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  • giovedì 2 novembre 2017

    Uscita di scuola, due proposte in Parlamento

    In dirittura d'arrivo la soluzione per l'uscita dei ragazzi dalla scuola media. «Abbiamo spinto noi perché fosse presentato l'emendamento, utilizzando il decreto legge per risolvere la questione velocemente»: afferma il ministro dell'Istruzione Valeria Fedeli.

    La questione nasce da una recente sentenza della Cassazione che ha condannato preside e docente dell'ultima ora della mattina per non aver affidato a un adulto un ragazzino travolto e ucciso quindici anni fa da uno scuolabus.

    È bastato questo a scatenare un vero e proprio caso. Anche se le scuole medie sono considerate la palestra dell’indipendenza e dell’autonomia degli adolescenti, i presidi hanno cominciato a non accettare più le liberatorie dei genitori che autorizzano da sempre gli insegnanti a lasciare i loro figli sulla porta della scuola.

    Il MIUR non poteva non intervenire la ministra Fedeli aveva evocato «l’abbandono di minore», fattispecie del codice penale: la legge si sarebbe potuta cambiare solo dal parlamento essendo in ballo la «tutela dell’incolumità dei minori».

    In Senato, infatti, sono arrivate proposte bipartisan per risolvere il problema. Tra gli altri hanno presentato in Senato emendamenti al decreto fiscale il Pd e Mdp. Due gli emendamenti Dem a firma Marcucci e Puglisi.

    Nel testo dem firmato da Andrea Marcucci si legge che per i minori di 14 anni si autorizza l'uscita autonoma da scuola al termine delle lezioni «in considerazione dell'età di questi ultimi, del loro grado di autonomia e dello specifico contesto, nell'ambito di un processo di loro autoresponsabilizzazione», sollevando quindi la scuola da qualsiasi responsabilità.

    La proposta di Francesca Puglisi, come quella di di Mdp-Articolo 1 di cui prima firmataria è Cecilia Guerra, prevede un'apposita liberatoria dei genitori «indirizzata al dirigente» che ne consenta l'eventuale uscita autonoma. Cioè prevede «l’adozione del regolamento interno» della scuola «che stabilisce le modalità per la vigilanza degli alunni durante l’ingresso e la permanenza nella scuola nonché durante l’uscita dalla medesima, anche autonoma, sulla base della valutazione degli elementi soggettivi e di contesto in condivisione con le famiglie».  

  • giovedì 12 ottobre 2017

    Come sarà il nuovo Esame della Secondaria di I grado

    È stata inviata alle scuole in questi giorni l'apposita circolare informativa sulle nuove modalità di valutazione del primo ciclo previste dalla legge, rispetto alle quali il Ministero, in accordo con le sedi regionali, porrà in campo specifici interventi di accompagnamento per il personale della scuola fin dalla prima fase di attuazione.

    Il nuovo Esame di Stato della scuola secondaria di I grado, disegnato da uno dei decreti attuativi della legge 107 del 2015 (Buona Scuola) approvati lo scorso aprile è stato definito dalla Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, che ha firmato il decreto che rende operative le nuove regole.

    In sintesi la circolare illustra le nuove modalità di svolgimento dell'esame di terza media, che punterà ad una maggiore attenzione alla valorizzazione del percorso fatto da alunne e alunni durante il triennio di studi. La partecipazione alle prove Invalsi sarà requisito d'ammissione all'esame, ma non inciderà sulla votazione finale (lo svolgimento verrà anticipato ad aprile e verrà aggiunta la lingua inglese). Insieme al diploma giungerà un modello nazionale di certificazione delle competenze, risultato della sperimentazione già condotta da circa 2.700 scuole.

    Le nuove modalità di valutazione mettono al centro l'intero processo formativo e i risultati di apprendimento, con l'obiettivo di dare più valore al percorso fatto dalle alunne e dagli alunni, e sono improntate ad una loro presa in carico complessiva per contrastare le povertà educative e favorire l'inclusione, attivando tutte le strategie di accompagnamento necessarie.

    Il collegio dei docenti avrà il compito di deliberare criteri e modalità di valutazione di apprendimenti e comportamento. I criteri saranno resi pubblici e inseriti nel Piano triennale dell'offerta formativa. Le scuole, per rendere più completa e chiara la valutazione anche alle famiglie, dovranno accompagnare i voti in decimi con la descrizione del processo e del livello globale di sviluppo degli apprendimenti raggiunto.

    La norma che prevedeva la non ammissione alla classe successiva per chi conseguiva un voto di comportamento inferiore a 6/10 è abrogata. Ma resta confermata la non ammissione alla classe successiva (in base a quanto previsto dallo Statuto delle studentesse e degli studenti) nei confronti di coloro a cui è stata irrogata la sanzione disciplinare di esclusione dallo scrutinio finale.

    Insieme al diploma finale del I ciclo sarà rilasciata una Certificazione delle competenze con riferimento alle competenze chiave europee. Ecco come spiega questa importante novità il sito del ministero:

    «Alle scuole verrà fornito, per la prima volta, un modello unico nazionale di certificazione, che sarà accompagnato anche da una sezione a cura dell’Invalsi con la descrizione dei livelli conseguiti nelle Prove nazionali.

    Saranno otto le competenze certificate dalle scuole: comunicazione nella madrelingua, comunicazione nella lingua straniera, competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, competenze digitali, capacità di imparare ad imparare (intesa come autonomia negli apprendimenti), competenze sociali e civiche, spirito di iniziativa, consapevolezza ed espressione culturale».

    Per quanto riguarda il colloquio orale, esso sarà «finalizzato a valutare il livello di acquisizione delle conoscenze, abilità e competenze previsto dalla Indicazioni nazionali, con particolare attenzione alle capacità di argomentazione, di risoluzione di problemi, di pensiero critico e riflessivo, di collegamento fra discipline. Terrà conto anche dei livelli di padronanza delle competenze connesse alle attività svolte nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione».

    Le altre prove: «quella di italiano verificherà la padronanza della lingua, la capacità di espressione personale, la coerente e organica esposizione del pensiero da parte delle alunne e degli alunni. Le tracce dovranno comprendere un testo narrativo o descrittivo; un testo argomentativo, che consenta l'esposizione di riflessioni personali, per il quale dovranno essere fornite indicazioni di svolgimento; una traccia di comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico anche attraverso richieste di riformulazione. La prova potrà essere strutturata anche in più parti, mixando le tre diverse tipologie.

    Quella di matematica, sarà finalizzata ad accertare la capacità di rielaborazione e di organizzazione delle conoscenze, delle abilità e delle competenze acquisite dalle alunne e dagli alunni nelle seguenti aree: numeri, spazio e figure, relazioni e funzioni, dati e previsioni. La prova sarà strutturata con problemi articolati su una o più richieste e quesiti a risposta aperta. Potranno rientrare nelle tracce anche metodi di analisi, organizzazione e rappresentazione dei dati, caratteristici del pensiero computazionale.

    È prevista una sola prova di Lingua straniera, distinta in due sezioni, che verificherà che le alunne e gli alunni siano in possesso delle competenze di comprensione e produzione scritta di livello A2 del Quadro comune europeo di riferimento per l'Inglese e A1 per la seconda lingua comunitaria. La prova potrà consistere: in un questionario di comprensione di un testo a risposta chiusa e aperta; nel completamento di un testo in cui siano state omesse parole singole o gruppi di parole, oppure riordino e riscrittura o trasformazione di un testo; nell'elaborazione di un dialogo su traccia articolata che indichi chiaramente situazione, personaggi e sviluppo degli argomenti; nell'elaborazione di una lettera o email personale su traccia riguardante argomenti di carattere familiare o di vita quotidiana; nella sintesi di un testo che evidenzi gli elementi e le informazioni principali».

    «Abbiamo maggiormente puntato – ha spiegato la ministra Fedeli – sulla valutazione del percorso e dei tempi di apprendimento. C’è un impegno maggiore educativo e didattico per i docenti. Ci sarà una maggiore responsabilità di tutto il collegio docente sul comportamento. E comunque rimane il fatto che se ci sono state sanzioni sul comportamento non si viene ammessi all’esame. Se l’insieme del collegio dei docenti ritiene di ammettere uno studente vuol dire che c’è una valutazione motivata. Bisogna avere fiducia nell’operato dei docenti».

    Due note finali: la prima, sul voto finale, che deriverà dalla media fra il voto di ammissione e la media dei voti delle prove scritte e del colloquio. Potrà essere assegnata la lode.

    La seconda per quanto riguarda gli alunni con diverse abilità: il decreto riserva loro particolare attenzione, anche a chi ha con disturbi specifici dell'apprendimento (DSA). Per loro sono previsti tempi adeguati, sussidi didattici o strumenti necessari allo svolgimento delle prove d'Esame.  

  • lunedì 18 settembre 2017

    Smartphone in classe, la proposta e le reazioni

    Raramente una dichiarazione di un ministro del MIUR ha generato una tale girandola di reazioni come è accaduto per quella pronunciata da Valeria Fedeli in merito alla "riabilitazione" dello smartphone dal punto di vista didattico. Pro e contro si sono schierati e il dibattito è destinato a durare ancora a lungo.

    Nonostante le tante voci contrarie, tuttavia, entro un mese e mezzo arriverà il via libera ufficiale del ministero dell’Istruzione all’uso dello smartphone in classe. Inutile dire che il loro utilizzo sarà a fine didattici e non certo per chattare con i propri amici e conoscenti.

    L'idea della ministra risale allo scorso luglio, quando, nel corso della presentazione dei risultati del piano nazionale digitale aveva annunciato: «Il 15 settembre daremo il via ad un gruppo di lavoro che dovrà fare chiarezza sull’utilizzo dei dispositivi personali degli studenti in classe intervenendo sulle attuali circolari risalenti ad un periodo troppo lontano da oggi, e promuovendo un uso consapevole e in linea con le esigenze didattiche».

    Intervistata dalla Repubblica, dichiarava qualche giorno prima dell'inizio della scuola: «È uno strumento che facilita l’apprendimento, una straordinaria opportunità che deve essere governata. Se lasci un ragazzo solo con un tablet in mano è probabile che non impari nulla, che s’imbatta in fake news e scopra il cyberbullismo. Questo vale anche a casa. Se guidato da un insegnante preparato, e da genitori consapevoli, quel ragazzo può imparare cose importanti attraverso un media che gli è familiare: internet. Quello che autorizzeremo non sarà un telefono con cui gli studenti si faranno i fatti loro, sarà un nuovo strumento didattico».

    Dopo l'intervista, a poche ore dal suono delle prime campanelle, la Fedeli ha annunciato la costituzione - attraverso un decreto ministeriale - di una commissione di “saggi” composta da docenti che fanno didattica innovativa, pedagogisti, esperti con diverse filosofie di pensiero, cui affidare il compito di redigere entro 45 giorni, delle linee guida affinché chi vuole utilizzare i cellulari abbia indicazioni a cui rifarsi.

    Lo smartphone come un oggetto dalle grandi opportunità didattiche: l'intento sembra proprio quello di cancellare la circolare del 15 marzo del 2007 firmata dall’allora ministro Giuseppe Fioroni che bandiva l’uso del cellulare a scuola con parole nette e chiare: «L’uso del cellulare e di altri dispositivi elettronici rappresenta un elemento di distrazione sia per chi lo usa che per i compagni, oltre che una grave mancanza di rispetto per il docente – spiegava l’allora ministro – configurando, pertanto, un’infrazione disciplinare sanzionabile attraverso provvedimenti orientati non solo a prevenire e scoraggiare tali comportamenti ma anche, secondo una logica educativa propria dell’istituzione scolastica, a stimolare nello studente la consapevolezza del disvalore dei medesimi».

    L'apertura della ministra ha trovato in ogni caso molte chiusure. Uno dei più "clamorosi" è arrivato dall’ex digital champion Riccardo Luna (nominato da Matteo Renzi), oggi direttore dell’agenzia Agi: «Il digitale deve cambiare la scuola ma non così. Mancano la banda ultralarga, i libri digitali, i tablet e si comincia dal comignolo della casa. Il cellulare in aula è un elemento di disturbo. Oggi dobbiamo rendere la scuola davvero digitale e non lo è ancora: si era detto di portare la banda larga nelle scuole nel 2018 e a luglio si è annunciato che arriverà nel 2020. Per anni si è parlato di dare un computer ad ogni studente e ora si chiede ad ogni ragazzo di portare il suo pc: è una politica che non condivido perché ci sarà sempre chi ha un abbonamento dati potente e chi no».

    Dello stesso avviso il Segretario della Flc Cgil Nazionale Francesco Sinopoli, che ha diramato un comunicato in cui spiega: «Sulla decisione di reintrodurre l'uso degli smartphone nelle scuole, che la ministra Fedeli ha lanciato nel corso di un'intervista a un quotidiano, vorremmo esprimere alcune opinioni, nella consapevolezza che il tema del rapporto tra uomo e tecnologia è talmente controverso che nessuna circolare ministeriale, o decreto, può darvi soluzione.[...] Giusto immaginare un processo di educazione alle tecnologie, anche legata al piano dell’innovazione delle scuole, ma essa deve coinvolgere quanto più possibile l’intera comunità scientifica ed educante. Invece, si ha l’impressione che si sia partiti dalla fine: prima introduciamo lo smartphone e le tecnologie, e poi vediamo che uso farne, ammesso che sia possibile padroneggiarle del tutto».

    Netta anche la posizione di Gilda degli insegnanti, con le parole del coordinatore nazionale Rino Di Meglio: «Sull’uso didattico degli smartphone in classe continuiamo a nutrire seri dubbi perché, più che appassionare gli studenti, riteniamo che possa danneggiarli. Studi autorevoli sul tema confermano la nostra tesi sostenuta anche da un esperto del settore come il professor Manfred Spitzer, autore di ‘Demenza digitale’ e ‘Solitudine digitale’, il quale afferma che l’uso dello smartphone a scuola riduce di molto le performance degli studenti».

    E gli studenti? Un sondaggio di Skuola.net che ha coinvolto 4000 giovani, ha dato un esito decisamente negativo: secondo i dati raccolti, soltanto il 21% degli studenti si è espresso favorevolmente all’introduzione dello smartphone, mentre il resto dei ragazzi ascoltati in merito si è mostrato scettico. Il motivo? La scarsa attitudine alle nuove tecnologie degli stessi docenti, ritenuti da molti inadeguati a fornire indicazioni pratiche. Per questo gli studenti ritengono che l’introduzione dello smartphone potrebbe avere il solo effetto di scoraggiarne l’uso durante le lezioni per scopi personali.

    Il dibattito, dunque, al momento raccoglie pareri scettici e pochi entusiasmi. Alla ministra e al suo staff il compito di preparare un documento convincente, che possa suggerire linee guida pratiche interessanti. Non sarà facile.  

  • giovedì 7 settembre 2017

    Compiti a casa, sperimentazione in 5 città

    Basta con i compiti a casa? Come è ormai noto da giorni, è partita una sperimentazione per gli studenti di 166 classi facenti parte di 5 scuole primarie e secondarie di 5 province italiane diverse.

    La sperimentazione partita dalla rete delle scuole biellesi che comprende venticinque istituti, ha trovato molti favori nel mondo dei social e, dall'anno scolastico che sta partendo, prevede il coinvolgimento di 90 classi della provincia di Milano, 40 della provincia di Trapani oltre a Torino, Biella e Verbania.

    In cosa consiste nel concreto? Si tratta molto più di una semplice cancellazione dei compiti che gli studenti svolgevano al ritorno dalla scuola. Il progetto portato avanti con la supervisione di un gruppo di professori di metodologia dell’Università di Salerno è decisamente all’avanguardia: gli studenti svolgono le lezioni con il solito orario, vivono un tempo di accoglienza e svolgono la loro lezione seguendo per una o due settimane lo stesso argomento portato avanti dai docenti in maniera interdisciplinare. In sostanza per un periodo fanno italiano, poi si dedicano alla matematica riuscendo a coinvolgere i maestri o i professori che fanno le altre materie. I compiti si svolgono in classe e a casa resta giusto il tempo per una revisione personale.

    Teresa Citro, dirigente dell’istituto comprensivo di Mongrando in provincia di Biella (dove già lo scorso anno erano state coinvolte 43 classi), spiega: «I genitori sono felici, hanno reagito bene. Di là di compiti sì, compiti no, pochi o tanti, hanno visto i bambini felici. Le famiglie ora partecipano molto di più alle iniziative della comunità scolastica: si è creato un clima di collaborazione dove il genitore non si rivolge per forza al dirigente».

    L'insegnante della primaria di Biella, Susanna Rolando, sottolinea altri aspetti del progetto: «Abbiamo strutturato il tempo scolastico in modo da far studiare ai nostri alunni per due settimane lo stesso macro-argomento, che viene trattato anche dalle altre colleghe in un'ottica interdisciplinare. Le insegnanti della classe svolgono le normali attività di mattina e nel pomeriggio consolidano le conoscenze con attività di diverso tipo, anche pratiche. Questo consente ai bambini di acquisire i contenuti in quelle due settimane e di non essere appesantiti da compiti a casa. Le lezioni, alla scuola elementare, prevedono per una settimana intera lo studio dell'Italiano e per l'altra la Matematica affrontando l'argomento con il contributo di tutte le discipline».

    Anche in Francia l'idea è ormai matura: le esercitazioni extra da quest’anno si svolgono in aula, in una manciata di ore aggiunte all’orario tradizionale. Il ministro all’Educazione Jean Michel Blanquer, dando corso alla “rivoluzione” annunciata in campagna elettorale dal neo presidente Emmauel Macron, ha messo mano alla riorganizzazione degli orari di lezioni e attività. Ora anche il ministero dell’Istruzione italiano guarda con attenzione a questa sperimentazione portata avanti in autonomia da queste scuole: nessuno in viale Trastevere ha ostacolato questo progetto ma nessuno si è preso nemmeno la paternità o maternità di questa sperimentazione, rendendola - come dire - "ufficiale".

    Alla fine della sperimentazione l’Università di Milano elaborerà i dati raccolti attraverso un questionario distribuito in classe per capire gli effetti della sperimentazione. Chissà se dal prossimo anno il progetto potrà iniziare ad essere concretamente preso in considerazione dai funzionari di Viale Trastevere.  

  • martedì 25 luglio 2017

    Alternanza, arriva la Carta dei "diritti e doveri"

    Tutto pronto per l'introduzione della Carta dei «diritti e doveri» degli alunni in alternanza scuola-lavoro, che, dopo l’approvazione alla conferenza Stato-Regioni, entrerà in vigore a settembre, quando la sua obbligatorietà andrà a regime.

    «La Carta è, nei fatti, l’ultimo tassello normativo per il decollo dell’alternanza - ha spiegato Carmela Palumbo, dg per gli Ordinamenti scolastici e la Valutazione del Miur -. Diamo delle indicazioni puntuali a istituti e imprese perchè vogliamo percorsi formativi di assoluta qualità. Certo, ci sono anche doveri che gli studenti dovranno rispettare: la scuola on the job è infatti istruzione a tutti gli effetti, e il periodo di apprendimento sul campo entrerà nella valutazione complessiva del comportamento dell’alunno».

    Il testo prevede che l’alternanza scuola-lavoro dovrà essere «coerente con l’indirizzo di studio seguito» dal ragazzo, mentre la formazione “on the job” potrà svolgersi anche «durante la sospensione delle attività didattiche» o, persino, «all’estero»; e per la validità del percorso «è richiesta la frequenza da parte dello studente di almeno tre quarti del monte ore previsto dal progetto».

    Gli alunni italiani dovranno essere seguiti sia dal tutor della scuola e sia dal tutor dell’azienda mentre i ragazzi andranno accolti in «ambienti di apprendimento favorevoli alla loro crescita». Per quanto riguarda quelli stranieri, anche loro avranno degli obblighi: rispettare le «regole di comportamento, funzionali e organizzative» dell’impresa che li ospita, e mantenere la «riservatezza» su «dati, informazioni e conoscenze» acquisite durante il periodo formativo “on the job”.

    Ai ragazzi e agli studenti dovranno essere fornite informazioni sull’esperienza di studio e di lavoro, ampie e dettagliate. Al termine del percorso gli studenti potranno esprimersi sull’efficacia dell’esperienza svolta.

    Come sottolinea un articolo del Sole24ore lo «studente in alternanza è equiparato, a tutti gli effetti, a un lavoratore: l’azienda, pertanto, è tenuta ad adempiere alla formazione in tema di salute e sicurezza, integrando le prime nozioni generali erogate dall’istituto scolastico. All’alunno dovrà essere garantita la sorveglianza sanitaria (ove richiesta); e i ragazzi dovranno, comunque, essere assicurati presso l’Inail e coperti per la responsabilità civile verso terzi. Se necessario, dovranno essere dotati, pure, di dispositivi di protezione (per contenere in parte gli oneri in capo ai datori si apre alla possibilità di stipulare accordi ad hoc tra ministero, Inail e Asl)».

    Per garantire il rispetto della Carta dei «diritti e doveri» sono previste apposite commissioni territoriali, composte da studenti, docenti e genitori (le aziende, fondamentali per ospitare ragazzi, non sono - purtroppo - menzionate).  



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