per ogni periodo di 6 ore di permesso si debba computare la corrispondente riduzione di una giornata di permesso e che quindi coerentemente solo un residuo di ore non inferiore a sei può comportare la fruizione di un intero giorno di permesso (che potrà essere fruito, però, anche in una giornata di 9 ore destinata al rientro pomeridiano)».

    Si tenga comunque presente anche la precedente comunicazione di fine gennaio sul sito Aran: https://www.aranagenzia.it/component/content/article/6899-permessi-retribuiti/8009-ral1898orientamenti-applicativi.html)

    [Andrea Bianchi]  

  • mercoledì 8 febbraio 2017

    Iscrizioni scolastiche 2017/2018, gli studenti preferiscono il liceo

    Il Miur ha diffuso i primi dati del prossimo anno scolastico, il liceo si conferma la scelta prediletta dagli studenti, mentre diminuiscono gli iscritti agli istituti professionali.

    Si sono appena concluse le iscrizioni per l’anno scolastico 2017/2018 e, dai primi dati pubblicati dal Miur, emerge la conferma dell’andamento già registrato lo scorso anno: gli studenti italiani prediligono il liceo, con il 54,6% di iscrizioni, l’1,5% in più rispetto allo scorso anno. Il tipo di liceo più apprezzato resta lo Scientifico, in tutte le sue opzioni, con il 25,1% delle preferenze; scendendo maggiormente nel dettaglio, il 7,6% ha scelto l’opzione Scienze Applicate; il 15,6% il Liceo Tradizionale e l’1,6% la sezione Sportiva. In aumento gli alunni e le alunne che preferiscono il Classico: se l’anno scorso erano il 6,1%, quest’anno sono saliti al 6,6%.

    Per quel che riguarda gli altri tipi di licei, il 9,2% degli studenti ha scelto il linguistico, seguito dalle Scienze umane (7,9%) e dall’Artistico (4,2%); in coda ci sono i licei Musicali e Coreutici e i licei Europei/Internazionali, rispettivamente con lo 0,9% e lo 0,7% delle preferenze.

    Diminuiscono le preferenze per gli Istituti Professionali, scelti dal 16,5% degli alunni e delle alunne, confermando l’andamento dell’anno precedente, in particolare, restano stabili le iscrizioni al settore Industria e Artigianato (il 2%, nel 2016 erano il 2,1%), ma calano nel settore Servizi (dal 10,5% al 9,6%).

    Le iscrizioni agli Istituti Tecnici non hanno subìto variazioni sostanziali, sia quest’anno che quello scorso sono stati scelti da circa uno studente su tre, il 30,3% (il 30,4% nel 2016); tra i settori, viene preferito quello Tecnologico con tutte le sue opzioni dal 19% degli studenti, mentre quello Economico è stato scelto dall’11,2% degli alunni e delle alunne.

    Come distribuzione geografica, il più alto numero di liceali si trova nel Lazio (66,8%), seguito da Abruzzo (60,8%), Umbria (58,8%), Campania (58,3%) e Liguria (58%); il più basso nel Veneto (45,9%), dove però si concentrano i tecnici (38,5%); subito dopo il Friuli Venezia Giulia (37,5%) e l’Emilia Romagna (35,8%). Basilicata, Campania e Puglia sono le regioni dove è più alto il numero di iscrizioni ai Professionali, rispettivamente il 19,3%, il 17,5% e il 17,3%.  



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