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Articoli del 2008



24 dicembre 2008. I giovani e le scienze, un concorso per gli studenti. È giunto il momento della riscossa per i giovani scienziati italiani! Il concorso I giovani e le scienze darà l’opportunità ai nostri studenti di dimostrare che se la sanno cavare anche con le materie scientifiche. Per farlo dovranno presentare studi o progetti originali e innovativi in qualsiasi campo scientifico. Il concorso è rivolto agli studenti delle scuole superiori e del primo anno di università e «intende promuovere la cooperazione e di interscambio tra gli studenti. È la vetrina annuale delle migliori scoperte scientifiche da parte di ragazze e ragazzi che hanno così l’opportunità di confrontarsi con colleghi con simili interessi ed attitudini. Attraverso la manifestazione, la Commissione cerca di valorizzare gli sforzi fatti in tutti i paesi che partecipano alla gara, ed invogliare i giovani ad intraprendere le carriere scientifiche. L’iniziativa è parte del programma Scienza e società, gestito dalla Direzione generale Ricerca della Commissione europea e orientato a costruire un rapporto più armonioso tra sforzo scientifico e società in generale».
Com’è noto gli studenti italiani vivono una disaffezione alla matematica subito dopo la fine della scuola primaria: se in quarta elementare gli alunni italiani hanno ottenuto risultati superiori alla media Timss (Trend in international mathematics and science study) di 500 sia in matematica (507) sia in scienze (535), già al termine della scuola secondaria di I grado il punteggio si riduce sensibilmente scivolando sotto la media: in scienze 495 ed in matematica 480. Alle superiori, infine i nostri studenti scivolano al 37°  posto in graduatoria. 
Il concorso invita a partecipare le eccellenze dei nostri istituti e rappresenta l’occasione giusta per riscattare questa situazione negativa. Il bando di concorso (occorre iscriversi entro il 27 febbraio 2009) prevede l’invio di progetti sull’acqua, sulle scienze della terra, ma anche sulla chimica, fisica, matematica, farmacologia, medicina, salute, scienze biologiche ed ambientali, energia e sulle sempre particolare fonti rinnovabili e tecnologie dell’idrogeno, fino alle tecnologie dell’informazione. I migliori contributi verranno invitati all’esposizione del 19-21 aprile a Milano: tra questi la giuria deciderà chi rappresenterà l’Italia ad una serie di eventi di carattere mondiale. 
Manca solo la ricetta: «Scegli un argomento che ti interessa (l’idea deve essere originale, naturalmente); aggiungi un po’ di curiosità e conoscenza tecnica; un tocco di perseveranza e caparbietà; qualche consiglio da parte di esperti; un pizzico di ingenuità, critica ed entusiasmo; spirito intraprendente in abbondanza; ma l’ingrediente principale è la parte migliore della tua immaginazione».
Ulteriori informazioni sul sito di FAST, la Federazione della Associazioni scientifiche e tecniche - www.fast.mi.it
Scarica il bando di concorso dal sito di Fast [file .pdf - 318 kb]

17 dicembre 2008. Riforma nel 2010: spazio al dialogo. La decisione del ministro del MIUR Mariastella Gelmini di rinviare la riforma del secondo ciclo all’anno scolastico 2010-2011, ha provocato molte reazioni contrastanti tra i media e gli addetti ai lavori del mondo della scuola; il dietro front, voluto per ripristinare le condizioni minime di dialogo con i sindacati, sono state agevolate dall’intervento dalla presidente della commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea. Nonostante il governo rischi di dare l’impressione di non essere in grado di portare fino in fondo la sua azione perché colpito anch’esso dalla sindrome dell’indecisionismo attendista (così la definisce il direttore del Giornale), la questione relativa alla riforma del secondo cicli d’istruzione necessita effettivamente di maggior tempo per essere messa a punto in maniera efficace. Inoltre il ministero ha già approntato la bozza di regolamento sui quadri orari dei licei per poter approntare il dialogo con gli addetti ai lavori; secondo ItaliaOggi (numero 298 del 16 dicembre) il provvedimento prevede una riduzione generalizzata del numero delle ore di lezione nei vari istituti eccezion fatta per i licei. Al liceo Classico le ore di matematica passeranno da 2 a 3 e l’inglese sarà insegnato non solo al ginnasio ma anche nel triennio; allo Scientifico la matematica sarà ulteriormente potenziata con 5 ore settimanali in tutte le classi e le scienze verranno introdotte sin dal primo anno; al Linguistico le ore scenderanno a 30 (dalle attuali 34/35) grazie alla cancellazione del diritto e all’accorpamento di Scienze della terra, Biologia e Chimica in un’unica materia chiamata Scienze naturali; il liceo Socio-psico-pedagogico diverrà liceo delle Scienze sociali e passerà dalle attuali 34 a 30 ore settimanali.
Ora le parti hanno il tempo necessario per poter aprire un confronto e un dibattito costruttivi. Come riporta il verbale siglato tra Governo e sindacati [leggi a questo indirizzo] il ministero si impegna
1) a costituire un tavolo permanente di confronto per ricercare le possibili soluzioni a tutela del personale precario attualmente con nomina annuale o fino al termine delle attività didattiche, per favorire continuità delle attività di insegnamento e di funzionamento;
2) a prevedere, qualora le risorse di bilancio lo consentano, l’estensione degli sgravi fiscali previsti in materia di salario accessorio.
A questo punto, come auspica Tuttoscuola, «in presenza di documenti non blindati, e della disponibilità del governo ad ascoltare, si potrebbe discutere e approfondire alcuni problemi che meriterebbero più attenzione di quella finora ad essi riservata. Per esempio quello dei confini tra istruzione tecnica e professionale, disegnati dalla commissione De Toni in modo a nostro avviso troppo astratto e divaricante, lontano dalla realtà concreta degli istituti; quello degli eccessivi margini di autonomia, dal 20% del biennio fino al 35% del quinto anno, che rischia di appannare l’identità dei percorsi dell’istruzione tecnica e di riprodurre in capo all’autonomia delle singole istituzioni scolastiche la frammentazione determinata   in passato dalle centinaia di indirizzi, sperimentazioni e progetti assistiti; quello di un quinto anno strutturato in modo tale da farne davvero un anno ponte verso gli studi successivi, o con il lavoro (si tenga conto del fatto che i nostri studenti concludono gli studi secondari un anno dopo i loro colleghi di quasi tutto il mondo); quello di un più organico raccordo con le Regioni e con i percorsi formativi ad esse affidati».

3 dicembre 2008. Autonomia e responsabilità del docente [articolo pubblicato da Diesse - Didattica e Innovazione Scolastica - nella libed.news n.13]
Una recente pubblicazione di Eurydice, la rete di informazione sulla istruzione in Europa, fa il punto sulle condizioni di lavoro dei docenti europei offrendo in chiave comparata una serie interessante di dati (Cfr. Levels of Autonomy and responsibilities of Teachers in Europe 2008).
Lo studio osserva anzitutto che da circa vent’anni quasi ovunque in Europa al mestiere di insegnante sono stati attribuiti nuovi compiti e maggiori responsabilità.
Oltre ai doveri tradizionali da svolgersi nel perimetro della sua classe, l’insegnante deve sempre più confrontarsi con l’esterno, essendo chiamato a partecipare ad attività sviluppate nella sua scuola, ma anche ad intervenire al di fuori del proprio istituto, nel quadro dell’elaborazione di riforme scolastiche o dello sviluppo delle innovazioni didattiche.  L’attribuzione di maggiori responsabilità, che comporta anche maggiori carichi di lavoro, deve essere rapportata alla maggiore autonomia che viene accordata alle scuole chiamate a rispondere alle emergenze educative e sociali.  
In molte realtà si è compreso che la libertà di educazione dell’insegnante, fino alla scelta della modalità di insegnamento e dei curricoli che concernono l’offerta formativa della scuola, è la migliore garanzia affinché la scuola risponda alle domande della comunità. 
I modelli di autonomia scolastica sono diversi da Stato a Stato e riassumibili, fondamentalmente, in tre tipologie: a) lo Stato definisce le norme generali dell’istruzione e assegna alle scuole la formulazione dei curricoli; b) lo Stato definisce semplicemente gli obiettivi finali della scolarizzazione, c) lo Stato definisce i programmi che coesistono con i curricoli decentrati.
La ricerca nota che l’Italia ha fatto progressi dal momento in cui lo Stato centrale ha deciso di limitarsi a fissare i livelli essenziali delle prestazioni scolastiche rinunciando a dettare programmi omogenei su tutto il territorio nazionale (ndr.: il riferimento è alla riforma del Titolo V e alla legge di riforma 53/2003).
Si precisa anche che la maggiore libertà pedagogica dei docenti non deve essere intesa come libertà individuale, ma come responsabilità collettiva, cosa che può comportare la riduzione della capacità di decisione di ogni insegnante nella sua classe.
E qui sta il nodo dei processi che andiamo esaminando: un conto è avere a livello di singolo istituto degli obiettivi comuni da offrire agli alunni e alla famiglie, che i singoli docenti traducono responsabilmente in metodologia didattica; un altro conto è pretendere da tutti la stessa metodologia.
Lo studio sottolinea a questo proposito che in Italia la libertà di scelta dei metodi di insegnamento è uno degli aspetti costitutivi della libertà di insegnamento prevista dalla Costituzione.
Detto questo, il problema si sposta sulla valutazione della efficacia degli stessi metodi. Lo spostamento culturale che si nota in Europa è dalla libertà di metodo alla valutazione esterna della ricaduta del metodo sulla classe. Il trend determina anche una nuova valutazione dei tempi di lavoro del docente, comporta la distinzione tra ore di insegnamento e ore di lavoro e rende necessaria la formazione e l’aggiornamento continui e ricorrenti.
Ma come valutare il docente e il suo lavoro? Eurydice mostra che sono state introdotte ormai varie forme di “accountability”: dalla tradizionale ispezione esterna individuale basata sui processi, all’autovalutazione della scuola che include un’analisi del lavoro del docente, passando dalla valutazione individuale interna effettuata dal capo di istituto.
È questo il settore più delicato del capitolo autonomia e responsabilità, rispetto al quale il nostro sistema di istruzione è atteso al varco.

26 novembre 2008. Scuola sicure: un sogno irrealizzabile? Nel giorno dedicato alla sicurezza scolastica, il crollo del soffitto del Liceo Scientifico «Darwin» di Torino, che ha causato la morte di un giovane studente di 17 anni, riporta drammaticamente in primo piano la questione relativa all’emergenza edilizia delle scuole italiane. Qualunque sia stata la reale causa del cedimento strutturale del Liceo torinese non possiamo fare a meno di chiederci, ancora una volta: quanto sono sicure le nostre scuole? A questa domanda vorremmo rispondessero i docenti in questa sezione del forum, appositamente aperta per raccogliere le testimonianze di chi vorrà descriverci le condizioni degli edifici in cui lavora e studia.
Ieri, 25 novembre, 10.000 scuole hanno preso parte alla VI Giornata nazionale della sicurezza scolastica, promossa da Cittadinanzattiva: attività, eventi, manifestazioni in tutta Italia per promuovere la cultura della sicurezza e della salute tra i più giovani e richiamare l’attenzione delle istituzioni. L’evento nazionale si è svolto a Roma, presso l’Istituto tecnico industriale Galilei, in via Conte Verde 51 (fermata metro Manzoni), ore 9-13. Un evento drammaticamente attuale dopo la tragedia del crollo di un controsoffitto al liceo «Darwin» di Rivoli, in provincia di Torino, che ha causato la morte di Vito Scafidi di 17 anni e il ferimento di una ventina di suoi compagni (Andrea, uno di loro, rischia la paralisi permanente).
Il crollo non è stato provocato dal maltempo, come era parso in un primo momento, ma dal cedimento dei sostegni che reggevano un pesante tubo di ghisa collocato tra il soffitto e la controsoffittatura; resta semmai da chiarire se il cedimento sia dovuto a causa fortuita, a cattiva manutenzione o a cause da ricercare nelle modalità di installazione. Oltretutto di tubi di ghisa come quello che ha ucciso Vito Scafidi, ne sono stati trovati altri da carabinieri e vigili del fuoco che hanno continuato a ispezionare le controsoffittature dell’ala sotto sequestro del liceo. Intervistata sulle pagine del «Messaggero» Maria Torelli, la preside del Liceo «Darwin» ha spiegato: «Venti giorni fa avevamo fatto un’ispezione in tutta la scuola insieme all’ingegner Casali, che è un nostro consulente proprio per la sicurezza. Abbiamo controllato tutto, gli impianti elettrici, il sistema antincendio, perfino le plafoniere. Su quel soffitto crollato non c’erano segni di obsolescenza che ci potessero mettere in allarme».
La realtà delle scuole italiane è sotto gli occhi di tutti, come scrive Gianfranco Pignatelli sulle pagine di Orizzontescuola: «La mia denuncia ha un fondamento. Scrivo con cognizione di causa. Lo faccio da architetto e professore con esperienza trentennale. Ho avuto modo di conoscere scuole collocate in diversi contesti territoriali. Troppo spesso mi sono imbattuto in strutture fatiscenti ed inadeguate sul piano strutturale ed impiantistico, nelle quali erano disattese le più elementari norme di sicurezza. Poche quelle idonee. Gravi e quotidiani i rischi per l’incolumità di quanti frequentano e lavorano in quegli edifici. Dagli infortuni alla insalubrità dei luoghi, fino all’assenza delle più elementari norme igieniche e sanitarie. Nelle scuole italiane c’è di tutto. Mancano i controlli e, chi dovrebbe vigilare ed agire, s’appella alla mancanza di risorse. Il risultato? Tutti si sentono esenti da responsabilità. Tutti si lagnano e nessuno agisce».
Ma a chi spetta garantire la messa in sicurezza delle nostre scuole? L’edilizia scolastica è di competenza esclusiva degli Enti Locali; le Regioni svolgono un ruolo di coordinamento. Il Ministero ha invece il compito di elargire trasferimenti, quando lo Stato decide di destinare fondi finanziari aggiuntivi come prevede la legge 23/96 che impone alle Regioni di stilare piani di attuazione triennali. Per il triennio 2006-2009 il Miur ha stanziato 300 milioni di euro: saranno sufficienti? Nel nostro Paese più di 15.000 edifici scolastici di ogni ordine e grado, praticamente una scuola su tre, si trovano in zone ad alto e altissimo rischio sismico senza esser stati ristrutturati secondo la normativa sismica entrata in vigore nel 2003: 8 milioni di bambini e ragazzi ogni mattina entrano in classi dove non ci sono i requisiti di sicurezza previsti per legge. Per metterle in sicurezza occorrerebbero 4 miliardi di euro. Così il ministro del MIUR Mariastella Gelimini: «Mi è stato chiaro fin da subito che esiste un’emergenza legata alla sicurezza delle scuole e devo dire che di fronte a questa tragedia sono atterrita ma non sono sorpresa. È il motivo che mi ha spinto a rivedere immediatamente i meccanismi di spesa. Da troppo tempo nella scuola non si investe ma si pagano soltanto le spese correnti ed invece c’è bisogno di spostare le risorse sugli investimenti; nessun taglio è stato operato sulla sicurezza. L’attenzione del governo è dimostrata dall’articolo 7 bis contenuto nel decreto sulla scuola sul quale è stato detto tutto tranne forse che contiene appunto risorse per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Io ho preteso che quell’articolo fosse inserito nel decreto». E, in un comunicato del 26 novembre ha aggiunto: «Sarà mia cura ribadire l’impegno del ministero, dei dirigenti regionali e dei presidi affinché si possa fare in modo che tutti gli edifici scolastici abbiano un certificato di staticità accanto a controlli effettuati, ma che non sono bastevoli».
Solo poche settimane fa Cittandinazattiva nel Rapporto Imparare Sicuri 2008 [consulta a questo indirizzo]: «Tra i primi definimmo la situazione della sicurezza nelle scuole un’emergenza nazionale che come tale andava affrontata. La situazione della sicurezza nelle scuole sta migliorando lentamente ma con il 2007, grazie agli stanziamenti previsti, si è riaperto il canale dei finanziamenti statali e, dunque, si può parlare di una fase di ripresa degli investimenti in questo ambito. Questa Indagine, condotta su un campione di 132 edifici scolastici di diverse zone del Paese vuole contribuire a tenere alto il livello di attenzione sui diversi aspetti legati alla non applicazione della legge 626/94 e, contemporaneamente, su quanto si potrebbe fare per contribuire a far crescere nel nostro paese, soprattutto nei giovani, una cultura della sicurezza».
Concludiamo citando l’articolo 3 della Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, sottoscritta da 90 Stati, tra cui l’Italia (1991), che al terzo comma recita: «Gli Stati vigilano affinché il funzionamento di istituzioni, servizi, istituti che hanno la responsabilità dei fanciulli e che provvedono alla loro protezione sia conforme alle norme stabilite dalle autorità competenti in particolare nell’ambito della sicurezza e della salute e per quanto riguarda il numero e la competenza del loro personale nonché l’esistenza di un adeguato controllo».

12 novembre 2008. Latino a scuola. Quale futuro?
 Una lunga e articolata indagine curata dall’associazione TreElle ha rilevato che le ore che gli studenti italiani trascorrono a studiare il latino sono molte di più rispetto ai loro colleghi europei. Tuttavia a fronte di un maggiore monte ore di studio non corrispondono risultati più incoraggianti: è giunto il momento di ripensare alla didattica latina nelle scuole italiane? L’indagine, intitolata Latino perché? Latino per chi? [scaricala a questo indirizzo in formato .pdf], illustra che se il 41% degli studenti italiani ha a che fare con autori e versioni della Roma antica, in Germania il latino è studiato da appena il 5% degli studenti delle medie e dall’8% di quelli delle superiori; in Francia il dato non supera il 3%, in Gran Bretagna il 2%. La ricerca ha poi rilevato che, nonostante la maggiore diffusione, il 40% degli studenti italiani ha debiti in latino per tutta la durata degli studi; il carattere di obbligatorietà dello studio di questa lingua classica, ha spiegato Attilio Oliva, presidente di TreElle, ne fa una materia ben poco amata: «Chi la studia per scelta, come gli americani o gli inglesi, la studia bene e la impara. Da noi è obbligatoria ma di fatto snobbata e rifiutata».
A proposito di USA, il New York Times ha evidenziato, proprio in questi giorni, la crescita dei corsi dedicati alla lingua latina: negli ultimi 2 anni più di 134.000 studenti si sono presentati all’esame nazionale di latino (nel 2003 erano stati 124.000, nel 1998 101.000). I dati fanno presupporre che, dopo il francese e lo spagnolo, il latino possa raggiungere il tedesco nella classifica delle lingue più studiate, bruciando il cinese. 
Riferendosi alla scuola italiana, TreElle argomenta che «il problema dell’insegnamento delle lingue antiche, "morte", è questione rilevante e oggettiva, che non può esser ridotta a mero problema di funzionalità economica o pedagogica, per la sua imprescindibile rilevanza culturale e storica. Non può tuttavia esser neanche raffigurato come una necessità assoluta, quasi metafisica, come in effetti certo ideologismo lo prospetta». I sostenitori ricordano che il latino, parte insostituibile della nostra identità, ha il merito di aiutare a conoscere l’italiano e l’origine di molti termini, di favorire il ragionamento e l’apprendimento delle altre lingue straniere, di formare il carattere degli studenti; i detrattori, dal lato opposto, obiettano che il latino non ha più nessuna applicazione pratica ed è perciò da considerare unicamente come una disciplina specialistica da insegnare soprattutto all’università (tanto più che nella nostra società globalizzata e multiculturale si è persa la continuità tra mondo classico e mondo moderno).
Mentre il Ministero dell’Istruzione prepara la bozza di regolamento che riscriverà le scuole superiori, in molti si domandano se sia arrivato il momento di lasciare lo studio del latino obbligatorio solo al Liceo Classico, rendendolo opzionale negli altri Licei (in ballottaggio con una seconda lingua straniera). Al di là di questa decisione, che in ogni caso non sarà facile prendere, occorre forse prevedere un rinnovamento dell’insegnamento del latino, come suggerisce Tullio De Mauro: «Bisogna persuadere i classicisti, depositari del diritto di prelazione sulla questione, che latino non vuol dire solo latino classico, vuole dire anche latino in quanto vettore della grecità e, soprattutto, vuole dire latino cristiano, medievale e moderno. Bisogna persuaderli che questo ampliamento di visuale è una condizione preliminare per il rinnovamento dei contenuti e delle motivazioni dello studio scolastico e specialistico delle lingue nate e vissute alcuni secoli in Grecia e a Roma antica, ma vissute poi e sviluppatesi per oltre un millennio nell’Europa medievale e moderna. Bisogna ripensare i modi di studio di queste lingue perché siano apprese seriamente una volta che seriamente siano insegnate. Bisogna allora ripensare la formazione universitaria di chi intende studiare e insegnare queste lingue e bisogna organizzare i sistemi scolastici mediosuperiori: la canalizzazione precoce non è una buona soluzione, per il latino o per qualsiasi altra materia».
Quale futuro per la lingua latina? Dì la tua nel nostro blog

5 novembre 2008. Scuola: proteste o dialogo? Il decreto 137 è legge dello Stato; le polemiche e le proteste che ne hanno accompagnato il cammino continuano soprattutto nei licei italiani. Come si evolveranno le contestazioni e quali sono i passi che il governo muoverà a partire da questo momento? Una breve rassegna stampa per cercare di capirlo. ItaliaOggi del 4 novembre spiega che «a dispetto del fatto che il decreto di riforma della scuola e dell’università sia stato definitivamente approvato, molte scuole, soprattutto licei, stanno vivendo in questi giorni le occupazioni che le università hanno già sfoderato nelle scorse settimane. Con un effetto insperato: se la protesta non può più nulla contro i tagli alla scuola, potrebbe invece sortire un ripensamento sulla riforma dell’università. A caldeggiarlo anche esponenti del centrodestra, come il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni, e il ministro della semplificazione, il leghista Roberto Calderoli, che hanno detto al governo: "La riforma degli atenei facciamola insieme ai giovani e all’opposizione"».
Sui ripensamenti del ministro del MIUR in merito al decreto per l’Università scrive La Repubblica.it: «Mariastella Gelmini, ministro sotto assedio, questa volta aveva puntato ad addolcire la pillola amara dei tagli previsti dalla legge 133, quella che ha firmato insieme con Giulio Tremonti. Nella sede dell’Eur, dove in questi giorni si rifugia spesso, la Gelmini tiene una riunione dietro l’altra. Con questo testo in particolare, riteneva di essere sulla strada giusta, di coniugare cioè rigore, buonsenso e insomma di capitalizzare, dopo la rivolta nel paese, un po’ di consensi. Un decreto che costa però, più di quanto non risparmi. In concreto, al primo comma impedisce alle università che spendono in stipendi per il personale più del 90 per cento del Fondo di finanziamento ordinario, di bandire posti di qualunque tipo. Secondo una sommaria panoramica le università prodighe sarebbero Siena, Firenze, Pisa, Napoli Orientale, Cassino, Trieste.» [Leggi l’articolo completo].
Scrive Roberto Persico su Tempi.it: «Ce n’est qu’un debut. Cioè il bello deve ancora venire. Il contestatissimo decreto Gelmini, infatti, contiene solo alcune misure urgenti, necessarie per far fronte alle distorsioni più gravi del sistema d’istruzione. Ma la vera rivoluzione si aggira silenziosa nei meandri della Camera, sotto le spoglie della proposta di legge 953, recante "Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti", proposta dal presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, Valentina Aprea. Scuole trasformate in fondazioni, risorse distribuite secondo il principio "i soldi seguono gli studenti", carriera per i docenti, albi regionali degli insegnanti e un contratto ad hoc per la categoria: quando la 953 sarà approvata, la scuola italiana non sarà più quella che abbiamo sempre conosciuto». [Prosegue a questo indirizzo]
La Stampa pone attenzione sul proseguimento delle proteste in numerose città italiane, che ormai non hanno più colore politico: «A Milano alcuni studenti di Azione universitaria hanno fatto irruzione durante la cerimonia d’inaugurazione dell’Anno accademico 2008-2009 al Politecnico. Alcuni studenti hanno infatti approfittato dell’occasione per fare irruzione nell’Aula Magna della sede distaccata del Politecnico milanese, in zona Bovisa, per manifestare il proprio dissenso nei confronti dei tagli della riforma Gelmini. Sono quattro gli studenti di Azione universitaria, identificati dalle forze dell’ordine che hanno fatto irruzione durante la cerimonia del 146mo anno accademico del Politecnico. Tra loro Fabio Mastroberardino che reggeva lo striscione Voi baroni preoccupati noi studenti disoccupati. "Si è trattata di un’azione goliardica - ha spiegato il ragazzo dopo la protesta - quello che chiediamo è una autocritica sugli sprechi da parte dei professori. La nostra è una protesta contro la distribuzione a pioggia dei fondi universitari senza che venga minimamente tenuto conto del merito".». [Prosegue a questo indirizzo]
Come si accennava sopra, il ministro della Lega Roberto Calderoli ha auspicato un ritorno al dialogo con Walter Veltroni; tuttavia la Rete degli studenti - che raggruppa le rappresentanze dei licei italiani  - spiega che «le denunce e l’apertura del dialogo sono iniziative incompatibili. Colpisce l’atteggiamento del Governo in questi giorni: mentre richiama le parti al dialogo, fa scattare le denunce degli studenti che pacificamente occupano le scuole di Milano e Roma e nel frattempo, nessuna risposta concreta e’ arrivata sulla richiesta del movimento studentesco di garantire piazze sicure ai manifestanti». Lo riporta Asca a questo indirizzo.

29 ottobre 2008. Ottobre, la settimana della protesta; il decreto passa in Senato, è legge. Mentre il Governo apre al dialogo sull’Università (ma le proteste negli atenei continuano a imperversare), il decreto 137 è legge dello Stato a tutti gli effetti: il provvedimento è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 31 ottobre con il numero 169. Si può consultare a questo indirizzo. Così il ministro del MIUR: «La scuola cambia. Si torna alla scuola della serietà, del merito e dell’educazione; provvedimenti come il voto in condotta contro il bullismo, l’introduzione dell’educazione civica, dei voti al posto dei giudizi, il contenimento del costo dei libri per le famiglie e l’introduzione del maestro unico sono condivisi dalla gran parte degli italiani».
Grande mobolitazione a Roma per lo sciopero generale del mondo della scuola e dell’Università. Riporta la Tecnica della scuola: «Per la prima volta si sono visti uniti nella protesta studenti universitari con studenti di ogni ordine e grado; docenti delle primarie assieme a docenti universitari; e poi ancora, dirigenti scolastici, rettori, genitori di alunni, personale Ata, sindacati e associazioni di categorie, comitati spontanei e cortei improvvisati si sono dati la mano per “salvare” la scuola italiana da un possibile disfacimento».
Il corteo è partito intorno alle 9.30 da piazza della Repubblica. «Faremo il possibile per contrastare la riforma della scuola targata Gelmini» ha detto Guglielmo Epifani, presente al corteo assieme ad alcuni parlamentari del Pd e il ministro ombra dell’Istruzione Maria Pia Garavaglia. Campeggia lo striscione «Uniti per la scuola di tutti»; nonostante la pioggia, moltissime persone si sono presentate all’appuntamento con bandiere e palloncini colorati. Secondo i sindacati in strada si sono riversate un milione di persone. Iniziative, manifestazioni, proteste e lezioni in strada in tutta Italia, da Bolzano a Palermo.
Mercoledì il decreto è stato approvato in via definitiva con 162 a favore, 134 contrari e tre astenuti. Circa 1500 ragazzi sono tornati nei pressi del Senato; in prima fila, gli insegnanti dei Cobas con uno striscione che recava la scritta «Gelmini Vattene» e «Il popolo della scuola pubblica» con il messaggio «Non distruggete la scuola». La polizia, in assetto anti-sommossa, ha dovuto fronteggiare scontri tra le diverse fazioni dei manifestanti: verso le 13 a piazza Navona estremisti di destra e di sinistra si sono affrontati lanciandosi contro anche sedie e tavolini dei bar circostanti. Turisti spaventati e negozi chiusi. Sono in tutto 14 gli studenti fermati dalle forze dell’Ordine. A Milano il corteo degli studenti universitari, giunto alla stazione Lambrate, ha invaso i binari disponendosi in fila con gli striscioni.
Così la vice presidente della Camera Rosy Bindi: «Partiamo subito con la raccolta delle firme per fare il referendum e cancellare misure di grande arretratezza culturale».
Martedì 28, in Piazza della Repubblica più di un migliaio di studenti si è radunato per far partire il corteo diretto verso Palazzo Madama, già presidiato dalle forze dell’ordine. Nel frattempo altri studenti si sono si erano radunati nei pressi del Ministero della Pubblica Istruzione, in viale Trastevere. Tra i manifestanti anche gli studenti del liceo scientifico Malpighi che hanno esposto uno striscione con scritto «Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza».
«Gli studenti radunati sotto al Senato, sono ormai circa 10.000» fa sapere l’Unione degli studenti. La folla di giovani è divisa in due blocchi distinti: davanti quelli della formazione di destra Blocco Studentesco, dietro i ragazzi dei collettivi di sinistra.
Il rettore del Politecnico di Torino, Francesco Profumo, dalle pagine de La Stampa ha rilasciato la seguente conucazione: «se il governo non cambierà strada, convocando i rettori, ritirando tagli insostenibili e aprendo la via a una seria riforma delle università, non potrò che dimettermi insieme agli altri rettori italiani».
In questi giorni sono nate anche iniziative di studenti che desiderano interrompere le agitazioni e riprendere gli studi; al Rettore dell’Università sono arrivate 10.000 cartoline che riportano «Anch’io non voglio le occupazioni, voglio studiare!», mentre hanno sempre più seguito i gruppi nati su Internet come Io voglio studiare, Occupate casa vosta, Basta con le occupazioni.

23 ottobre 2008. Ottobre, scuole in agitazione [parte 2]. A Milano 2000 tra ragazzi, lavoratori tecnico-amministrativi, docenti e ricercatori hanno riempito l’aula magna dell’Università statale per gli Stati generali d’ateneo. Poi un gruppo di "agitati" ha  cercato di irrompere nella stazione ferroviaria di Piazzale Cadorna; l’assalto è stato respinto dai carabinieri e si contano 3 feriti e altrettanti contusi. Anche a Bologna gli studenti hanno tentato di bloccare la stazione ferroviaria. A Firenze un corteo di oltre 40.000 giovani ha manifestato pacificamente per le vie del centro; il rettore dell’Università di Firenze Augusto Marinelli ha colto l’occasione per spiegare che «le manifestazioni in atto hanno cause totalmente condivisibili, cioè la difficoltà ad immaginare un futuro per l’Università con la drastica riduzione delle risorse da parte dello Stato, ma occorre andare oltre e lavorare per individuare soluzioni effettive ad una situazione preoccupante».
Le manifestazioni e le occupazioni delle scuole continuano a Napoli, Roma, Perugia, Teramo, Macerata, Genova, Palermo (dove ricercatori e studenti hiedono al Consiglio di facoltà il blocco dell’attività didattica fino al giorno della discussione del decreto legge 137 in Senato) e Torino (dove è stato occupato Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche torinesi).
Nel corso della conferenza stampa del 22 ottobre il Presidente del Consiglio Berlusconi ha fermamente condannato le occupazioni: «È una violenza, convocherò Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell’ordine. Lo Stato deve fare il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle aule»; e ancora «Non faremo nessun taglio alla scuola pubblica, il nostro provvedimento è a lungo periodo ed estenderà i suoi effetti in tre anni. Non vogliamo chiudere le scuole: pensiamo a una razionalizzazione del personale, cosa prevista anche dal governo di centrosinistra». Infine, sul maestro unico, rivolto alla Gelmini: «Ti sei sbagliata, non è maestro unico ma prevalente. È affiancato dall’insegnante di lingua straniera, religione e di informatica. Il tempo pieno non verrà ridotto, anzi il 50% di classi in più potrà usufruirne».
Nel frattempo la Camera ha approvato la cosiddetta «Mozione Cota», dal nome del deputato della Lega primo firmatario, in merito all’introduzione degli studenti stranieri nella scuola dell’obbligo: essa prevede di «regolare le iscrizioni degli alunni stranieri previo il superamento di test e specifiche prove di valutazione» e la creazione di classi di inserimento «che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana». È prevista inoltre una «distribuzione degli studenti stranieri proporzionata al numero complessivo degli alunni per classe per favorirne la piena integrazione e scongiurare il rischio della formazione di classi di soli alunni stranieri».
Era facilmente impotizzabile che la mozione avrebbe scatenato pareri discordanti; e così infatti è stato. Anche il settimanale Famiglia cristiana ha espresso la propria preoccupazione. Nell’editoriale si legge che la mozione rischia di far «scivolare pericolosamente la scuola verso la segregazione e la discriminazione: si dice "classi ponte", ma si legge "classi ghetto"».

16 ottobre 2008. Ottobre, scuole in agitazione [parte 1]. Occupazioni e autogestioni non sono certo una novità nelle scuole superiori italiane; oggi tuttavia assumono una rilevanza diversa, perché vanno ad aggiungersi ad un clima di agitazione più generale al quale aderiscono anche università e ricercatori precari. «Nel mirino della protesta» si legge su Repubblica.it, «la cosiddetta "controriforma Gelmini", ovvero la legge 133 approvata il 6 agosto scorso - ex decreto Brunetta - e le sue norme sull’università: possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni di diritto privato, tagli al fondo di finanziamento ordinario (un miliardo e mezzo di euro in 5 anni) e blocco del turn-over al 20 per cento (modulo 5 a 1: per cinque docenti in pensione ne entra solo uno)».
Ecco una breve rassegna delle varie manifestazioni sparse per la penisola. Il 15 ottobre si è svolta a Bologna e in altre quindici città, tra cui Roma, Parma a Milano, la “Notte Bianca” contro la riforma Gelmini. Il simbolo della manifestazione era uno spettro, «perché la scuola non sia ridotta a un fantasma», come hanno spiegato gli organizzatori, non solo studenti ma anche genitori, insegnati e ricercatori del Cnr.
Le scuole della Liguria, invece, si dicono pronte allo «sciopero bianco», ovvero l’interruzione di tutte le attività che esulano dalla tradizionale didattica frontale, come le gite, i laboratori, le collaborazioni con enti esterni, e concorsi vari, (la notizia ha suscitato preoccupazioni per l’imminente Festival della Scienza di Genova).
Anche le scuole di Firenze sono in agitazione; sono ben quindici gli istituti superiori occupati. Lo scorso 13 ottobre si è svolta una manifestazione (organizzata da Cgil, Cisl, Uil e Gilda insegnanti) che ha unito genitori e figli di tutte le età in un corteo che si è snodato per le vie del centro storico.
Roma è stata invece il centro delle proteste degli universitari: dalla Sapienza gli studenti fanno sapere che se la 133 non sarà abrogata chiederanno le dimissioni del Rettore e del Senato accademico, e l’annullamento dell’inaugurazione dell’anno accademico. A Milano, una settantina di studenti ha occupato il rettorato della Statale lo scorso 13 ottobre.
Il mondo dei sindacati, che ha pianificato lo sciopero generale il prossimo 30 ottobre, non è ancora completamente unito nella protesta: il segretario della Cisl Raffaele Bonanni dai microfoni di Domenica In (12 ottobre) ha fatto sapere che è disposto a revocare lo sciopero generale della scuola del 30 ottobre purché «il presidente del Consiglio convochi sindacati e enti locali per discutere come si riorganizza la scuola». La proposta di Bonanni, però, non ha ottenuto molti consensi da parte degli altri sindacati, perché una semplice convocazione non implica la volontà di modificare le leggi già ratificate.
Le polemiche sembrano dunque destinate a non finire presto, ma anzi ad aumentare: speriamo che in mezzo a striscioni e proteste non si perda di vista la cosa più importante, ovvero che la scuola e la ricerca sono fondamentali per lo stato e i suoi cittadini.

9 ottobre 2008. La Camera approva il decreto-Gelmini. Con il voto finale ottenuto alla Camera giovedì 9 ottobre, il decreto del ministro del MIUR Mariastella Gelmini è stato trasmesso al Senato per la definitiva conversione in legge (le date: martedì 21, mercoledì 22 e giovedì 23 ottobre). «Più che una riforma», ha detto il ministro, «la mia credo sia una manutenzione della scuola».
«La scuola a cui penso recupera dal passato principi attualissimi ma guarda al futuro, ammodernando e colmando alcuni gap come quello delle lingue straniere». «La manutenzione», ha risposto il Ministro dell’Istruzione del Governo Prodi Giuseppe Fioroni, «si fa per rendere più funzionante ed efficace l’oggetto dell’intervento; in questo caso si sfascia la scuola elementare e la scuola pubblica, senza un progetto educativo e senza un futuro da proporre ai nostri ragazzi, ma semplicemente per risparmiare e fare una manovra di bilancio». Il decreto è ora in attesa dell’approvazione in Senato e della successiva e definitiva conversione in legge, prevista entro la fine del mese. 
Tutti, anche i non addetti ai lavori, conoscono le novità introdotte dal testo: il ritorno del maestro unico alle elementari, la valutazione della condotta ai fini della promozione, lo stanziamento di fondi per l’edilizia scolastica (articolo 7 bis) e il ritorno dell’insegnamento dell’educazione civica. C’è anche un punto che riguarda gli studenti che frequentano il nono ciclo della Ssis, la scuola di specializzazione per l’insegnamento secondario: saranno rimessi in graduatoria in base ai punteggi attribuiti ai titoli posseduti. 
I sindacati sono sul piede di guerra e la data per lo sciopero generale è già stata fissata: 30 ottobre. Nel mirino della protesta vi è in particolar modo il ritorno al maestro unico e il taglio di circa 140 mila posti in organico, che di fatto porterà al licenziamento di migliaia di supplenti nei prossimi anni. 
Cosa ci aspetta nel 2009? Secondo ItaliaOggi del 7 ottobre il primo pensiero della Gelmini sarà probabilmente rivolto alla riforma delle scuole superiori: i Licei saranno Classico, Scientifico, Artistico, Linguistico e Musicale/Coreutico. Le ore di lezioni settimanali saranno per tutti pari a 30, ad eccezione dei Licei Artistici, Musicali e Coreutici che dovrebbero fare riferimento ad un quadro settimanale di 32 ore. Verranno cancellate, probabilmente, tutte le sperimentazioni vigenti, fermo restando che le classi attualmente funzionanti continueranno ad esistere fino ad esaurimento. Nessun cambianto per quanto riguarda la Maturità 2009. 
L’iter del decreto a questo indirizzo del sito della Camera dei deputati.

1 ottobre 2008. Scuola, emergenza edilizia. Quante sono le scuola italiane non in regola con il decreto ministeriale del 26 agosto 1992 «Norme di prevenzione incendio per l’edilizia scolastica»? Ancora tante, secondo i dati forniti da Inail nel 2007 e Cittadinanzattiva. La prima norma della legge 1992 [leggila sul sito di Edscuola] riguarda l’affollamento delle classi: ai fini di favorire il deflusso dai locali scolastici il numero massimo di persone presenti in una classe (di almeno 24 mq) non deve superare le 26 unità (25 alunni e un insegnante, 24 alunni e 2 insegnanti). La responsabilità è del dirigente e le deroghe sono tollerate solo se vengono comunque garantite le norme basilari di sicurezza.
Nel 2007, secondo Inail, 12.912 insegnanti e 90.478 studenti hanno subìto incidenti e lesioni all’interno degli edifici scolastici. Per quel che riguarda il rischio terremoti, secondo i dati forniti dai comuni e dalle province italiane più della metà degli edifici sono stati costruiti prima del 1974, anno in cui fu emanata la legge n. 62 «Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche». Considerando che il 40% del nostro territorio è sismico, la percentuale delle scuole costruite in queste zone ed esposta al rischio di terremoti risulta essere molto elevata. Il Cipe ha stanziato 500 milioni di euro per intervenire su oltre 1300 istituti inseriti nelle zone 1 e 2 - le più rischiose - della classificazione sismica del 2003; considerando che in Italia ci sono 2760 istituti inseriti nella prima fascia e ben 12609 inseriti nella seconda, è facile capire che questi soldi sono insufficienti. 
Il VI Rapporto nazionale sulla sicurezza nelle scuole curato da Cittadinanzattiva, nato con l’obiettivo di tenere alto il livello di attenzione sui diversi aspetti legati alla non applicazione della legge 626/94, soprattutto da parte dei giovani, ha condotto un’indagine su un campione di 132 edifici scolastici di diverse zone del Paese. Per il 31% di questi non esiste ancora certificato di agibilità statica (il 35% «non sa») e solo il 39% possiede l’agibilità igienico-sanitaria. L’indagine ha poi mostrato che il 14% delle scuole analizzate presentano lesioni strutturali e il 30% ha uno stato di manutenzione inadeguato. E ancora: negli edifici con più di un piano le scale di sicurezza risultano assenti nel 17% dei casi, le porte antipanico si trovano solo nel 38% delle segreterie, nel 30% delle sale professori e nel 17% dei bagni. 
La messa in regola degli edifici scolastici italiani e la garanzia di sicurezza di tutti gli studenti è un obiettivo primario. Anche se il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha garantito che «buona parte degli interventi del Governo sulla scuola saranno destinati all’edilizia scolastica», il programma per la messa in regola delle nostre scuole durerà almeno 10 anni. «È il momento dei fatti concreti», sottolinea Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale della scuola di Cittadinanzattiva: «servono risorse economiche aggiuntive, controlli sull’effettivo utilizzo dei fondi stanziati e il completamento dell’anagrafe dell’edilizia scolastica». 
Scarica Imparare sicuri, il VI rapporto sulla sicurezza nelle scuole di Cittadinanzattiva [file .pdf - 2,72 MB]
Per informazioni sulla campagna Imparare sicuri 2008 visita il sito di Cittadinanzattiva a questa pagina
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24 settembre 2008. Voto in condotta, tutti favorevoli; maestro unico, Italia divisa. Cosa ne pensano gli italiani delle riforme introdotte dal decreto del ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini? Due sondaggi realizzati da importanti organi di informazione mettono in luce interessanti risposte a questa domanda. Il ritorno del voto in condotta, per cominciare, è quasi unanimemente applaudito; nel corso della trasmissione Porta a Porta dello scorso 22 settembre il sociologo Renato Mannheimer ha mostrato i risultati di un sondaggio dell’Ispo (Istituto di Studi sulla pubblica opinione) di Milano, secondo cui l’88% del campione intervistato ha espresso un giudizio positivo sul ripristino delle valutazioni comportamentali in pagella. Molto alto è risultato il consenso sul ritorno del grembiule alle primarie: d’accordo 3 intervistati su 4, come già era emerso questa estate. Il decreto sul maestro unico a partire dal 2009 ha invece diviso in due fazioni opposte gli italiani: il 51% si dice in disaccordo con la proposta, il 49% favorevole.
In un sondaggio realizzato dal settimanale Donna moderna (in uscita il 25 settembre), si riportano cifre simili: il 92% degli intervistati si è dichiarato favorevole a dare maggiore importanza al fattore comportamentale dello studente, valorizzando maggiormente la voce relativa al voto in condotta. Il suo ritorno trova favorevoli addirittura il 95% nel campione di intervistati di età compresa tra i 18 e i 34 anni e il 93% dei ragazzi tra i 15 e i 17. E, anche in questo caso, intervistati spaccati in due fazioni opposte per la questione del maestro unico. Ospite di Vespa nella trasmissione di RaiUno, la Gelmini ha ribadito la sua difesa in favore del ritorno al maestro unico, ritenendo gli attuali 3 maestri «un’anomalia tutta italiana» e ricordando che «le risorse per il tempo pieno ci sono e il maestro unico sarà affiancato da quello di inglese e le famiglie non hanno nulla da temere». Gli ha fatto eco Mimmo Pantaleo nuovo segretario generale della Flp-Cgi, subentrato a Enrico Panini (che lascia l’incarico dopo 11 anni): «Stiamo lavorando per indire in breve tempo, assieme a tutti i sindacati, una manifestazione nazionale dei settori della conoscenza e uno sciopero generale della scuola; il nostro no al maestro unico non è solo una difesa legittima dell’occupazione ma anche del valore pedagogico di quella esperienza. Ritornare al maestro tuttologo significa fare un passo indietro nell’evoluzione pedagogica dell’insegnamento».

17 settembre 2008. Bocciati, rimandati, incerti... Con l’inizio del nuovo anno scolastico sono arrivati i dati definitivi sugli studenti bocciati nella scuola secondaria di secondo grado. Al 13,7% di respinti a giugno si è aggiunto il 6% (circa 35.000) dei "rimandati" che non sono riusciti a colmare le proprie lacune. Questi dati ridimensionano le teorie dell’ex ministro dell’Istruzione Fioroni, e dell’attuale Gelmini, secondo cui i corsi di recupero avrebbero contribuito a far diminuire il numero dei bocciati (che - ricordiamo - costano molto alle casse dello Stato). Invece, rispetto allo scorso anno, a diminuire sono stati i promossi, che sono scesi in percentuale dall’85,8 all’83,8 %.
Le maggiori difficoltà agli esami di riparazione sono state riscontrate negli Istituti professionali (7,6% di bocciati tra i sospesi di giugno) e negli Istituti artistici (6,7%). Nei Licei la quota dei non ammessi si è attestata attorno al 5%. La selezione ha interessato soprattutto i ragazzi del primo anno scolastico delle superiori; i respinti di questa fascia, infatti, sono stati il 21,% contro il 18,7 dell’anno scorso. 
E in futuro? Al momento, riporta La Stampa, «è previsto l’obbligo di tenere corsi di almeno 15 ore per tutte le materie in cui, al termine dell`anno scolastico, lo studente risulti insufficiente»; non è esclusa che prenda campo a breve la possibilità che permetta ad ogni istituto di decidere quanti corsi fare e per quante ore. «Tutto lascia pensare ad un ammorbidimento del decreto Fioroni, sempre che a dirimere la questione non ci pensi prima il Consiglio di Stato: a giorni infatti è atteso il pronunciamento relativo alla richiesta di sospensione dell’ordinanza ministeriale 92 avanzata dai Cobas».
Tra lutti al braccio degli insegnanti, proteste in piazza, polemiche nei confronti dei decreti introdotti dal ministro della Pubblica Istruzione, il nuovo anno scolastico è comunque iniziato in tutta Italia. Le iscrizioni nei Licei hanno praticamente raggiunto quelle degli Istituti tecnici: 33,4% contro il 34,4; 6 anni fa il divario era di circa 6 punti percentuale. Il numero dei docenti è calato dell’1% rispetto all’anno scorso e la maggior parte di loro (81,1%) è donna.
Cosa ne pensi dei corsi di recupero e degli esami di riparazione? Dì la tua nel nostro blog!

10 settembre 2008. Ocse: Italia spendi tanto (e spendi male). Mentre le scuole riaprono i cancelli continua l’impetuoso ballo di cifre e statistiche sul taglio delle cattedre, sugli orari dei docenti e sul futuro dei precari. Nel calderone sono finiti anche i dati che provengono dal rapporto annuale elaborato dall’Ocse: in Italia gli insegnanti sono tanti (troppi?) e vengono pagati poco (troppo poco?). Nella scuola primaria l’Italia investe più risorse della media Ocse, in quella secondaria la spesa è in linea con gli altri paesi: l’Italia spende 6.835 dollari per ogni suo alunno elementare, contro una media Ocse di 6.252. Il problema, dunque, risiede nel modo in cui questi soldi sono spesi. Essendo molto alto il numero degli insegnanti, ad essi è riservato uno stipendio molto basso (se tra il 1996 e il 2006 gli stipendi in Italia sono cresciuti dell’11%, nei paesi Ocse l’incremento medio è stato del 15%); ecco il principale motivo secondo cui, per almeno i prossimi 5 anni, non saranno più previste assunzioni a tempo indeterminato. Nel complesso la quota di spesa pubblica in educazione è salita al 9,3% nel 2005 (contro il 9% del 2000): ancora al di sotto della spesa media degli altri paesi Ocse pari all’13,2%.
I tagli, però, inizieranno dalla scuola primaria (quella che sembrava funzionare meglio). Con il ritorno del maestro unico alle elementari si avvierà il taglio previsto di 40.000 cattedre, che sarà ammortizzato in maniera graduale anno per anno a partire dal 2009.
Nella scuola dell’obbligo (7-14 anni) gli studenti italiani sono tra quelli che studiano di più: 8.000 ore contro una media di 6.907. Le classi non sono affollate: meno di venti alunni per aula nella scuola primaria e poco di più in quella secondaria.
Per quanto riguarda l’Università, sempre secondo i dati Ocse, essa risulta ancora oggi in grave difetto rispetto ad altri paesi europei: in Italia solo il 17% della popolazione tra i 24 e i 34 anni ha conseguito una laurea e la percentuale scende al 9% se si prende in considerazione la fascia di età tra i 55 e i 64 anni. E, come se non bastasse, abbiamo un altro triste primato: siamo al primo posto per il tasso di abbandono; solo il 45% degli universitari arriva alla laurea contro una media Ocse del 69%. Per fortuna è cresciuto il tasso di laurea dei nuovi studenti, passato dal 17% del 2000 al 39% del 2006. Questo risultato «va largamente attribuito alla riforma del 2002», all’introduzione della laurea triennale.
Alla fine dei conti si tratta di problemi ormai noti: che sia arrivato il momento di passare ai fatti?

3 settembre 2008. La nuova educazione civica. Uno dei punti-chiave del decreto sulla scuola preparato dal ministro del MIUR Mariastella Gelmini prevede la reintroduzione dell’educazione civica, ribattezzata «Convivenza civile e cittadinanza». Una nuova disciplina che verrà insegnata in via sperimentale già da questo anno scolastico, senza l’introduzione di un docente apposito e inserita nell’area degli insegnamenti storico-geografici.
«La Costituzione è il giacimento, in gran parte inutilizzato, dei principi e dei valori su cui si regge una cittadinanza che sia proponibile alle nuove generazioni, dal piano locale a quello mondiale. Da qui la scelta di riscoprirla nella scuola». Parole del pedagosista Luciano Corradini, presidente del gruppo di lavoro ministeriale che dovrà redigere le linee-guida da inviare agli istituti e già sottosegretario dell’Istruzione nel Governo Dini. «La Costituzione», continua Corradini sulle pagine del Sole24ore «spesso viene fatta oggetto di grandi omaggi ma, nei fatti, resta ancora poco conosciuta e poco vissuta. Il nostro compito è quello di realizzare linee guida che possano mostrarne la perenne qualità e attualità, nell’ambito dei tredici anni del percorso scolastico». Alla nuova materia saranno riservate 33 ore annuali (un’ora a settimana) ma, come si diceva, «dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».
 «La nuova disciplina» spiega Carlo Forte sulle pagine di ItaliaOggi, «assumerà la duplice veste di tematica autonoma e tematica trasversale ai diversi saperi, valorizzando l’educazione civica, ma evitando il rischio di una riduzione settoriale». Educare alla convivenza civile passando per i capisaldi della Costituzione, perché essa «dice com’è e, soprattutto, come dovrebbe essere l’Italia». Parole del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Chi è dotato di buona memoria certamente ricorderà che anche il governo Prodi aveva tentato, senza troppo successo, di favorire il ritorno dell’educazione civica e dello studio della Costituzione italiana; nel 2006 fa la senatrice Albertina Soliani aveva depositato con un’altra quarantina di colleghi un disegno di legge in materia di «delega al Governo per la promozione della cultura e dei valori costituzionali nella scuola italiana». Il disegno di legge, riporta Tecnica della Scuola, stanziava anche 500 milioni di euro a sostegno delle attività didattiche e formative delle scuole; la proposta della Soliani fu bloccata sul nascere dalla stessa vice-ministro Mariangela Bastico che, pur dichiarando «piena condivisione sugli obiettivi e sui contenuti del ddl», ammetteva che «l’impianto attuale della didattica del primo e del secondo ciclo non avrebbe mai consentito la piena conoscenza della Costituzione». E, va detto, che allora diversi senatori del centro-destra si erano schierati dalla parte della Bastico. 
Tornando ad oggi, è bello pensare che l’insegnamento dei valori della Costituzione - valori di tolleranza, solidarietà, uguaglianza - possa aiutare a prevenire il bullismo e la violenza dilagante nelle scuole. Ma, nella pratica, sappiamo che non sarà facile per i docenti riuscire a mantenere viva l’attenzione per la disciplina e, allo stesso tempo, riuscire a "rinunciare" ad un’ora settimanale di lezione tradizionale.

27 agosto 2008. In attesa del nuovo anno scolastico... Settembre è alle porte e le vacanze estive sono ormai agli sgoccioli; le scuole si preparano ad aprire le porte al nuovo anno scolastico. Vediamo insieme tutte le novità, le polemiche, le promesse e le speranze della vigilia...  In attesa di scoprire come sono andati i corsi di recupero e, soprattutto, quale futuro sarà ad essi riservato, si è parlato molto del voto in condotta, che tornerà a essere decisivo anche come forma di prevenzione del bullismo. Il comportamento degli studenti, valutato dal consiglio di classe, concorrerà alla valutazione complessiva e potrà finalmente determinare, se insufficiente, la bocciatura (ai fini dell’ammissione all’esame di Stato, comporterà la riduzione di un massimo di 5 punti del credito scolastico). Il governo ha scelto la strada del decreto per velocizzare l’introduzione - anzi il ritorno - di tale parametro di giudizio.  
Debutta in questi giorni anche il tetto di spesa per le scuole superiori, relativo ai libri scolastici. I primi dati non sono incoraggianti, perché dall’analisi di alcune città campione sembra che le il 70% delle scuole abbia abbondantemente superato questo tetto. Per quanto riguarda i docenti di ruolo già a partire da quest’anno saranno 10.237 in meno rispetto a quelli indicati nei tabulati ufficiali del ministero. Il totale, secondo i dati di Azienda Scuola dovrebbe risultare 691.082. Vedremo in seguito la composizione per età del corpo docente italiano.
Immediate saranno le modifiche al Regolamento d’Istituto che contiene la riforma dello Statuto delle studentesse e degli studenti. Le modifiche e le integrazioni, pubblicate lo scorso 31 luglio, sono consultabili a questo indirizzo del sito del MIUR. 
Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, nel frattempo, è alle prese con la polemica relativa alle sue affermazioni rilasciate a Cortina d’Ampezzo sui professori meridionali bisognosi di «corsi intensivi» perché abbassano il livello della scuola nazionale. La dichiarazione, subito smentita e dichiarata "fraintesa", ha suscitato un vespaio incredibile in tutta Italia; nei giornali, in rete, in tv e alla radio moltissimi hanno sentito il bisogno di replicare alla dichiarazione del ministro, che si è corretta spiegando: «Ho sempre ritenuto che esistono bravi professori sia al Nord che al Sud, ma il Sud ha oggi un deficit strutturale e di progettualità che non è certo imputabile al corpo docente; mi sono limitata a segnalare che la scuola nelle regioni meridionali è colpita da una grave crisi. Sfido chiunque a sostenere il contrario».
Sperando che la polemica scemi in fretta (e che il ministro valuti meglio le sue dichiarazioni, prima di farle!) la scuola si prepara ad un anno scolastico impegnativo e incerto.

24 luglio 2008. Bilancio di fine anno. Con i dati ufficiali relativi a promossi, bocciati e "sospesi" si chiude ufficialmente l’anno scolastico 2007/2008. Secondo i numeri del Ministero della Pubblica Istruzione le promozioni sono aumentate del 10% rispetto allo scorso anno; gli studenti promossi senza debito sono infatti stati il 59,4% del totale, mentre un anno fa erano stati solo il 49,8%. Il maggior numero di studenti promossi si riscontra al Liceo Classico - dove il 73,2% degli studenti (+ 7,9%) ha superato l’anno senza debiti - e al Liceo Linguistico (stessa percentuale di promossi ma con un aumento del 10,5%). Segue lo Scientifico (68,4%, + 7,8%). Agli Istituti Professionali, meno della metà dei frequentanti (il 48,2%) è riuscita ad ottenere la promozione senza debiti.
Per quanto riguarda la maturità quest’anno è aumentata la percentuale dei 100 e lode: 0,9 del totale (nel 2007 solo lo 0,7). Il 6,6% si è comunque aggiudicato il punteggio massimo. Nel complesso il 97,3% degli studenti è stato promosso all`esame di maturità, con un incremento dello 0,3%.
Complessivamente:
100 e lode: 0,9%
100: 6,6%
91-99: 9,2%
81-90: 15,5%
71-80: 24.8%
61-70: 30,6%
60 -12,3%
Alcuni dati si rivelano cruciali nell’individuazione di un sistema di valutazione non uniforme in tutto il Belpaese: la Calabria è al primo posto per percentuale di promossi, il Friuli all’ultimo; e ancora, il maggior numero di studenti che hanno ottenuto la lode alla Maturità è al sud. Intervistata il 24 luglio al programma Radio Anch’io, in onda su RadioUno, il Ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini, ha ammesso che il sistema di valutazione italiano presenta delle discrepanze e che probabilmente non sono ancora definiti degli standard di valutazione uguali per tutte le regioni. Per quanto riguarda il prossimo futuro il ministro non esclude un ritorno degli esami di riparazione: «La loro reintroduzione potrebbe rappresentare una semplificazione del sistema e d’altra parte sono convinta che le lacune vadano colmate e non trascinate di anno in anno».
La materia che ha creato maggiori difficoltà agli studenti italiani? Ovviamente la matematica: il 45,7% degli studenti delle superiori ha contratto un debito che dovrà saldare entro settembre (+2,6 rispetto al 2007), mentre il 30,6% dovrà superare le lacune nella lingua straniera. «Si deve purtroppo prendere atto» continua la Gelmini «che la matematica costituisce, per la scuola italiana, un’autentica emergenza didattica. Il problema accomuna gli studenti dell’intera penisola, senza distinzione di sesso, tipologia di scuola o dislocazione geografica. Forse è il momento di chiedersi se non siano necessarie la ricerca e l’applicazione di nuove metodologie d’insegnamento. Dovremo porci la stessa domanda anche riguardo allo studio delle lingue straniere, la seconda più grave lacuna dei nostri ragazzi».

17 luglio 2008. Dal ministro nuove proposte per la scuola che verrà. Anche se ormai tutte le scuole hanno chiuso i battenti per la pausa estiva, e la maggior parte dei ragazzi ha archiviato pagelle e valutazioni, si continua a parlare di insegnamento: il Ministro per l’Istruzione Mariastella Gelmini ha ricevuto la road map per le prossime manovre dalla commissione Cultura per la Camera. Le idee avanzate hanno come scopo quello di mettere di nuovo al centro della scuola “le persone” e “il merito”. Il Ministro ha colto l’occasione anche per commentare il quadro delineato da una recente ricerca di Bankitalia, che ha trovato insegnanti anziani (più al sud che al nord), poco motivati, insoddisfatti e desiderosi di allontanarsi dall’istituto in cui lavorano. Tutto questo ha degli effetti molto dannosi e comporta un turnover altissimo, inconcepibile se rapportato a quello di una normale azienda, che va ad incidere pesantemente sulla preparazione degli studenti. Basta infatti pensare che più di un quinto dei docenti cambia scuola da un anno a un altro. La «mancanza di continuità didattica» oltre a non permettere al docente di comprendere le necessità della classe e dei singoli studenti, porta i giovani a svalutare la figura dell’insegnante, convinzione che viene rafforzata dal mismatch, ovvero dallo scarso attaccamento dei docenti alla scuola dove lavorano. «Non penso che sia tanto un problema di anzianità, quanto di motivazioni: si è persa la percezione del ruolo dell’insegnante, della centralità della funzione educativa nella società» ha detto la Gelmini. Proprio per ovviare al problema del turnover il Ministro sta pensando di introdurre incentivi per quei docenti che assicurano una certa continuità, e sta cercando un «meccanismo che consenta di legare la scuola al territorio in modo che questo esprima almeno il 60% del corpo docente». 
Con il pensionamento di circa il 30% dei docenti entro il 2015 ci si aspetta un sostanzioso “svecchiamento” della categoria, e grazie a nuovi metodi per l’avanzamento di carriera, che non terrà più conto soltanto degli scatti di anzianità ma anche del merito, si cercherà di far proseguire i più motivati e capaci. Il Ministro ha sottolineato che i soldi risparmiati dai tagli andranno a incrementare la “premialità” per i docenti più meritevoli, grazie anche al rilancio dell’Invalsi, l’organo di valutazione delle scuole. Un altro progetto in cantiere al Ministero è quello di permettere alle scuole di scegliere il 20% dei professori, facendo quindi un passo avanti verso l’assunzione diretta da parte dei singoli istituti. La commissione della Camera ha oltretutto chiesto di lasciare autonomia alle scuole per quanto riguarda la divisione dei docenti (in base al numero degli studenti e non più delle sezioni) e l’organizzazione delle classi. Per venire incontro alla riduzione dei costi sarà necessario ridurre il numero degli indirizzi scolastici, eliminando eventuali duplicazioni dei percorsi. 
Ma la valutazione sarà quindi decisiva non soltanto per i docenti della scuola 2008/09, bensì anche per gli studenti: infatti, il Ministro Gelmini lancia l’idea di far tornare il voto in condotta determinante ai fini della promozione: «Io trovo incomprensibile che non si valuti in alcun modo il comportamento dei ragazzi. In qualche modo anche la condotta ha la sua valenza, è importante conoscere l’italiano o la matematica ma anche il rispetto delle regole deve avere la giusta considerazione».
Si avvicina quindi un periodo di cambiamenti  più o meno radicali per la scuola italiana, non solo per la classe docente ma anche per gli alunni stessi: cambiamenti che speriamo possano contribuire al rilancio della scuola e del mestiere dell’insegnante.

10 luglio 2007. Compiti per le vacanze: meglio evitare?
Ogni anno, con la chiusura delle scuole, salta fuori il problema dei compiti estivi: sono troppi, troppo pochi, inutili, o addirittura dannosi per la salute? L’ultima analisi è stata realizzata dal prof. Italo Farnetani, pediatra, docente presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, alla luce dei risultati di un’indagine condotta dal sito ambulatorio.com.
Dall’analisi emerge che se da un lato 9 genitori su 10 sono contrari ai compiti estivi, dall’altro i ragazzi sono abbastanza diligenti: solo il 2% non li esegue, appena il 4% si riduce agli ultimi giorni. La maggioranza degli studenti delle scuole dell’obbligo sceglie luglio (30%) come mese dedicato ai compiti.
Il prof. Farnetani afferma che i compiti sono “inutili e dannosi”, in quanto negano all’alunno la possibilità di “staccare completamente dallo stress legato all’apprendimento”. Inoltre, svolgere esercizi e problemi in attesa di partire per il mare, quando si è ancora in città, è dannoso perché c’è il rischio che vengano identificati come “passatempo”, ed “è inutile far fare pochi compiti durante le vacanze: l’alunno, così, si abitua solo a studiare svogliatamente”. Il caldo e le temperature elevate, combinate con l’ansia dei compiti possono provocare uno stress che, andando a colpire le difese immunitarie, rischia di compromettere la salute del ragazzo nell’inverno successivo. Sotto accusa anche le letture estive, colpevoli non solo di non riuscire ad avvicinare i giovani alla letteratura, ma addirittura di allontanarli, grazie anche alla difficoltà dei titoli proposti (da notare l’incremento delle vendite de Il fu Mattia Pascal in giugno).
Il consiglio è quello di far passare ai ragazzi più tempo possibile all’aria aperta, lontani da numeri e lettere. Tuttavia, data l’importanza e la delicatezza dell’argomento trattato, è possibile cercare altre soluzioni, meno drastiche, che possono venire incontro agli studenti e al loro bisogno di vacanza, ma anche al loro diritto di esercitarsi e di consolidare le conoscenze acquisite durante l’anno appena trascorso, ricevendo anche spunti per accrescere la loro naturale curiosità.
Potrebbe essere utile assegnare esercizi mirati e più coinvolgenti, magari da svolgersi insieme, creando un piccolo “gruppo vacanze”  (sempre tenendo presenti gli spostamenti e le esigenze delle famiglie), oppure suggerire brevi ricerche da svolgersi sul campo, per far sì che i ragazzi diventino più consapevoli dei posti che visitano o dei luoghi in cui abitano, coinvolgendo anche gli adulti. Cercare di evitare, quindi, veri e propri compiti per le vacanze, ma proporre suggerimenti e spunti dei quali discutere in classe a settembre.
Come ha spiegato Cesare Scurati, pedagogista alla cattolica di Milano, quel che conta “è la moderazione, meglio poche cose intelligenti che una valanga di lavoro… i migliori libri sono quelli che indicano e suggeriscono attività”. Il tempo dedicato allo studio deve essere breve ma organizzato in maniera efficiente, “stimolando responsabilizzazione e autonomia”, ricorda Elisabetta Musi, docente di pedagogia sociale alla Cattolica di Piacenza.
Per quanto riguarda la lettura, il problema è senz’altro più delicato, perché richiede l’impegno della famiglia, per stimolare e appassionare il ragazzo. Gli insegnati possono cercare, però, di suggerire letture leggere ma coinvolgenti, che presentano tematiche adatte e significative per l’età.
Un dibattito riproposto ogni anno che, data la sua importanza, dovrebbe essere tenuto d’occhio da insegnanti e genitori.

25 giugno 2008. Tagli all’organico: dati ufficiali. Il piano di riorganizzazione della scuola messo a punto dal governo nel decreto legge 112/2008 prevede un taglio di più di 130.000 posti di lavoro entro il 2012. Complessivamente il decreto prevede una riduzione di 87.341 cattedre che ne assorbono però 20.000 da tagliare per effetto della finanziaria del 2007 (i tagli del decreto 112 non si sommano a quelli delle finanziarie precedenti, ma li assorbono) e 45.000 posti in meno da ausiliari tecnico amministrativi. Nel complesso la manovra dovrebbe portare ad un taglio complessivo di 129.841 posti che potrebbe però variare ancora leggermente in relazione al numero degli alunni accertati dal 2009 in poi. Queste cifre permetterebbero un risparmio previsto di 4,6 miliardi in tre anni che verrebbero utilizzati «ai fini di una migliore qualificazione dei servizi scolastici e di una piena valorizzazione professionale del personale docente», come recita la bozza del decreto. 
I numeri hanno scatenato una serie di reazioni, dal mondo politico ma non solo. I sindacati stanno già pensando ad una contromossa, ricorrendo a numeri e cifre: ad esempio, se da un lato è vero che il rapporto docenti/alunni è uno dei più alti d’Europa, l’ex-viceministro della Pubblica Istruzione, Mariangela Bastico, puntualizza che questo dato tiene conto degli insegnanti di sostegno che invece negli altri paesi sono spesso a carico delle Politiche Sociali. 
Gli insegnati precari hanno scritto una lettera aperta al Presidente della Repubblica Napolitano nella quale chiedono nuove assunzioni per i precari, dal momento che il loro sta diventando un precariato anche «sociale e psicologico, una sorta di limbo infinito» (lo scrivono gli autori del forum di www.precariscuola.135.it nella lettera al Presidente Napolitano). In sostanza, tutti gli anni passati tra esami, specializzazioni e scuole di abilitazione meritano più rispetto in quanto si tratta di una trafila prevista proprio dallo Stato. 
Rimane da chiedersi come, nella pratica, questi tagli incideranno sulla scuola italiana: se davvero dovremo ritornare al "maestro unico" nella scuola primaria, oppure se basterà una migliore definizione degli indirizzi degli istituti tecnici superiori, e tagli al tempo prolungato delle scuole medie, costrette a ridurre le ore e le materie e all’istruzione nelle scuole serali.
Come la pensi? Dì la tua nel nostro blog.

18 giugno 2008. Maturità, rimandati: numeri di fine anno. 470.000 studenti delle classi quinte sono attesi alla prova dell’esame di maturità. Per gli tutti gli altri le vacanze sono già iniziate ma molti (uno su quattro) dovranno fare i conti con il saldo dei debiti. I dati (provvisori) sembrano abbastanza eloquenti: il 25% degli studenti italiani dovrà sostenere i corsi di recupero estivi e saldare il debito entro il 31 agosto. Numeri alti, comunque migliori rispetto a quelli dello scorso febbraio, quando era emerso che il 70% dei ragazzi riportava almeno una insufficienza. Se fino all’anno scorso i debiti erano semplici "ammonimenti", ora essi dovranno essere recuperati sul serio. E questa potrebbe essere l’ultima maturità dei "5" mai recuperati: dal prossimo anno (salvo nuove normative) nessun candidato potrà essere ammesso all’esame senza aver riportato almeno la sufficienza in ogni disciplina.
Per 13 anni essere promossi con uno o più debiti ha permesso agli studenti di cavarsela comunque: da quest’anno le cose dovrebbero cambiare. Fioroni, intervistato sulle pagine della Stampa, afferma che «Erano il 40% i ragazzi che accumulavano debito sull’anno scolastico successivo. Una cifra spaventosa. Evidentemente, la risposta alla correzione di rotta c’è stata: significa che i ragazzi hanno studiato di più già nel secondo quadrimestre».
Per quanto riguarda la maturità vediamo alcuni numeri interessanti: dai 496.637 candidati (24.885 esterni) va sottratto circa il 4% di coloro che all’esame non sono stati ammessi: circa 20.000 in meno. Ci saranno inoltre 12.500 presidenti di commissione, 35.000 commissari esterni e 70.000 interni. Meno di cento gli ottisti. Gli istituti tecnici hanno il maggior numero di candidati alla maturità: quasi 188.000 (37,8%). Seguono i licei scientifici con il 21,5 (106.000), i professionali con il 17% (84.000), i classici con il 10,9 (50.000). I ragazzi stranieri saranno in totale 12.000 (l’anno scorso erano 9.000) appartenenti a 42 paesi (19 dell’Unione e 23 non dell’Unione).
Ai diplomati con lode spetta anche per il 2008 un buono di 1000 euro per l’acquisto di libri ed altri sussidi didattici.

11 giugno 2008. La scuola secondo Mariastella Gelmini. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha illustrato alla Commissione Istruzione della Camera le linee guida del suo programma; esso è contraddistinto da tre punti cardine che sono il merito, l’autonomia scolastica e i criteri di valutazione. La Gelmini ha iniziato la sua lunga e articolata relazione con l’analisi dei compensi ai professori, ormai evidentemente troppo bassi: «Lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20.000 in più, in Finlandia 16.000 in più; la media Ocse è superiore ai 40.000 euro l’anno». Non meno gravi le cifre relative ai docenti precari: su 845.630 insegnanti, 142.065 (16,8%) sono a tempo determinato (fonte: Tuttoscuola).
Svecchiare la scuola, renderla meno mediocre? Il programma del neoministro punterà su merito, autonomia e valutazione. «La scuola deve premiare gli studenti migliori» e devono essere previsti sistemi premianti per il corpo docente, per coloro che dimostrano impegno e capacità educative.
Autonomia e valutazione sono due facce della stessa medaglia. L’autonomia è la valorizzazione dei poteri organizzativi delle scuole: occorre lavorare per fare in modo che gli istituti abbiano i mezzi e risorse per essere autonome; ma «non possiamo rendere piena l’autonomia scolastica senza un sistema di valutazione che certifichi come e con quali risultati venga speso il denaro pubblico». Un accenno alle private: anche nelle scuole paritarie si fa istruzione pubblica.
Auspicando la fine degli scontri politici nel sempre difficoltoso dibattito relativo alla scuola («il Paese ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico lontano dalla scuola»), la Gelmini ha poi puntato il dito contro il bullismo («Non saranno più tollerati gli atti che non rispettano i compagni di classe, gli insegnanti, le strutture, il patrimonio comune»). Infine un ritorno delle famose "3 i" - inglese, internet, impresa, introdotte da Berlusconi ai tempi della Moratti - con l’aggiunta della i di italiano: riportare sui banchi di scuola l’antico trinomio di leggere, scrivere e far di conto e abbattere le barriere linguistiche in favore dei sempre più numerosi studenti extracomunitari.
L’illustrazione del programma è stato concluso da una citazione di Gramsci: «anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. … Occorrerà resistere alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere snaturato».
Cosa ne pensi del programma del ministro? Dì la tua nel D’AnnaBlog

4 giugno 2008. Debiti: andranno saldati entro il 31 agosto. Giugno, mese cruciale per la scuola italiana. Si avvicina l’esame di maturità, anticipato dal più classico toto-esame, le lezioni si stanno per concludere e il Ministero ha deciso che i debiti dovranno essere saldati entro il 31 agosto. Giorgio Rembado, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Dirigenti e Alte Professionalità della Scuola, aveva già confermato che ormai si era fuori tempo massimo per fare cambiamenti radicali: «A questo punto dell’anno è possibile soltanto un intervento molto morbido: niente stravolgimenti che interferiscano sulle avviate attività degli istituti». 
Così è stato: il Consiglio di Stato ha definitivamente respinto il ricorso avanzato dai Cobas Scuola relativo al recupero dei debiti scolastici. Gli esami si faranno e gli studenti dovranno recuperare i debiti entro il 31 agosto 2008. 
Si legge in una nota dell’Ufficio stampa di viale Trastevere: «In merito alla notizia riportata da alcuni organi di informazione sui debiti scolastici si precisa che, secondo l’ipotesi al vaglio del ministero, questi dovranno essere recuperati entro il 31 agosto 2008; eventuali proroghe dovranno essere adeguatamente valutate anche in relazione alle implicazioni organizzative derivanti dall’avvio del prossimo anno scolastico. Le iniziative di recupero e la loro valutazione dovranno comunque concludersi entro la data di inizio delle lezioni». La nota si conclude con un accenno ad eventuali ulteriori finanziamenti: «È allo studio la possibilità di un ulteriore finanziamento per le scuole al fine di far fronte all’organizzazione del recupero dei debiti scolastici».
Leggi il comunicato stampa ufficiale 
Resta aperta la questione delle immissioni: sull’argomento, denuncia ScuolaNostra «è calato un silenzio irreale e, oggettivamente, incredibile; era ragionevole pensare che il nuovo Ministro dell’Economia volesse almeno sedersi alla sua scrivania prima di decidere "quante" immissioni in ruolo autorizzare. È del tutto irragionevole che, a più di un mese dall’insediamento del nuovo Parlamento, non ci abbia neanche detto "se" le autorizzerà. Né lui né il Ministro Gelmini fiatano sull’argomento». Si era partiti dalle 50.000 immissioni e già ad aprile se ne erano prospettate 20.000 (causa: troppo pochi i pensionamenti). Ancora non è stato firmato nessun decreto e i docenti non ce la fanno più.
Si prospetta un mese davvero caldissimo.

28 maggio 2008. Educazione civica: soluzione contro il bullismo? La prima dichiarazione d’intenti del neoministro Mariastella Gelmini giunge da Palermo, a margine della commemorazione del 16° anniversario della strage di Capaci. Il tema? L’emergenza educativa e i possibili metodi per contrastarla. «Stiamo organizzando una piccola task force per dare risposte non banali al problema del bullismo», spiega il ministro. Si ipotizza la creazione di un gruppo-lavoro che possa operare all’inserimento di misure volte a rafforzare il lato educativo della scuola. A tale proposito è stata annunciata la re-introduzione dell’ora di educazione civica. Questa materia fu introdotta nelle scuole superiori nel 1958 da Aldo Moro (2 ore al mese senza valutazione); rilanciata nel 1996 dall’allora ministro Lombardi e da Luciano Corradini, fu affiancata dalla Moratti ad altre 5 educazioni (ambiente, salute, stradale, alimentazione, affettiva). Fioroni, dal canto suo, si limitò ad auspicare che i valori dell’educazione civica fossero riproposti in ciascuna materia. Subordinata da sempre alla storia, l’educazione civica si è vista costantemente messa da parte; il momento del suo rilancio potrebbe però essere finalmente giunto, a patto di non concepirla come un’ora di lezioni astratte e al di fuori della nostra realtà. Se questa materia - e chi la insegna - potesse ora liberarsi da sommarie quanto inutili velleità legislative e precettistiche e se si tornasse a parlare di educazione alla convivenza civile, al vivere con gli altri in modo giusto, allora riproporre questa materia avrebbe un senso.
Oltretutto si tratterebbe di una disciplina attualissima, interdisciplinare e senza dubbio stimolante. Probabile, in questo dibattito, il contributo dell’esperta Valentina Aprea, presidente della nuova Commissione cultura e istruzione della Camera.
È questa la giusta direzione per muoversi contro l’emergenza educativa in cui si trova la scuola italiana? Dì la tua nel nostro blog.

21 maggio 2008. Debiti: tante proposte, nessuna soluzione. Il mondo della scuola vive in questi ultimi giorni dell’anno scolastico 2007/2008 il conto alla rovescia verso gli scrutini di fine anno e i conseguenti corsi di recupero per sanare i debiti formativi. Il ministero, tuttora nella fase di insediamento, non ha ancora rilasciato alcun comunicato ufficiale. In realtà è obbligatorio, ormai, seguire lo scadenzario stabilito dall’ex ministro Giuseppe Fioroni ed è più che probabile che, alla fine, gli studenti che "zoppicano" in alcune materie riusciranno ad essere promossi: improbabile assistere a bocciature di massa di fine anno. Ed è esclusa l’ipotesi di una sanatoria: i tempi sono ormai troppo ristretti ed è improbabile che la Gelmini si faccia carico di emanare un provvedimento "annulla tutto". 
Resta da chiarire la questione riguardante le ferie di circa 100.000 docenti. Buona parte degli insegnanti delle scuole superiori dovrà programmare l’estate tenendo conto degli scrutini di valutazione dei debiti e ciò, inevitabilmente, stravolgerà le anche le vacanze estive di mezzo milione di studenti e rispettive famiglie. Obietta Daniela Girgenti, direttore della Tecnica della scuola: «In Lombardia l’inizio delle lezioni è stato fissato per l’8 settembre, un lunedì. Come riusciranno a far arrivare in classe in tempo i ragazzi, se la valutazione viene fatta alla fine di agosto se non addirittura ai primi di settembre?» E cosa succederà se i docenti che dovranno svolgere la valutazione finale verranno trasferiti o andranno in pensione? 
E gli studenti? L’Unione degli studenti ha lanciato una raccolta di firme (via web) per chiedere al ministro Gelmini, «il congelamento del decreto ministeriale n. 80»: una petizione popolare per chiedere al governo di «intervenire immediatamente con la sospensione della normativa sul recupero dei debiti formativi». Resta la soluzione del "tampone": uno slittamento dei tempi per il recupero di 3 o 6 mesi da spalmare nel prossimo anno scolastico. In attesa che, magari, la valutazione degli studenti diventi biennale: i debiti potrebbero essere riassorbiti in tempi maggiormente dilazionati. 



14 maggio 2008. La pagella del futuro? Online. Una delle prime dichiarazioni d’intenti dedicate al mondo della scuola non proviene dal neo-ministro del MIUR Gelmini ma da Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica. Esso auspica che entro 2 anni le pagelle scolastiche siano disponibili esclusivamente online.  Secondo Brunetta, infatti, la carta è uno dei principali fattori di impedimento della pubblica amministrazione, scuola compresa. Il cittadino è sommerso da materiale cartaceo che, per essere ottenuto, costringe a code, ritardi, complicazioni burocratiche che tutti ben conosciamo.  
Per questo motivo anche la pagella, collegamento fisico tra insegnante e genitori, potrebbe essere diffusa esclusivamente per via telematica. In Inghilterra ci hanno già pensato da diverso tempo e il governo di Londra  ha fatto sapere che entro il 2010 le pagelle saranno consultabili esclusivamente online; anzi, i genitori potranno seguire via web il comportamento dei propri figli (voti, assenze, con scadenze giornaliere. Qualcosa di simile esiste da diverso tempo in Lombardia ma va precisato che i supporti cartacei non sono stati soppressi, ma hanno continuato ad esistere. Una rivoluzione che potrebbe coinvolgere 7 milioni di famiglie italiane, non tutte dotate di personal computer e connessione alla grande rete. Un’alternativa? Ovviamente il telefonino, supporto diffuso in maniera assolutamente capillare in tutto il Belpaese; ma quanto apparecchi sarebbero di permettere una davvero comoda visualizzazione della pagella ricevuta? La questione è aperta e sempre attuale.

7 maggio 2008. Recuperi estivi, stretta finale. A partire dal prossimo 20 maggio partiranno i corsi di recupero estivi per gli studenti con materie insufficienti. Un vero esercito: almeno il 40% del totale con punte di 80% negli istituti professionali. Le scuole sono pronte? Sono due i fattori verso cui gli istituti scolastici italiani guardano con preoccupazione. Il primo è certamente quello economico. Togliendo i professori impegnati con la Maturità (che dopo l’esame vorranno concedersi il meritato riposo), resteranno pochi docenti interni disponibili a tenere i corsi pomeridiani estivi; in molti casi le scuole dovranno ricorrere a professori esterni, che però hanno un costo più alto che si aggira attorno ai 50 euro l’ora. Quasi impossibile, per molti istituti, riuscire a coprire le spese con i fondi forniti dal Ministero.
Il secondo fattore è quello relativo alla composizioni delle classi del prossimo anno scolastico; secondo il testo del decreto di Fioroni, infatti, le operazioni di recupero dei debiti devono concludersi, improrogabilmente, entro la data di inizio delle lezioni dell’anno scolastico successivo. Dunque, fino a settembre, non può essere definita la composizione di una classe non conoscendo con precisione il numero degli iscritti.
A pochi giorni dalla partenza dei corsi di recupero estivi sono ancora molti i nodi da sciogliere e sono sempre più i presidi e i docenti che intravedono una situazione assai caotica all’orizzonte. Con tutta probabilità questa soluzione resterà un unicum di questo anno scolastico; la speranza è che, in futuro, si rifletta su metodi utili a ridurre lo spropositato numero di insufficienze - anche basandosi sul sostanziale rinnovo dei principi della didattica - piuttosto che inventare ulteriori metodi di recupero macchinosi e dispendiosi.

30 aprile 2008. Si accomodi, ministro. Speranze, dubbi, richieste, rimpianti; il mondo della scuola vive col fiato sospeso gli ultimi momenti che lo separano dal conoscere il nome del nuovo ministro dell’Istruzione. L’incaricato avrà tanti compiti difficili, primo fra tutti scegliere la direzione verso cui orientare la scuola italiana del futuro. Evitare scossoni, ulteriori rivoluzioni e terremoti: questo sembra un pensiero comune a tutti coloro che la scuola la vivono da vicino. Lo stesso ministro uscente Fioroni spera che sia possibile «Individuare alcuni punti fondamentali riguardanti la scuola che possano diventare un patrimonio comune ad entrambi gli schieramenti». 
Ripartire dagli insegnanti per costruire una scuola che insegna e che educa: nonostante il tema dell’istruzione abbia avuto poco spazio a disposizione nel corso della campagna elettorale, questo dovrà essere il punto di partenza e di arrivo per il futuro ministro. Resta da chiarire, intanto, se verranno confermate le indicazioni per il curricolo volute da Fioroni oppure si preferirà rilanciare le indicazioni introdotte dalla Moratti. I corsi di recupero saranno cancellati? Quali saranno i compiti dell’Invalsi? La data dell’esame di terza media sarà spostata per evitare la concomitanza con le elezioni comunali che si terranno in Sicilia? Che ne sarà delle 50.000 assunzioni promesse a inizio anno? Se per conoscere il nome del nuovo ministro basterà attendere qualche giorno, per scoprire i binari entro cui deciderà di muoversi occorrerà aspettare - molto probabilmente - l’arrivo dell’estate. Intanto, dopo aver assistito alla "sfilata" dei nomi di Prestigiacomo, Formigoni, Bondi, è spuntato quello della trentacinquenne Maria Stella Gelmini, avvocato, coordinatrice di FI per la Lombardia. Potrebbe essere lei, coadiuvata dall’ormai esperta Valentina Aprea, ad occupare la poltrona di Viale Trastevere. Al futuro ministro chiediamo di non dimenticarsi mai dei docenti: la vera forza motrice della nostra scuola è, da sempre, è la categoria più bistrattata.

23 aprile 2008. Verso una scuola federalista? Scuola al bivio; finito il tempo delle promesse, delle dichiarazioni, dei proclami, inizia quello del riordinamento. Il Ministero della Pubblica Istruzione torna ad essere MIUR (Istruzione, Università e Ricerca) e nasce all’insegna del federalismo o della piena attuazione di quanto già previsto nel rinnovato titolo V della Costituzione. Qui, come spiega Alessandra Ricciardi su ItaliaOggi, «si stabilisce che le scuole sono competenti nella progettazione formativa, e quindi hanno la responsabilità del curriculum scolastico e della sua declinazione in rapporto alle esigenze dello studente e del territorio; che alle regioni spetta la programmazione e la gestione del servizio; e allo stato, invece, fissare le norme generali, i principi fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni».
Assunzioni? Stipendi? Gestione degli istituti professionali? Tutte competenze delle Regioni. E al futuro ministro il compito di garantire l’equilibrio tra le esigenze, spesso contrapposte e divergenti delle Regioni, dello Stato, dell’Unione europea, senza dimenticare quelle avanzate da insegnanti e studenti. D’altra parte, come sottolinea acutamente Francesco Forti su Edscuola, «Se in un Paese centralizzato la scuola pubblica dipende economicamente e gerarchicamente da un unico Ministero (e dalle sue appendici amministrative) e può avere una maggiore o minore autonomia di gestione a seconda dei casi, in un Paese federale la scuola dipende da più sovranità. Non è nemmeno detto che lo stesso ordine di scuola dipenda, in territori diversi, sempre dallo stesso livello, dalla stessa sovranità e che l’autonomia gestionale e didattica sia sempre ottenuta nello stesso modo. Uno dei cardini di un contesto federale infatti è che allo stesso problema si possono trovare molteplici soluzioni e che nessuna di queste è in assoluto la migliore, da applicare ovunque. In luogo di una soluzione unica, imposta dall’altro si assiste quindi al coordinamento di soluzioni differenti».
Come è stato più volte detto e ripetuto dall’inizio dell’anno, la scuola non ha bisogno di una nuova riforma che ne stravolga – ancora una volta – le basi. C’è bisogno di un rinnovamento che inizi dalla valorizzazione delle responsabilità professionali e che consenta agli Istituti di agire in autonomia.

16 aprile 2008. Iscritti persi per strada. Uno dei primi problemi che si dovrà affrontare il prossimo ministro della Pubblica Istruzione sarà quello relativo ai cosiddetti studenti dispersi. Non foss’altro perché costano allo Stato un miliardo e mezzo di euro all’anno. Secondo il calcolo effettuato da Repubblica all’appello mancherebbero già 131.000 studenti, il 5% del totale degli iscritti alle scuole superiori. Una dato allarmante che oltretutto è peggiore di quello dell’anno scorso, quando i desaparecidos furono 114.000. Il calcolo è semplice: l’anno scorso gli iscritti alle seconde classi erano poco più di 543.000; in terza, tolti i bocciati, sarebbero dovuti essere quasi 533.000, ma sono appena 520.000. Ripetendo il conteggio i dispersi totali risultano 94.000, cui vanno aggiunti i 37.000 giovanissimi che dopo la scuola media fanno perdere le loro tracce.
Ma che dove vanno a finire i ragazzi decidono di interrompere gli studi? Alcuni certamente si iscrivono nelle scuole private; altri passano alla Formazione professionale, altri ancora rinunciano allo studio in maniera definitiva (dopo aver raggiunto comunque i 16 anni d’età). 
A livello regionale il rischio di maggiore abbandono risulta in Campania, seguita da Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna; il fenomeno è più contenuto al centro. Ma comunque occorre cercare un sistema per arginare questa emorragia di studenti.

9 aprile 2008. Numeri della Maturità 2008. La lunga strada verso l’esame di Maturità 2008 inizia con i dati del Ministero della Pubblica Istruzione relativi ai candidati. Il numero totale degli studenti chiamati alla prova è di 496.637. Di questi i diciannovenni - quelli che sosterranno l’esame in età "regolare" - sono 340.000 (il 68% del totale). 140.000 (il 28%) hanno vent’anni ed oltre (e quindi sono in ritardo di uno o più anni) e di questi 55.000 hanno ventuno anni o più. 20.000 i ragazzi in anticipo sull’età (il 4%). La maggioranza dei candidati è femminile, ma il gentil sesso la spunta di pochissime unità (il 51%); se nei tecnici le donne sono solo il 36% e nei professionali il 45%, nei licei le ragazze diventano la maggioranza con il 64% (68% in quegli artistici e negli istituti d’arte). 12.000 gli studenti stranieri che si accingono alla Maturità; il 75% di questi ha frequentato un istituto tecnico o professionale. A proposito di studenti stranieri l’esame di Maturità è sempre più multirazziale: vi fanno parte ragazzi di 166 paesi: 42 europei (19 dell’Unione e 23 non dell’Unione), 47 africani, 28 americani, 40 asiatici, 9 dell’Oceania (c’è anche un apolide). La Nazione più rappresentata si conferma l’Albania (1700 candidati), seguita da Romania (1.500 - praticamente raddoppiati rispetto all’anno scorso), Marocco (800), Perù (650), Germania (600), Cina e Svizzera (300). Molti gli stranieri "ritardatari": solo il 27,4% ha 19 anni.
52 saranno i candidati non vedenti, per cui verranno approntate apposite prove in carattere braille; circa 6.000 gli alunni diversamente abili (e tra questi circa 300 con minorazione dell’udito).
Interessanti - infine - le cifre sui candidati privatisti e "ottisti" che si presenteranno all’esame. Gli studenti "esterni" saranno 24.885, il 5% del totale (496.637), 6.412 in meno rispetto all’anno scorso (erano il 6,3%) e 11.417 in meno rispetto a due anni fa, quando era ancora in vigore la precedente normativa ed i privatisti rappresentavano  il 7,1% degli aspiranti. 
Per quel che riguarda gli ottisti - coloro che grazie a una ottima media, quella dell’8 appunto, potevano sostenere l’esame di Maturità già alla fine della quarta - si assiste ad una vera e propria decimazione: la regola prevede che oltre ad aver riportato 8 in tutte le materie al quarto anno, sia necessario aver conseguito almeno 7 in tutte le materie nei due anni precedenti e non esser mai stati bocciati. Se in precedenza si era passati dai 1.667 del 2006 ai soli 146 del 2007, quest’anno ne restano 86: una categoria in estinzione. Spiega il Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni: «Le cifre sui candidati privatisti e ottisti che si presenteranno al fanno un po’ di chiarezza sulla differenza che passa tra i bravi e i furbi; le nuove norme hanno consentito di valorizzare i primi con premi alle eccellenze ma anche di stanare i secondi».

2 aprile 2008. Un incontro tra scuola e istituzioni. Tra pochi giorni saremo chiamati alle urne eppure tanti elettori si sono accorti che, in questa campagna elettorale, della scuola e del futuro della didattica non si è discusso quasi mai. Si è parlato di istruzione in questi ultimi mesi solo per fotografare le inefficienze che affliggono il nostro sistema scolastico: carenze e difficoltà molto diverse da regione a regione. Scrive Giuseppe Adernò sulle pagine della Tecnica della Scuola: «Il pullman di Veltroni o l’elicotteri di Berlusconi non si sono mai fermati in una scuola perché i ragazzi non votano, ma non sanno che in ogni istituto con 800 alunni ci sono 1600 genitori elettori? Non sanno i politici che investendo nella scuola garantiscono stabilità di governo e sicuro sviluppo per il Paese?». Un Paese come il nostro, sottolinea Gian Antonio Stella su Corriere.it, «povero di spazi e risorse energetiche, dovrebbe puntare tutto sulle intelligenze. Gli studi dell’Ocse e della Commissione europea non lasciano dubbi: occorre investire sulla testa delle persone».
Ci ha pensato allora Tuttoscuola, che ha organizzato presso la Camera dei Deputati un incontro moderato dal direttore Giovanni Vinciguerra (e seguito via internet dai lettori) tra il viceministro della Moratti Valentina Aprea e il viceministro di Fioroni Mariangela Bastico. Molti i punti toccati nel lungo dibattito: il carosello degli insegnanti, il sistema di valutazione degli alunni e degli stessi docenti, la riqualificazione professionale dei collaboratori scolastici, la valorizzazione del merito. Il botta e risposta (si può consultare a questo indirizzo) ha mostrato divergenze e punti in comune delle due intervenute; per fortuna, partendo dai problemi di scolarizzazione che affliggono la nostra scuola (emersi nei dati OCSE), è parsa chiara a entrambe le parti l’esigenza di una condivisione di alcuni obiettivi strategici fondamentali. Occorre a questo punto «promuovere una maggiore sensibilità delle istituzioni verso la scuola e il suo sviluppo», come ha sottolineato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi. La crescita dell’Italia passa attraverso i banchi delle sue scuole.

26 marzo 2008. Accordo sulla Tarsu: la paga il Ministero. Dopo tanti annunci, preoccupazioni, speranze e timori giovedì 20 marzo la Conferenza Stato-Comuni ha trovato l’accordo sulla Tarsu: già da quest’anno sarà il Ministero della Pubblica Istruzione a pagare direttamente la tassa in relazione al numero degli studenti iscritti nelle scuole funzionanti nei diversi territori comunali. 
Il Ministero pagherà la tassa per il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti per una somma complessiva di 38.734.000 euro; con tale l’accordo vengono anche stabilite le modalità di finanziamento dei debiti pregressi accumulati dalle scuole nei confronti dei Comuni. È previsto un monitoraggio puntuale dei debiti accumulati a tutto il 2006. Che si tratti o meno di una mossa politica in vista delle elezioni è dato solo supporlo; quel che è certo è che con questo accordo si archivia dopo ben 7 anni, una situazione di tensione nei rapporti tra le 10.800 istituzioni scolastiche e gli oltre 8.000 comuni italiani che troppo spesso era sfociata in vero e proprio scontro. «Abbiamo tolto un macigno economico che ha pesato enormemente sulle spalle delle scuole, una vera e propria spada di Damocle», ha commentato il ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni. «Sono convinto che questa misura contribuirà a dare serenità alle scuole e permetterà loro di liberare delle risorse importanti che potranno essere utilizzate per migliorare l’offerta formativa per i ragazzi».

19 marzo 2008. Il punto sulle gite d’istruzione. Riflettori puntati sulle gite scolastiche. Tema di forte attualità sia perché il periodo dell’anno in cui si svolgono è proprio questo, sia perché ha fatto molto discutere la richiesta da parte del Comune di Venezia di programmare (e limitare) le visite in laguna. Il sindaco Massimo Cacciari e l’assessore al Turismo Augusto Salvadori hanno provato a chiedere al ministro Fioroni di permettere lo svolgimento delle gite in altri periodi dell’anno: gennaio, novembre, maggio. «La città è vicina al collasso», aveva sottolineato Cacciari. I periodi ipotizzati non sono però sembrati molto compatibili con le esigenze della didattica; infatti la risposta non ha lasciato spazio a dubbi: «Il ministero dell’Istruzione non ha alcuna competenza sulle gite scolastiche e la loro distribuzione dell’arco dell’anno. Se la città è sovraffollata lo è per tutti: le soluzioni vanno trovate senza penalizzare proprio i giovani».
E se la soluzione andasse cercata altrove? Scrive Cristina Bassi su Panorama.it: «Passato il segnale che un viaggio fa ormai parte dell’offerta formativa si qualsiasi scuola (persino di molte primarie), i compagni di classe non fanno nulla per meritarselo. Anzi». Bravate, atti di vandalismo, alberghi distrutti, alcol e spinelli nelle camere: spesso la gita d’istruzione si trasforma in gita "distruttiva" (lo testimoniano i tanti filmati raccolti in rete con le bravate degli studenti) che i professori non riescono a contenere.
Abolire le gite scolastiche? Qualcuno lo propone. Gennaro Capodanno, presidente del Comitato Valori collinari di Napoli, si domanda: «Che senso ha, senza peraltro un’idonea preparazione, mandare gli studenti in località, per lo più amene e destinate al turismo di massa, in un contesto del tutto avulso dalla cosiddetta programmazione didattica?». Molti docenti si rifiutano di intraprendere le gite timorosi delle responsabilità ad esse legate; molte famiglie non possono più nemmeno permettersi un esborso ingente supplementare per mandare in viaggio il proprio figlio. Eppure siamo convinti che i ricordi della gita rappresentino i più belli e significativi degli studenti italiani, nonostante tutto. Come la pensi? Ne parliamo nel nostro blog.

12 marzo 2008. Insufficienze alla fine del quadrimestre. I risultati di due importanti indagini caratterizzano la settimana scolastica; la prima riguarda le iscrizioni alle scuole superiori (ne parliamo nel box accanto). La seconda ha quantificato le insufficienze riportate dagli studenti delle scuole superiori nel primo quadrimestre. Secondo la ricerca effettuata direttamente dal Ministero della Pubblica Istruzione il 70,3% dei ragazzi ha riportato una o più insufficienze al termine della prima metà dell’anno scolastico. 8 milioni di insufficienze, una media di 4 a studente, dovranno essere recuperate entro la fine dell’anno. La scuola è chiamata ad un «lavoro straordinario affinché entro giugno si recuperino il più possibile queste insufficienze», citando il ministro Fioroni.
La media delle insufficienze è alzata nei Professionali, dove si raggiunge l’80% della percentuale di studenti con materie in rosso; negli Istituti Tecnici il dato scende leggermente al 76,4 e si abbassa ulteriormente nei Licei (67,4 al Linguistico, 61,9 allo Scientifico, 57,6 al Classico e al Socio-psico-pedagogico).
La materia dove si è registrato il maggior numero di insufficienze è come sempre la matematica (62,4% dei casi). La situazione è molto grave, ribadisce Fioroni: «È del tutto evidente comunque che ci troviamo di fronte ad un problema serio ed è questo il motivo per il quale è stata data priorità assoluta, anche in termini di risorse economiche, alle azioni per supportare l’impegno delle scuole».
Leggi i risultati nella presentazione elaborata dal Ministero

5 marzo 2008. No alle riforme a tutti i costi. «La scuola non può essere il terreno di battaglia delle opposte fazioni politiche, non può essere un perenne Colosseo». È lo stesso ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni a ribadirlo nel corso di un convegno tenuto a Roma. Il suo basta alla «furia riformatrice» è rivolto ai politici affinché trovino il buon senso necessario a garantire alla scuola tranquillità e intenti comuni. Fioroni invoca un patto bipartisan che si basi su 4 obiettivi fondamentali: «riportare serietà e merito, realizzare la vera autonomia della scuola, portare a fondo la parità scolastica, ripensare a un nuovo sistema di formazione, reclutamento e carriera dei docenti». 
Del resto, secondo il ministro, l’alternanza di obiettivi e programmi ha portato l’istruzione italiana a perdere diverse posizioni tra i Paesi Ocse (dalla 20ª posizione del 2000 alla 33ª del 2006). Le origini di questa emergenza sono da ricercare anche nella «crisi della capacità stessa di un’intera generazione di educare i propri figli»; è dunque la scuola che si deve occupare dell’educazione dei fanciulli? Come potrà essere risolta l’emergenza educativa senza radicali cambiamenti nel mondo della scuola?

27 febbraio 2008. Alunni disabili: un appello a Napolitano. Tutti a scuola, associazione onlus in difesa del diritto allo studio degli studenti disabili, non è nuova a forme di protesta/comunicazione in difesa dei propri principi. Dato che il problema del numero degli alunni disabili in rapporto a quello degli insegnanti di sostegno non è stato risolto, le iniziative non si fermano. Ricorderete la campagna contro i tagli degli insegnanti di sostegno [ne abbiamo parlato anche nel nostro blog]. Questa volta l’appello, come sempre diretto e deciso, è rivolto direttamente al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Riportiamo alcuni passi:
«Il diritto allo studio per i bambini disabili è gravemente pregiudicato dai provvedimenti che i governi Berlusconi e Prodi hanno posto in essere nel silenzio di maggioranze mutevoli, ma unite nel determinare il declino di quella straordinaria esperienza di civiltà rappresentata, nel 1977, dall’ingresso degli alunni disabili nella scuola pubblica.
Lei, caro Presidente ha attraversato nella sua esperienza politica quel magnifico periodo nel quale, primi in Europa, considerammo un valore positivo l’integrazione scolastica. È stato tra gli ispiratori morali di quell’ideale di scuola che tendeva ad includere le differenze, a considerarle opportunità e non zavorre o costi da comprimere. La disabilità può essere una formidabile risorsa se intorno ad essa si costruiscono competenze adeguate.
Caro Presidente, le chiediamo pertanto di visitare le scuole italiane, di chiedere ai genitori, agli insegnanti in quali condizioni trascorrono il loro tempo gli alunni disabili. Purtroppo oggi l’unica possibilità rimasta è il ricorso costante alla magistratura».
Ecco il testo integrale in formato .pdf [140 kb].

20 febbraio 2008. Pochi al sud, troppi al nord. 278.000 studenti: sono quelli che il meridione ha "perso" negli ultimi due anni. Quelli che, grazie all’immigrazione, hanno provocato l’effetto di riempimento al nord e svuotamento al sud. L’Italia dell’istruzione è spaccata in due realtà completamente diverse. Il Ministero della Pubblica Istruzione ha formulato alcune previsioni relativamente alle iscrizioni dell’anno scolastico 2008/2009: il numero complessivo degli studenti salirà di 10.000 unità rispetto all’anno in corso. Si tratterà, tuttavia, di una crescita non uniforme: al nord ci saranno ben 42.000 ragazzi in più, al centro 11.000 in più, al sud 42.000 in meno.
Oltre al fattore immigrazione, a contribuire all’aumento del numero degli studenti al nord c’è quello multietnico: la maggior parte degli alunni con cittadinanza non italiana, infatti, si iscriverà nelle scuole di Piemonte, Lombardia, Friuli, Veneto, Emilia Romagna e Liguria. Saranno almeno 368.000, contro i 56.000 di quelli iscritti al sud. Questo fattore contribuisce al ringiovanimento della popolazione del nostro settentrione e all’invecchiamento - sempre più forte - di quella del meridione. Un’altra conseguenza di questo inarrestabile processo è lo spostamento delle cattedre; al nord gli organici sono aumentati di circa 2500 posti; ma il centro-sud ne ha sacrificati 24.000.



12 febbraio 2008. Recuperi, al via i primi corsi. Il primo quadrimestre è finito e quasi un milione e 800 mila studenti avrà bisogno di lezioni pomeridiane private per cercare di colmare le lacune accumulate fino a questo momento. Secondo la normativa di Giuseppe Fioroni, infatti, gli studenti avranno due chance per recuperare le insufficienze. La prima inizia in questi giorni e prevede corsi pomeridiani di 15 ore organizzati dalle scuole con verifiche finali. Per questi aiuti agli studenti sarà utilizzata la prima fetta dei 210 milioni di euro stanziati dal ministro della Pubblica Istruzione. 
Ma, come da copione, le principali perplessità riguardano ancora i corsi che verranno svolti in estate (la seconda chance), nel periodo che va dalla fine della scuola ai primissimi giorni di settembre.
Nelle scuole in cui i collegi dei docenti hanno stabilito che saranno gli stessi insegnanti a tenere i corsi di recupero ai fini della verifica finale, essi dovranno concordare un piano ferie come avviene in ogni impiego statale. Le famiglie degli studenti con debiti - di conseguenza - dovranno programmarsi le vacanze tenendo conto dei giorno in cui i corsi verranno fissati. Il collegio del Liceo Classico Visconti di Roma, ad esempio, ha già deliberato che i corsi si terranno dal 16 giugno al 12 luglio e le relative verifiche avranno luogo nei giorni tra il 25 e il 30 agosto. Stessa cosa all’Ulivi di Parma. Al Deganutti di Udine i corsi si terranno dal 24 giugno al 20 luglio e le verifiche entro fine agosto. In altri licei, come al Fermi di Bologna, la verifica finale si svolgerà subito dopo la fine dei corsi, entro l’8 di luglio; al Galileo Ferrarsi di Verona i corsi avranno la durata di 2 settimane dal 7 luglio al 18 agosto. Venendo a mancare un’ordinanza fissa e uguale per tutti, ogni Istituto adotterà un proprio calendario. È importante, dunque, che professori, studenti e genitori possano trovare in armonia un punto d’incontro per favorire il corretto svolgimento delle prove. Non sarà facile.

6 febbraio 2008. Scuola, crisi, dubbi e speranze. Il governo è caduto e in molti si domandano cosa succederà alla scuola; cosa sarà delle 120.000 assunzioni che Prodi avrebbe dovuto favorire nel biennio 2008/09; come si risolveranno le riforme aperte dal ministro Fioroni, quanto sopravvivranno le nuove verifiche di settembre... Il viceministro della Pubblica Istruzione Mariangela Bastico, sulle pagine di Repubblica, ha cercato di tracciare un quadro sul futuro della scuola in questo ennesimo momento di incertezza politica; «Per le 60.000 assunzioni del 2008 non tutte le speranze sono perdute, ma quelle previste nel 2009 saranno competenza del nuovo governo». Sono a rischio, inutile girarci intorno, anche le cosiddette Sezioni Primavera che nel 2008 hanno coinvolto 22.000 bambini di età compresa tra i 24 e i 36 mesi. Inoltre «alcune innovazioni sul reclutamento dei dirigenti scolastici erano contenute nel disegno di legge pronto per il Senato»: che fine faranno?
Difficile ipotizzare un futuro per quel 70% degli attuali insegnanti di sostegno cui era stata promessa l’assunzione fissa; improbabile sperare nell’attivazione dei previsti corsi di recupero per i ragazzi in prima media; incerto il destino dello sgravio dell’ormai celebre tassa sui rifiuti, la tarsu scolastica.
Non completate, inoltre, la riforma degli istituti tecnici e professionali, il decreto che avrebbe dovuto fissare i nuovi tetti di spesa per i testi alle superiori, il piano sull’edilizia scolastica. Il futuro incerto delle tante questioni aperte nel mondo della scuola è ben illustrato in un articolo-appello di Cosimo De Nitto, di cui riportiamo alcuni passi:
Possibile che a nessuno venga in mente che la scuola non è un settore della burocrazia, né del sistema produttivo, ma l’ambiente della formazione principale del paese, dei suoi cittadini? E che ha sue proprie regole di funzionamento e tempi incompatibili con quelli di una legislatura politica?
Una riforma scolastica si può approvare in una legislatura, ma ne ha poi bisogno di un’altra per verificare se funziona. Se ad ogni cambio di maggioranza cambiano gli indirizzi di fondo della politica scolastica, la scuola è gettata in uno sconcerto schizofrenico che non produce altro che frustrazioni, disorientamento.
[...] Immagino già ministro e spoils system tutto con le valigie in mano dopo due anni appena. Tutte le decisioni prese? In fumo! Tutti i progetti? In fumo! Immagino gli adempimenti derivati dalle direttive ministeriali con quale stato d’animo saranno applicate da dirigenti e docenti. Così pure gli impegni assunti con associazioni professionali, sindacati ecc… [...] La scuola va avanti. Deve andare avanti. Guardiamo in volto i nostri bambini, ragazzi e noteremo i segni delle loro difficoltà, ma anche della loro voglia di crescere bene, imparare, migliorare. Arrangiamoci come sempre nella storia della scuola gli insegnanti si sono arrangiati. Cerchiamo di proteggere, per quanto possibile, i nostri alunni da tutti i “teatrini” che compongono il caleidoscopio della vita sociale.
Non lasciamoci distrarre da progetti e progettini con i quali ormai chiunque investe la scuola per fini non sempre nobili. Anche quando le “proposte” o le direttive vengono dal ministero. Se avremo la fortuna di avere un bravo dirigente possiamo farcela a dire tanti no e riappropriarci della nostra “autonomia”.
 Non perdiamo tempo in corsi di “aggiornamento” che ormai si riducono a spiegare le direttive del ministero di turno o a sperimentare modelli che non passeranno la legislatura e saranno cestinati subito.
Facciamo scuola e traiamo i nostri orientamenti dall’unico documento valido dal punto di vista pedagogico, culturale e sociale. La Costituzione Repubblicana. Non credo serva molto altro.


23 gennaio 2008. Carta: quale futuro? Si moltiplicano in rete siti che offrono agli utenti servizi di consultazione, archiviazione e condivisione di materiali digitali. Biblioteche virtuali (www.anobii.com), sale di lettura (www.liberliber.it), archivi di recensioni e riassunti (www.my-libraryblog.com). Il futuro della cultura passa ancora dalla carta? Del resto sono tanti quelli che, ormai da molti anni, profetizzano la scomparsa dei supporti cartacei. Eppure essi resitono.
I documenti? La mancanza di una politica mondiale relativa alle firme digitali ha impedito che i testi digitali potessero davvero sostituire quelli cartacei. I libri? Nonostante le nuove tecnologie di e-book non è ancora nato un supporto standardizzato capace di sostituirli e renderli accessibili. Le riviste e i quotidiani? Nonostante la diffusione di Internet, le edicole sono ancora stracolme di periodici.
E il fascino delle biblioteche e delle librerie, la piacevole sensazione che si prova sfogliando un libro o una rivista per la prima volta... il progresso annullerà tutto questo? Come cambieranno le nostre abitudini? Come cambierà la scuola?
Dì la tua e vota il nostro sondaggio! www.danna.it/blog

16 gennaio 2008. Formazione dei docenti: 3+2+1. È stato esposto il 15 gennaio a Roma, durante una giornata di studi organizzata dal Centro Iniziativa Democratica Insegnanti, il piano strategico sulla Formazione iniziale dei docenti; il ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni ed il suo vice Mariangela Bastico hanno esposto le nuove modalità si selezione e formazione dei docenti. Le attuali priorità del ministero sono quella di assorbire i docenti precari, reintrodurre un rapporto paritetico tra università e insegnamento e creare un nuovo sistema di assunzioni, eliminando il capitolo relativo alle graduatorie a esaurimento. La carriera dell’insegnante inizierà con 3 anni di università propedeutica, proseguirà con due anni di corso di specializzazione e si concluderà con un anno di praticantato; quest’ultimo «dovrà essere valutato in piena autonomia dagli istituti dove verranno di volta in volta svolti». Un iter pari ad almeno 6 anni e che riguarderà tutti gli insegnanti che dovranno subentrare agli attuali precari inseriti nelle graduatorie ad esaurimento. Tutti i partecipanti al tavolo di discussione si sono trovati d’accordo nel ribadire che la classe degli insegnanti dovrà migliorare la propria preparazione; il tirocinio, in questo senso, avrà importanza fondamentale come traguardo del percorso formativo del futuro docente.

9 gennaio 2008. L’importanza dell’istruzione tecnica. Voci autorevoli della politica e del mondo dell’economia italiana manifestano, ormai da qualche anno, la necessità di rilanciare l’istruzione tecnica per formare buoni tecnici diplomati, richiestissimi dalle aziende italiane. Sono proprio i periti industriali, i geometri e i ragionieri, che hanno fatto grande l’Italia del dopoguerra, che oggi scarseggiano drammaticamente. Il ministro dell’istruzione Fioroni parla di 500mila giovani con qualifiche tecnico-professionali e 80mila super periti ricercati invano ogni anno dalle imprese italiane.
Anche il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha sottolineato come, una volta, i periti erano le figure di maggior peso nelle grandi imprese italiane e come la formazione dei piccoli imprenditori fosse di stampo tecnico. Oggi non è piú cosí perché sempre piú giovani scelgono una formazione liceale e quelli che si iscrivono agli istituti tecnici non trovano programmi adeguati, al passo coi tempi. Anche Romano Prodi si è piú volte pronunciato sull’importanza della formazione professionale: il sistema economico italiano ha bisogno di periti e tecnici preparati e i giovani hanno bisogno di lavorare! Una risposta a queste necessità sembra venire da un progetto di legge, presentato dagli onorevoli Mantini e Chicchi, che stabilisce che gli ordinamenti di categoria possano istituire scuole di alta formazione per professionisti e tirocinanti, occupandosi di stabilire i criteri di formazione e i programmi, in maniera pragmatica, in base alle reali esigenze delle imprese per cui i giovani tecnici dovranno poi lavorare. Sarebbe un passo importante sulla strada di un sistema d’istruzione strettamente legato al mondo del lavoro.

3 gennaio 2008. 2008, la rivincita della scuola. Il 2008 è iniziato ed è il momento di tracciare un quadro di quello che è successo a scuola nel 2007. Un anno di passaggio, certamente critico dal punto di vista delle riforme e dal punto di vista dei risultati che ci avvicina all’agenda di Lisbona del 2010 con molte questioni ancora in sospeso. Un anno che verrà ricordato per i nuovi esami di riparazione di settembre, per i tagli agli insegnanti di sostegno, per i mediocri risultati ottenuti dai nostri studenti agli Ocse-Pisa, per i preoccupanti dati sui (pochi) lettori in Italia, per i provvedimenti di Fioroni nei confronti dei docenti "inadeguati" e per le solite violenze dilaganti. 
Paola Mastrocola, sulle pagine de La Stampa, lo ha definito l’anno della sciatteria: «Oggi - anno 2007 - siamo, in generale, molto sciatti. La sciatteria è una tentazione senza tempo, un invito che è sempre difficile declinare. È vero, ma quest’anno che sta finendo è stato un anno particolarmente sciatto. Non ha curato i dettagli, ha mancato la bellezza, l’ordine, l’esattezza, l’eleganza, la bontà». Abiti sguaiati, linguaggio troppo spesso volgare, ragazzi che sembrano cresciuti troppo in fretta e senza regole, insegnanti inadeguati. E la violenza? «È stato un anno bullo», prosegue la scrittrice; «Violento, arrogante, irriverente. Non ha usato il rispetto. Ha trattato male i più deboli, ha irriso i superiori, ha molestato le persone normali [...]. Bullismo è volersi sentire così potenti da ignorare i sentimenti dell’altro, non rispettare la sua persona, umiliarlo».
Insomma, una delle accuse rivolte alla scuola del 2007 è quella di essere la fucina di un malcostume che sembra voler dilagare a più livelli nella società. Nelle nostre classi, forse, sarebbe opportuno iniziare ad educare alla cultura del rispetto, del bello, del non violento; nel 2008 cerchiamo di ripartire «da una camicia pulita, un saluto, un lavoro ben fatto. Chissà, magari funziona».