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  • mercoledì 14 dicembre 2016

    Valeria Fedeli nuovo ministro dell’Istruzione

    Stefania Giannini non è stata riconfermata al Ministero dell’Istruzione, unico caso nel governo appena costituitosi intorno a Gentiloni. Ciò è dovuto al fatto che la Giannini non era più sostenuta da alcun partito. Del suo operato, si può dire che abbia tentato di ricucire un tessuto strappato, ma la cosiddetta “buona scuola” rimane ancora da chiarire bene nella sua portata.

    Potrebbe stupire il retroscena di Cuperlo che rifiuta la carica di Ministro dell’Istruzione nel neoformato governo traghettato da Gentiloni. E sarebbe maggiore la sorpresa, ad apprendere che quell’incarico ora è ricoperto da una figura che, in un passato non troppo remoto (parliamo del 2011 come anno della conversione al renzismo), proveniva dal sindacato. Parliamo di Valeria Fedeli, classe 1949, formatasi nella Milano degli anni Settanta.

    La Fedeli si proclama “femminista di sinistra”. Come si è approssimata alla “conversione” renziana, come si è preparata ad essa? guidando la categoria dei tessili della Cgil dal 2000 al 2010 e, certamente, ricoprendo, contestualmente (2001-2012), l’incarico di Presidente del Sindacato tessile europeo (FSE: THC).

    E passando al concreto, o meglio ai programmi: si parla di potenziamento della prospettiva e dell’educazione di genere (ca va san dire) e delle meno scontate, più affascinanti ed incerte, sfide che partono dal basso, come bisognerebbe sempre fare: riforma della scuola d’infanzia, maggiore integrazione dei disabili e diritto allo studio. Le deleghe attuative del buono scuola finiranno invece, molto probabilmente, su un binario morto.

    Non è ancora il tempo di bilanci, tutto sommato limitati, sull’iniziativa della “buona scuola” promossa quasi due anni fa dalla Giannini e dal suo staff al MIUR. In sintesi, essa è consistita nel promuovere 900.000 accessi al sito labuonascuola.gov.it, allorché docenti, genitori e studenti, furono chiamati alla compilazione di un questionario dedicato alla valutazione del “benessere” scolastico. Vi sarebbero stati oltre 100.000 partecipanti online e poi 1200 dibattiti organizzati e segnalati in tutto il Paese. Il tutto da aggiungere a circa 2500 proposte, 6000 commenti e oltre 33.000 voti nelle stanze pubbliche della sezione "Costruiamo insieme la Buona Scuola" (dati dal sito Orizzontescuola.it). Cosa resterà di tutto ciò, difficile dire. Anche a detta di Renzi, non sarebbe questo l’Internet 4.0 a cui andava pensando per riformare il Paese.

    Certo è che la nomina di un’ex-sindacalista al Miur lascia parecchi dubbi sullo statuto culturale (nel senso di educazione civile, per lo meno) della scuola, lasciando profilare un’identità di azienda anche su questo ambito dello Stato. Il tempo per poter davvero cercare di costruire un progetto concreto o andare a proseguire quello del precedente ministro sembra davvero poco, se – come sembra – questo governo non avrà vita più lunga di un semestre. In ogni caso, ministro Fedeli, in bocca al lupo! [Andrea Bianchi]  

  • mercoledì 23 novembre 2016

    Non basta (ancora) l’aumento di studenti lavoratori

    È vero che gli studenti lavoratori sono aumentati lievemente negli ultimissimi anni, ma questo comprensibilmente non è sufficiente né a contrastare il trend né ad incidere realmente sulla produttività della popolazione scolastica. Contano i dati: un anno fa sono stati registrati 3 milioni 714 mila studenti e rispetto al 2005 si è dimezzato il numero di chi studia e lavora contemporaneamente.

    È già stata rilevata una discrepanza in termini di valutazioni psicologiche tra un’area del Nord (il Nord-Ovest) e il resto della Penisola. Servirebbe però capire se questo celi un diverso focus di valutazione. Quanto ai macro-risultati, bisogna osservare che attualmente tra gli studenti sono in fortissimo calo quelli che lavorano (119 mila nel 2006, 64 mila oggi) e che allo stesso tempo non si attivano abbastanza per cercare un’occupazione: sono i cosiddetti ‘inattivi’. Ad oggi, essi sono 3 milioni 476 mila, un record negativo assoluto.

    Gli studenti tra i 15 e i 24 anni con un’occupazione sono il 2% del totale, quindi appena 75 mila (fonte Istat). Aumenta perciò la curiosità per il programma del ministro Giannini di una maggiore, promessa integrazione tra scuola e lavoro. Sorge però il dubbio che ci sia anche un problema di rendimento, per così dire, “produttivo”, se è vero che gli studenti tra i 20 e i 24 anni si preoccupano meno rispetto al passato di mantenersi durante gli studi e al termine del ciclo non si attivano per trovare un’occupazione.

    Sul piano alto della decisione politica, invece, il premier Renzi difende lapidariamente la valutazione degli insegnanti portata avanti dal suo governo, a prescindere dai criteri con cui questa è stata fatta. La necessità di avere delle graduatorie meritocratiche, o di rendimento, viene così sopravvalutata rispetto all’esigenza obiettiva di avere standard di valutazione tarati sulle scuole distribuite sul territorio nazionale. In altre parole, rimane ancora la necessità di discriminare tra liceo e liceo, istituto e istituto.  

  • mercoledì 2 novembre 2016

    ANPE e il ruolo del pedagogista a scuola

    ANPE, Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani, lancia un appello rivolto a docenti e genitori delle scuole italiane e rivendica il ruolo cruciale del pedagogista all'interno degli istituti scolastici. Una figura che garantirebbe, secondo l'associazione, un miglioramento della qualità della vita scolatica e andrebbe a constrastare le diagnosi facili sui disturbi dell’apprendimento.

    L'appello giunge a poche ore dalla sottoscrizione di ANPE di un documento contro la medicalizzazione dei contesti formativi ed educativi; l'esigenza di intervento è nata negli ultimi mesi, come spiega Luisa Piarulli, pedagogista, docente e presidente dell’Associazione: «Troppe figure di specialisti ambiscono ad occupare ruoli educativi nelle scuole, ma bisogna stare attenti, a rimetterci sono i ragazzi e il loro diritto alla formazione».

    ANPE è partita dall'analisi dei dati del MIUR, secondo cui, nell'anno scolastico 2015/2016, rispetto all’anno scolastico 2010/2011 le certificazioni di alunni con difficoltà di apprendimento sono passate dallo 0,7% al 2,1% sul totale degli alunni italiani, mostrando oltre a ciò una evidente discrepanza fra aree geografiche con una prevalenza di disturbi nelle regione del nord-ovest.

    «Abbiamo raggiunto la consapevolezza», prosegue la Piarulli sulle pagine di OrizzonteScuola, «che la mancanza nelle scuole di ogni ordine e grado della figura del pedagogista, figura storicamente competente nella formazione del personale docente e nell’espressione di proposte metodologiche e didattiche, abbia provocato il vuoto educativo che abbiamo intorno. Il mondo della Pedagogia oggi è poco considerato, oserei dire emarginato. Volutamente? Nelle scuole altri specialisti, preposti per lo più alla prescrittività delle diagnosi, ambiscono a occupare ruoli educativi. La petizione ANPE, “C’è bisogno di pedagogia” ad oggi ha raccolto oltre duemila firme, per affermare la tutela dell’Infanzia e dell’Adolescenza dalle diagnosi facili, per il loro autentico diritto allo studio, per la riaffermazione della Cultura, unica strada verso la libertà di scelta e della formazione del pensiero critico».

    Di pedagogia "scolastica", in realtà, i docenti sentono molto parlare nelle prime fasi del loro processo formativo; gli input che percepiscono nei primi corsi di formazione, tuttavia, spessano rischiano di essere davvero troppi o non sufficientemente mirati alla pratica della didattica quotidiana. Intrapreso il loro percorso scolastico «gli insegnanti hanno necessità di professionisti che supportino la loro azione quotidiana nella progettualità e nella progettazione, nel tutoraggio, nel coordinamento, nella consulenza e altro ancora: un pedagogista ha questo ruolo!»

    La politica stessa non ha chiaro questo tipo di figura e anche il decreto sulla Buona Scuola, nonostante le premesse e le previsioni di inserimento di educatori e pedagogisti nelle scuole, non ha fatto in concreto ancora niente.

    Il modello auspicato da ANPE è quello che prevede l'inserimento di una figura professionale, il pedagosista appunto, che abbia la capacità di decifrare i processi formativi in atto e sappia proporre l’innesto di idee, di modelli, di atteggiamenti, di pratiche, di tecniche, di strategie, di obiettivi, accompagnando il docente nella progettualità e avviando con lui un processo autentico di verifica e valutazione, senza trascurare l'intelaiatura sociale/ territoriale in cui si inserisce l'istituto scolastico. Una figura, insomma, capace di avere una visione d'insieme dell'istituto scolastico, del contesto sociale in cui si muovono gli alunni in grado di incoraggiare le vie verso la costruzione dei Saperi, gettando il seme verso la riforma del pensiero.

    Tutto questo deve volerlo e promuoverlo uno Stato consapevole; altrimenti le famiglie e le scuole continueranno a rivolgersi a privati per far diagnosticare i propri figli (il cuo numero crescerà sempre più).  

  • mercoledì 21 settembre 2016

    Maturità 2017, tutte le novità

    L'Esame di maturità sembra essere destinato ad una piccola grande rivoluzione, già a partire da giugno 2017: molte le cose che verrano cambiate se sarà approvata la bozza di legge delega che segue la Buona scuola. Vediamo cosa bolle in pentola.
    Prove, commissioni e modalità di ammissione: in sostanza un esame praticamente nuovo. Iniziamo parlando della terza prova, che sembra destinata al definito oblio. Al suo posto sembra prevista una prova Invalsi che dovrà mettere fine alle polemiche che ogni anno contrappongono Nord e Sud, dato che ancora non è stato possibile trovare una formula che assicuri uniformità di valutazione.

    Il nuovo test Invalsi (di italiano, matematica e inglese, svolto al pc) all'ultimo anno delle superiori in realtà non influirà sul voto finale; il suo esito, tuttavia, sarà riportato sulla scheda di valutazione conclusiva che affianca la pagella e, in poche parole, sarà un modo per fare emergere quei 100 e lode eventualmente assegnati dagli insegnanti con troppa generosità.

    Veniamo alla modalità di ammissione: al colloquio finale, gli studenti dovranno rendere conto dei progetti di Alternanza scuola-lavoro dell'ultimo triennio; il punteggio finale sarà sempre in centesimi, ma il curriculum scolastico peserà 40 punti anziché 25. A ciascuna delle due prove scritte e al colloquio la commissione potrà attribuire al massimo 20 punti (oggi, i tre scritti valgono 15 punti a testa e il colloquio al massimo 30).

    Sugli esaminatori, invece, sono due le proposte più accreditate: commissione composta da soli membri interni e da un presidente esterno; oppure composizione attuale: tre membri interni e tre esterni, ma con un unico presidente esterno per tutte le classi della scuola. Ovviamente sappiamo che le commissioni con membri esterni comportano una mole di lavoro maggiore per il Ministero, che deve effettuare le convocazioni e poi indicare la sede di svolgimento degli esami. Inoltre un commissario esterno può effettuare la valutazione di uno studente solo sulle prove che svolge nel momento dell’esame, non conoscendo il percorso che ha svolto nel corso dei 5 anni.

    Uno sguardo al primo ciclo: la bozza reintroduce la valutazione con giudizi (cinque lettere dalla A alla D) e abolisce le bocciature all'elementare. Nella secondaria di I grado, invece, si stabilisce che i docenti potranno far ripetere un anno solo in casi eccezionali; per quanto riguarda l'esame di terza . Viene semplificato anche l'esame di terza media, che avrà solo due scritti e un colloquio. Mentre le prove Invalsi, obbligatorie per gli studenti, non contribuiranno alla valutazione finale, ma appariranno nella certificazione finale delle competenze. A presiedere gli esami sarà invece lo stesso preside della scuola, non più un esterno. Altra novità: le prove Invalsi di quinta elementare e di terza media verranno integrate da un questionario in inglese. E cambierà anche la valutazione della condotta, espressa sulla base di indicatori nazionali relativi allo sviluppo delle competenze personali, sociali e di cittadinanza.  

  • venerdì 8 luglio 2016

    Scuola-lavoro, bilancio del primo anno

    Compie in questi giorni un anno di vita la legge 107, approvata il 13 luglio 2015, che ha introdotto e regolamentato l’obbligo di alternanza scuola-lavoro (ufficialmente varata lo scorso settembre) da svolgersi per tutti gli alunni nell'ultimo triennio delle scuole secondarie di secondo grado.

    Il ministro Stefania Giannini ha sempre mostrato grande entusiasmo per l'iniziativa: «Una vera e propria rivoluzione, che questo governo ha inteso sostenere anche finanziariamente con una dote di 100 milioni di euro all'anno», aveva pronosticato a ottobre; l'iniziativa ha poi effettivamente coinvolto 500mila ragazzi che diverranno un milione e mezzo.

    Dal comma 33 al 38 della legge si parla infatti di alternanza scuola-lavoro nelle scuole secondarie di secondo grado, da svolgersi anche in periodo estivo, mentre dal comma 39 al 44 sono previsti finanziamenti e un registro presso le Camere di commercio per le imprese che realizzeranno l'alternanza. In realtà il Registro nazionale per l'alternanza, non essendo ancora decollato, ha provocato diverse polemiche relative all'obbligo di una doppia 'tassa' dovuta alle aziende per pagare l'iscrizione al servizio (un'imposta di bollo, pari a 65 euro, più i diritti di segreteria, pari a 90 euro).

    L'alternanza scuola-lavoro, inteso come percorso finalizzato ad avvicinare lo studente con il mondo del lavoro, facendo fare ai ragazzi stage dalla durata variabile direttamente sul posto di lavoro, solitamente nei mesi di giugno, luglio e settembre, potrà essere valutato a livello nazionale: «Poiché l’alternanza scuola-lavoro significa imparare anche e pariteticamente nelle aziende, è allora evidente – ha sottolineato il responsabile del Miur – che al momento conclusivo questo deve entrare nella valutazione: vedremo come, con quali forme e strumenti».

    Al momento la valutazione delle esperienze di alternanza scuola-lavoro fa già media con quella del profitto curricolare delle classi terze. Ogni scuola, in piena autonomia, ha deciso quanto debba incidere la valutazione dello stage formativo. Probabilmente il MIUR introdurrà norma nazionale, a cui tutti gli istituti superiori dovranno attenersi, licei compresi, in sede di scrutinio del triennio conclusivo, per standardizzare i voti di tale esperienza.

    Ricordiamo che l'alternanza si rivolge agli studenti della scuole secondarie di ogni ordine (licei, istituti tecnici, professionali e artistici) che abbiano compiuto il quindicesimo anno di età. Tra gli obiettivi quelli di collegare le istituzioni scolastiche e formative con il mondo del lavoro e della ricerca; di sostenere l'innovazione metodologica e didattica e contrastare la dispersione scolastica.  



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