| 15 settembre 2011. Ocse 2011, dati e riflessioni. La scuola riapre i battenti e, quasi contemporaneamente, Ocse pubblica il massiccio (500 pagine) rapporto comparativo internazionale Education at a Glance 2011. Ne è nato immediatamente un dibattito tra il Ministero dell'Istruzione, che sottolinea alcuni dati positivi, e alcuni diretti oppositori, secondo cui in Italia si investe troppo in favore della scuola. I dati Ocse sottolineaneano che l'Italia spende per la scuola il 4,8 del Pil contro il 5,9 della media Ocse (peggio di noi solo Slovacchia e Repubblica Ceca); inoltre risulta che la media dei diplomati, il 70% della popolazione, è inferiore alla media Ocse, che raggiunge l'81,5%. I laureati sono il 14% della popolazione adulta; peggio dell’Italia solo Turchia e Brasile. È vero che la spesa per studente di livello secondario superiore e terziario è leggermente aumentata, tra il 2000 e il 2008, del 6%; la media Ocse è però pari al 34% e non a caso si tratta dell'aumento più basso tra i 30 Paesi i cui dati sono disponibili. Altri dati piuttosto negativi riguardano tempi d'istruzione (la media per gli studenti tra i 7 e i 14 anni nei Paesi Ocse è di 6.732 ore, mentre in Italia raggiunge quota 8.316) e per gli insegnanti: quelli in servizio nelle scuole secondarie inferiori raggiungono, in media nei paesi Ocse, il livello più alto della loro fascia retributiva dopo 24 anni di servizio, mentre in Italia ciò avviene solo dopo 35 anni di servizio. E non basta: tra il 2000 e il 2009 nei paesi Ocse gli stipendi degli insegnanti sono aumentati in media del 7%, in termini reali; nel Belpaese, invece, sono addirittura diminuiti (-1%). Scorrendo i dati la senatrice Mariangela Bastico (PD), una delle tante voci che si sono alzate dopo la pubblicazione del rapporto, lancia una pesante accusa nei confronti del ministro di Viale Trastevere: «Lo sguardo sull'istruzione dell'Ocse è molto allarmante per l'Italia. Nonostante ciò il ministro Gelmini non perde occasione per gloriarsi impropriamente delle proprie sciagurate politiche scolastiche. La Gelmini sostiene, infatti, che l'Ocse dimostra che le classi pollaio non esistono e che le ore di scuola sono troppe. Ancora una volta dimostra di non conoscere la scuola vera, quella dove tante sono le classi con trenta e più ragazzi, collocati in aule piccole e inadeguate». E aggiunge: «Un ministro dell'istruzione che si rispetti dovrebbe invece essere insieme ai genitori, agli insegnanti, ai sindacati e alle forze politiche per impegnarsi affinché l'Italia investa di più nella scuola, ritenendo drammaticamente negativo l'essere tra gli ultimi paesi nell'investimento per l'istruzione. E, invece sono proprio le politiche della Gelmini che portano la scuola sempre più in fondo». Francesco Scrima, segretario generale CISL Scuola, lancia un appello: «Chiediamo con forza che la pubblicazione dei dati OCSE e la valutazione sui disallineamenti e le lacune del nostro sistema rispetto a quelli di altri Paesi non si esauriscano in scontati e sterili usi di parte. Siano invece occasione per avviare un grande dialogo sociale e un serio impegno politico volto a definire un piano straordinario di intervento capace di sostenere la qualità della nostra scuola». Con un comunicato stampa del 13 settembre, il MIUR si è difeso cercando di guardare il bicchiere mezzo pieno: «I dati del rapporto Ocse sull'istruzione in Italia confermano la necessità di proseguire nella direzione delle politiche adottate dal governo e ne indicano alcuni risultati positivi. Viene dimostrata l'assoluta infondatezza delle polemiche sul presunto sovraffollamento delle classi. I dati Ocse dimostrano infatti che gli studenti italiani vivono in classi relativamente poco numerose, con un insegnante ogni 10,7 alunni nella scuola primaria (media Ocse 16) e uno ogni 11 alunni nelle secondarie (media Ocse 13,5). Inoltre, la riorganizzazione dei curricoli e la razionalizzazione delle ore di insegnamento attuate dalla Riforma vanno nella giusta direzione, poichè gli studenti italiani trascorrono a scuola un numero di ore superiore alla media Ocse. Infatti gli studenti dell'area Ocse tra i 7 e i 14 anni hanno una media di tempi d'istruzione di 6.732 ore, mentre la media italiana è di 8.316 ore. A questo dato, si collega il tema dello stipendio inferiore alla media dei docenti italiani. Gli insegnanti italiani infatti sono numerosi, per fare fronte all'elevato numero di ore di insegnamento; questa è una delle cause della loro retribuzione non alta. I dati Ocse dimostrano inoltre che, tra il 2000 e il 2008, la spesa delle scuole per ogni studente è aumentata del 6%, mentre è aumentata dell'8% per ogni studente universitario». Scegliendo di sottolineare i passi avanti compiuti in questi anni, il ministro Gelmini deve tener presente che, anche rispetto agli altri Paesi d'Europa, essi non sono del tutto sufficienti. Investire sulla scuola, sui docenti, sul miglioramento delle strutture e delle possibilità educative vuol dire investire sul futuro del nostro Paese. 8 settembre 2011. Inizia la scuola e dà subito i numeri. Classi pollaio, cattedre vuote, alunni stranieri... Mentre le scuole si avviano a riaprire i cancelli per il nuovo anno scolastico, piovono dai media numeri e statistiche. Vediamo alcuni dati interessanti. Per il Ministro Gelmini quella delle classi pollaio è un problema che non esiste: a Frascati alla sesta edizione di Summer School, la scuola di alta formazione politica organizzata dalla fondazione Magna Carta e dall'associazione Italia Protagonista, la Gelmini ha infatti ribadito che «Le classi con più di 30 alunni in Italia sono lo 0,6% e quelle con meno di 12 alunni sono il 4%. È quindi sterile e sbagliato parlare ossessivamente di classi-pollaio». Non è dello stesso avviso il maestro Alex Corlazzoli, autore del libro Riprendiamoci la scuola. Invitato in qualità di giornalista e insegnate, alla trasmissione della Rai Cominciamo bene, ha mostrato «una triste fotografia della situazione italiana dove i diversamente abili non hanno insegnanti specializzati e manciate di ore, aumentano le classi pollaio da 29 alunni, i supplenti non sono pagati e gli istituti sono costretti a vendere salamelle, panini e torte per comprare microscopi». Ricordiamo che lo scorso giugno il Codacons aveva portato a buon fine la prima azione collettiva contro la pubblica amministrazione; il Tribunale amministrativo aveva ordinato al ministro Gelmini di emanare il Piano generale di edilizia scolastica, previsto dal decreto del marzo 2009, contenente norme per la riorganizzazione della rete scolastica e il razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane della scuola». La situazione al momento sembra non essere cambiata; il decreto attualmente in vigore prevede un numero massimo di 26 alunni per la scuola d’infanzia (elevabile fino a 29); 26 per la primaria (elevabile fino a 27); 27 per le medie e superiori (elevabile fino a 30.) Nel caso della presenza di un disabile non si può andare oltre i 20. La manovra bis di luglio ha tuttavia previsto misure che potrebbero portare ad altri scossoni nell'assetto della rete scolastica sul territorio, in particolare per le istituzioni scolastiche del 1° ciclo che dovranno trasformarsi tutte in istituti comprensivi (soppresse direzioni e presidenze di scuola media). Secondo le stime provvisorie elaborate da Tuttoscuola, «5.600 istituzioni scolastiche verranno accorpate in 4.500. La soppressione di oltre 1.100 istituzioni determinerà il taglio di altrettanti posti di direttore amministrativo (ne salterà uno su dieci) e di assistente amministrativo. Per questi ultimi saranno almeno in 30 mila a dover produrre documentazione e dichiarare servizi per difendere la propria sede e non essere trasferiti d’ufficio o rimanere senza sede. L’organico dei dirigenti si ridurrà addirittura di oltre 3 mila unità (-30%), in quanto le 2 mila micro-istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni non potranno avere il dirigente scolastico titolare. Decadranno 53 mi la consiglieri di istituto e dovrà essere rieletta la maggior parte delle RSU. Saranno di conseguenza n ecessari la revisione dei Pof, la ricomposizione dei collegi docenti, il cambio dei revisori dei conti, nuovi bilanci, etc». Per quanto riguarda il numero degli alunni stranieri rispetto allo scorso anno la presenza nella popolazione scolastica di alunni non italiani è aumentata del 7%. Il dato viene fornito dalla Fondazione Leone Moressa prendendo spunto dall'indagine OCSE PISA del 2009. Rispetto al 2005 l'aumento complessivo risulta pari all'81%; numeri che mostrano una scuola in continuo mutamento dal punto di vista dell'integrazione. Ad oggi il numero totale degli alunni stranieri è di 673.800, la maggioro parte dei quali, di prima generazione: si tratta dei giovani per lo più quindicenni che entrano nel sistema scolastico in età avanzata e che mirano ad un titolo di studio che li possa inserire velocemente nel mondo del lavoro (non a caso il 30% è iscritto a istituti professionali e il 29% ad istituti tecnici). Milano, Roma, Torino e Brescia le città che ospitano il maggior numero di studenti stranieri. Qualche problema nella scuola primaria, dove la serie dei cosiddetti “tagli lineari”, ha creato alcuni sbilanciamenti nelle cattedre, a prescindere dalle esigenze dei territori. Al momento risultano circa 2000 maestri in esubero al sud e molte cattedre vuote al nord. A guidare la classifica degli esuberi delle elementari, la Campania con 863 posti (di cui 424 solo a Napoli), seguita dalla Sicilia con 828 posti e dalla Puglia con 454 posti; al contrario a Milano mancano 879 insegnanti di ruolo (1.500 in tutta la Lombardia). Come sempre, dunque, si preannuncia un avvio del nuovo anno scolastico piuttosto movimentato, anche perché sembra che il prossimo 7 ottobre gli studenti potrebbero già organizzare una manifestazione di protesta contro i tagli alla scuola pubblica voluti dal Governo 1 settembre 2011. Mobilità e assunzioni, ultime novità. Una delle pecche maggiori, tra le tante del nostro sistema d'istruzione, riguarda da anni il tema della mobilità dei docenti, ossia il cambio obbligato di sede e tutte le conseguenze che esso comporta. La nota 6705 emanata lo scorso 24 agosto, potrebbe porre fine alla questione. Ecco la parte della nota che riguarda il divieto di mobilità: «Il comma 21 [del D.L. n. 70/2011 convertito in legge 12/7/2011, n. 106] prevede che "i docenti destinatari di nomina a tempo indeterminato decorrente dall'anno scolastico 2011/2012 possono chiedere il trasferimento, l'assegnazione provvisoria o l'utilizzazione in altra provincia, dopo cinque anni di effettivo servizio nella provincia di titolarità". La suddetta disposizione si applica anche ai docenti nominati con retrodatazione giuridica al 2010/11, sia dalle graduatorie dei concorsi che da quelle ad esaurimento, in quanto anche nei confronti di tale personale l'assunzione è effettuata nell'anno scolastico 2011/2012, a valere sul contingente programmato per gli anni 2011-2013: il comma 17 del citato D.L. n. 70/2011 stabilisce, infatti, che "è definito un piano triennale per gli anni 2011-2013... il piano può prevedere la retrodatazione giuridica dall'a.s. 2010/2011 di quota parte delle assunzioni...".» In pratica la nota illustra che i docenti che sono stati assunti o che saranno assunti a tempo indeterminato a partire dal prossimo 1 settembre, non potranno cambiare provincia per 5 anni. Il divieto si applica anche ai docenti nominati con retrodatazione giuridica al 2010/11, sia dalle graduatorie dei concorsi che da quelle ad esaurimento. Il decreto legge 70/2011 dimentica in realtà la cosiddetta mobilità professionale; il divieto di mobilità sembrerebbe infatti non espressamente previsto per coloro che aspirano a passaggi di cattedra e di ruolo interprovinciali. A proposito delle assunzioni a tempo indeterminato, gli uffici stanno lavorando a ritmo forzato per completare le procedure di immissioni in ruolo. Purtroppo le problematiche non sono poche, dal momento in cui le graduatorie sono tre (quelle del concorso e quella ad esaurimento, e per questa quella dello scorso anno e quelle aggiornate di quest'anno), e che si deve tener conto degli accantonamenti per far posto ai docenti inidonei per motivi di salute. Inoltre, per effetto di provvedimenti attuati dal Tar del Lazio, il MIUR non ha ancora sciolto definitivamente il nodo delle assunzioni dei docenti inseriti a pettine nelle graduatorie a esaurimento. 28 luglio 2011. OCSE contro la bocciatura. Bocciare fa male? Ripetere un anno è davvero la soluzione più giusta per gli studenti con voti bassi? Un rapporto Ocse dedicato ai principali sistemi educativi del Mondo ha una risposta a queste domande. Lo studio conferma una tesi sostenuta da diversi anni da molti esperti, educatori, addetti ai lavori, secondo cui ripetere un anno di scuola non solo non ha l'utilità che si crede, cioè quella di riuscire a far recuperare lo studente rispetto ai compagni di classe, ma, in molti casi, sembra che non faccia altro che penalizzare ulteriormente l'alunno in difficoltà. Lo studio presenta alcuni numeri interessanti: nelle classi in cui "transitano" molti ripetenti, si abbassano i voti generali degli studenti e decresce la percentuale di coloro che riescono a diplomarsi. «La performance globale tende ad essere inferiore, e il background sociale ha un impatto maggiore sui risultati di apprendimento». Non solo: bocciare pesa sul bilancio dell'istituzione scolastica, poiché ogni bocciatura costa in media tra i 10 e i 15000 dollari all'anno. In paesi come la Spagna, il Belgio o l'Olanda, i "ripetenti" incidono sul 10% del budget complessivo per l'educazione. L'Italia è al 22° posto tra i Paesi che bocciano di più (guida la classifica la colonia portoghese del Macao); ultime Nazioni importanti, come la Gran Bretagna (2,2 per cento), la Norvegia, il Giappone e la Corea del Sud. Gli esperti tornano dunque a domandarsi se la bocciatura non sia altro che un retaggio di una scuola "antica", che necessita finalmente di essere abolito. Al suo posto occorrerebbe trovare soluzioni concrete, come l'organizzazione di corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno come succede in Finlandia o in Gran Bretagna... Ma si ripresenterebbe il comune problema legato a fondi, risorse, tagli alle spese. Ripetere un anno scolastico riguarda il 13% degli studenti dell'area Ocse, dal momento in cui il 7% alle elementari, il 6% alle scuole medie e il 2% alle superiori è costretto a fare i conti con la bocciatura. L'Italia si colloca appena al di sopra della media Ocse, con una percentuale di allievi bocciati del 18%. Lo studio raccomanda ai dirigenti scolastici, laddove abbiano maggiore potere nel decidere le sorti degli studenti in "bilico", di incentivare la promozione; anche solo per evitare che lo studente si presenti con un ritardo di un anno (o più...) all'appuntamento con il mondo del lavoro. A meno che lo studente non decida di ritirarsi e interrompa così il suo ciclo di studio. Ma in quel caso il fallimento del sistema dell'istruzione sarebbe davvero totale e definitivo. Dì la tua nel nostro blog 13 luglio 2011. Immissioni, i dettagli del nuovo accordo. Lo scorso 19 luglio il ministero e le Organizzazioni sindacali presenti, tranne la Flc-Cgil hanno raggiunto l'accordo sulle assunzioni di nuovo personale dal 1° settembre 2011, che prevede l'assunzione di 30.842 docenti e 36.698 Ata. L'accordo raggiunto prevede anche la ricostruzione di carriera con procedura "raffreddata". Il piano prevede per i due anni successivi la copertura di tutti i posti che si renderanno disponibili e vacanti, stimabili in circa 30.000-31.000 per anno. Il Sindacato Nazionale Autonomo Lavoratori Scuola (SNALS), specifica che «a seguito dell’accordo i futuri inquadramenti, derivanti dal piano triennale straordinario di immissioni in ruolo, saranno strutturati per anzianità su sei fasce stipendiali invece delle sette attuali. In pratica sarà allungata la fascia iniziale ad otto anni (0-8), unificando l’attuale prima (0-2) e seconda fascia (3-8), mantenendo, però, al compimento dell’ottavo anno di carriera a seguito della ricostruzione, lo stesso valore economico attualmente previsto». Una carriera da ricostruire che serve per far valutare il servizio pre-ruolo, sia che esso provenga da rapporti di lavoro a tempo determinato, sia che sia stato svolto in altro ruolo. In questo modo il docente assunto a tempo indeterminato può vantare un'"anzianità di carriera" che gli permette di inserirsi nella fascia stipendiale che gli spetta in base al Contratto Nazionale in vigore. Le attuali fasce stipendiali: - classe 0 fascia da 0 a 2 anni - classe 3 fascia da 3 a 8 anni - classe 9 fascia da 9 a 14 anni - classe 15 fascia da 15 a 20 anni - classe 21 fascia da 21 a 27 anni - classe 28 fascia da 28 a 35 anni - classe 35 da 35 anni in poi Dopo i 35 anni di anzianità lo stipendio non subisce più variazioni er progressione di anzianità. Si parla di ricostruzione raffreddata perché, come spiega Lalla su Orizzontescuola, «il danno è quello di non percepire l'aumento dopo la prima fascia 0-2 (stiamo parlando di circa 35 euro mensili), ma di dover attendere di arrivare a 8, quando ci si inserirà nei gradoni stipendiali esistenti in base al Contratto in vigore». «Dopo il compimento dell’anzianità “otto anni”» chiarisce infine lo Snals «si riprende il percorso di sviluppo per anzianità attualmente vigente, senza alcun trascinamento di perdita». La titubanza della Flc-Cgil è motivata dalla richiesta di alcune modifiche al testo e la necessità di valutare l'accordo con i propri organismi dirigenti. «In particolare è necessaria maggiore certezza sulle immissioni in ruolo nell'intero triennio, a partire dalle 67mila annunciate a Palazzo Chigi dall'1/9/2011, e rispetto delle normative previste dal Contratto nazionale». 6 luglio 2011. Trienni tecnici e professionali, tra opzioni e programmi. Nei giorni scorsi il MIUR ha pubblicato la bozza delle linee guida per la riforma del triennio dell'istruzione tecnica e professionale. Sono ribadite alcune informazioni già note, ma non mancano diverse novità. Le linee guida relative al biennio dei tecnici e professionali sono state approvate nell'estate del 2010. Con la bozza del 10 giugno 2011 sono ufficialmente avviati i lavori per emanare quelle del secondo biennio e del quinto anno. Intanto le linee guida dell'istruzione tecnica e professionali definiscono il concetto di flessibilità e possibilità di articolare in opzioni le aree di indirizzo, nozione non prevista nell'istruzione liceale. La flessibilità ha come obiettivo principale quello di consentire insegnamenti in grado di soddisfare le esigenze del territorio in cui sorge l'istituto e i fabbisogni formativi espressi dal mondo del lavoro e delle professioni. In percentuale tali spazi sono: il 30% nel secondo biennio e il 35% all'ultimo anno per i tecnici, il 35% nel secondo biennio e il 40% nell'ultimo anni per i professionali (che dispongono di un ulteriore spazio pari al 25% nel primo biennio). Gli studi maturati nel secondo biennio, devono essere arricchiti al quinto anno con studi dedicati ai casi aziendali legati alle realtà territoriali, proponendo l'alternanza scuola-lavoro mirando a far acquisire agli studenti specifiche competenze professionali. Non a caso, infatti, le linee guida evidenziano che ogni disciplina insegnata ai tecnici e ai professionali, deve avere il ruolo funzionale alla costruzione delle competenze, abilità e conoscenze, in un processo di progressiva crescita. Un altro punto importante definito dalla bozza è quello relativo alle opzioni. Esse possono essere attivate dalle scuole come articolazioni delle aree di indirizzo. Se nei licei le opzioni prevedono semplicemente alcune differenziazioni del curricolo rispetto ai percorsi base, nei tecnici e professionali le opzioni sono state previste espressamente per creare un raccordo con la domanda di lavoro presente nel territorio. Il Regolamento ha dunque anche lo scopo di limitare la proliferazione incontrollata delle opzioni cercando di stabilire la modalità con cui pervenire alla loro individuazione. Le opzioni dovranno quindi mostrare coerenza con le filiere produttive di riferimento appartenenti ai contesti territoriali senza sminuire l'identità degli istituti scolastici; al tempo stesso le opzioni dovranno evitare il rischio di impoverimento dell'offerta formativa inevitabilmente causato dalla drastica (ma forse necessaria) riduzione del numero degli indirizzi di studio. La speranza è che le opzioni non ricreino una giungla di indirizzi fini a se stessi, ma che venga effettuato, tra scuole e aziende, un sistematico coinvolgimento reciproco. 23 giugno 2011. Docenti, il fabbisogno in calo. La scuola è finita e forse il momento è propizio per fare il punto della situazione sul fabbisogno dei docenti nei prossimi anni e le manovre economiche del Governo in materia di Istruzione. La più recente bozza del provvedimento di finanza pubblica che dovrebbe permettere al Governo di recuperare quasi 50 miliardi di euro entro il 2014, riporta che il MIUR avrà il compito di non aumentare il numero di cattedre e di Ata complessivi: «a decorrere dall’anno scolastico 2012/2013 le dotazioni organiche del personale docente, educativo ed Ata della scuola non devono superare la consistenza delle relative dotazioni organiche dello stesso personale determinata nell’anno scolastico 2011/2012 in applicazione dell’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133». Sembra accolta positivamente la proposta, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi, avanzata dalla Fondazione Agnelli, Caritas italiana e associazione Treelle relativa al miglioramento della formazione dei docenti nel campo del sostegno per rispondere con maggiore convinzione al numero crescente di studenti che necessitano del sostegno: «nell’ambito delle risorse assegnate per la formazione del personale docente viene data priorità agli interventi di formazione di tutto il personale docente sulle modalità di integrazione degli alunni disabili». Da oggi al 2015 le università potranno formare soltanto 23.200 docenti, spalmati tra l'altro tra primaria e secondaria: 8200 alle medie, 5100 alle superiori, 4900 alla primaria. Alcuni numeri sono semplicemente drammatici: per la classe 050, ovvero Lettere vi sarebbero solo 75 posti disponibili in tutta Italia. Le stime sul fabbisogno dei docenti saranno trasmesse prossimamente ai direttori scolastici regionali con l'obiettivo di prendere contatto con le Facoltà del territorio e quindi definire la grandezza e la disponibilità dei corsi. Anche se sembra impossibile che possano essere organizzati corsi per un numero di docenti limitatissimo; il ministero dovrà studiare integrazioni legislative che prevedano l'accorpamento presso un solo ateneo i corsi di laurea più poveri. A proposito dei dirigenti, la stretta interesserà anche le dirigenze scolastiche: nelle sedi con un numero di alunni inferiore a 500 unità (ridotto fino a 300 per le istituzioni site nelle piccole isole, nei comuni montani, nelle aree geografiche caratterizzate da specificità linguistiche) saranno assegnati presidi a tempo determinato, inoltre, «per garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione, la scuola dell’infanzia, la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, saranno aggregate in istituti comprensivi, con la conseguente soppressione delle istituzioni scolastiche autonome costituite separatamente». Per il resto il MIUR dichiara che «al momento nessun taglio agli organici della scuola, ai fondi per l'università e sui finanziamenti alla ricerca è previsto nella manovra economica attualmente in discussione che sarà presentata in Consiglio dei ministri». Sarà vero? 15 giugno 2011. È il momento di ripensare l'istruzione degli alunni con disabilità. Il rapporto Gli alunni con disabilità nella scuola italiana: bilancio e proposte, presentato da Fondazione Agnelli, Caritas e TreeLLeIl, rappresenta l'occasione per tornare a parlare di alunni disabili, il cui numero è cresciuto del 45% in 10 anni. Il rapporto illustra cifre da non sottovalutare: nell'anno scolastico 2009/2010 sono oltre 200.000 gli studenti con disabilità certificata, il 2,2 della popolazione scolastica. Il numero si attestava a 138.000 nel 2001/2002. Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, aggiunge che contando anche gli studenti con disturbi specifici dell'apprendimento si arriva ad un totale di 350.000 ragazzi (4% del totale). A loro la scuola dedica risorse che si aggirano attorno ai 4 miliardi di euro all'anno, la maggior parte destinata alla retribuzione dei 95.000 docenti di sostegno. Da qui la proposta, che sembra una provocazione, ma che in realtà è serissima: perché non tentare di fare a meno degli insegnanti di sostegno? Attilio Oliva, presidente dell’Associazione Treellle, precisa: «Non siamo a favore di tagli alle risorse previste. Vogliamo che la scuola sia di tutti, ma chiediamo una loro diversa distribuzione per evitare inefficienze e problemi che troppo spesso si verificano». Il rapporto spiega che l'approccio attuale del sostegno scolastico è troppo medico, tant'è che le richieste di un insegnante di sostegno vengono esaminate dalle Asl non dalle scuole; la certificazione, da parte sua, si risolve sempre nell’assegnazione di ore di un insegnante di sostegno e, per quanto riguarda gli insegnante, il bilancio non è troppo positivo: «Usano il posto come un canale privilegiato per entrare più rapidamente in ruolo e c’è una cronica carenza di insegnanti di sostegno specializzati». Purtroppo, come si legge nel rapporto, il 43% degli allievi con disabilità nella primaria e secondaria di primo grado cambia insegnante di sostegno una o più volte all’anno. Una possibile soluzione, davvero innovativa, è illustrata nel rapporto e dovrà essere sperimentata. Prevede la creazione di centri risorse per l'integrazione (Cri) a livello provinciale o anche sub-provinciale con il compito di esaminare i progetti presentati dalle scuole, assegnare tutte le risorse destinate alle scuole per l’integrazione e a svolgere un servizio di sportello unico assistendo le famiglie nei vari momenti di vita, «anche al di fuori del tempo scolastico», spiega Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana. Lo scopo è quello di riuscire a "muovere" gli insegnanti di sostegno verso l’organico normale; in base alle necessità della scuola il Cri lavorerebbe sulla formazione di un limitato numero di insegnanti e personale ad alta specializzazione, stabili, competenti e a tempo pieno, per arrivare gradualmente ad una situazione in cui tutti i docenti curricolari saranno formati in ingresso e in itinere nella pedagogia e nella didattica in tutti i gradi scolastici. Un progetto ambizioso e non privo di difficoltà, che però ci ricorda quanto sia ormai inevitabile ripensare concretamente ad un sistema adeguato per gli studenti disabili e per la loro reale integrazione. 8 giugno 2011. Primo ciclo, novità per l'Esame. 593.372 giovani studenti si accingono ad affrontare l'Esame di stato di terza media, cioè quello che conclude il primo ciclo d’istruzione. I ragazzi sono chiamati a sostenere prove scritte di italiano, matematica ed elementi di scienze e tecnologia, lingue straniere, la Prova Nazionale INVALSI e il colloquio finale su tutte le materie affrontate nel corso del terzo anno. Il ministero dell'Istruzione fa sapere alcune novità dell'Esame. Premesso che il test Invalsi si svolgerà lunedì 20 giugno, unica data stabilita dal Miur per la prova nazionale (il calendario per le altre prove invece è stabilito autonomamente dalle singole scuole), accogliendo le richieste di diverse scuole, è stato stabilito che sarà allungato di 30 minuti il tempo a disposizione per lo svolgimento del test: 15 minuti in più per il test di matematica e 15 in più per il test d’italiano. Si passerà dunque dai 60 minuti dello scorso anno a 75 minuti per ciascuna prova. Inoltre è previsto che gli studenti svolgano prima la prova di matematica e, dopo una pausa di 15 minuti, quella d’italiano. Per quanto riguarda la prova scritta della seconda lingua straniera nell’ambito dell’Esame di stato, «il Miur conferma le indicazioni contenute dalla circolare n.46 del 26 maggio 2011 che stabilisce l’autonomia dei collegi dei docenti nella scelta della prova scritta. Il Ministero precisa inoltre che già il 90% delle scuole medie ha svolto negli anni precedenti un’autonoma prova scritta sulla seconda lingua straniera comunitaria. La circolare del 26 maggio scorso sottolinea solo l’opportunità di uniformare i criteri valutativi delle scuole. La decisione sulla prova spetta comunque al collegio dei docenti». Cade, finalmente, il presunto obbligo che relativo alla realizzazione di due verifiche scritte sulle lingue straniere. La circolare (diramata lo scorso 7 giugno), coglie l'occasione di ricordare a studenti e docenti che, per essere ammessi all'esame occorre, come alle superiori, la sufficienza in tutte le materie (condotta compresa) e che il punteggio finale viene determinato dalla media tra il voto di ammissione, il punteggio conseguito in ciascuna prova scritta, compreso il test Invalsi, e quello raggiunto nella prova orale. La lode? Un miraggio... possibile, seppur davvero ostica da raggiungere: l'assegna all'unanimità la commissione nei casi degli studenti che raggiungono il punteggio finale di 10/10 a conclusione di tutte le prove. 25 maggio 2011. Iscrizioni, la metà sceglie i Licei. Licei al top, professionali in perdita; il Ministero dell'Istruzione ha presentato il quadro delle scelte effettuate dai 580.622 studenti (mancano solo quelli della Val d’Aosta e del Trentino-Alto Adige), pubblicato nei giorni scorsi come Focus sulle iscrizioni 2011-12. Chi sale e chi scende nelle preferenze degli studenti. I dati, grazie all'aggiornamento "in tempo reale" del servizio di anagrafe studenti, sono definitivi. Il primo valore che salta all'occhio è quello relativo all'incremento dei licei. Se un anno fa il 46,2% degli studenti aveva scelto questo tipo di scuola superiore, ora il dato è salito al 49,2%. Il liceo Scientifico è ancora la scuola più amata e raccoglie il 19,2 % delle preferenze totali (un anno fa era il 18,4%); cresce inoltre del 2% l'indirizzo con opzione di scienze applicate (senza il latino). Sale il Linguistico dell'1,2% (6,8%), aumenta di un piccolo 0,2 il solito Classico (ora al 7,1%). In aumento anche gli istituti tecnici, che passano dal 31,7 del 2010/11 al 32,1 del prossimo anno scolastico. In realtà poiché il settore economico scende dello 0,7, il merito è esclusivamente di quello tecnologico scelto dal 18,2 degli studenti (un anno fa era stato scelto dal 17,1). Continuano invece a perdere terreno gli istituti professionali, che scendono dal 22,1 al 18,7%; in particolare, il settore industria e artigianato perde l'1,6%, quello dei servizi cala dell'1,8. Si tratta di variazioni medie nazionali che hanno nella Lombardia la situazione di maggiore risalto con un +4,5% per i licei, un +1,3% nei tecnici e un -5,8% nei professionali. Sommando dunque gli incrementi dell'indirizzo del Liceo scientifico senza latino e del ramo tecnologico dei tecnici, si ottiene una crescita del 3,1 di indirizzi in controtendenza rispetto alla tradizione umanistica del nostro paese. «Il fenomeno che merita di essere evidenziato», commenta il Servizio Statistico «è rappresentato dalla crescita in ambito tecnologico-scientifico: i ragazzi che hanno optato per lo scientifico con indirizzo Scienze applicate (+2%) e il ramo tecnologico degli Istituti tecnici (+1,1%), nel complesso, fanno rilevare una crescita del 3,1% rispetto alle iscrizioni dell’anno scorso». Il Miur fa sapere però che la scuola ancora non riesce a soddisfare le richieste di alcuni rami delle imprese italiane: «L’analisi del fabbisogno delle imprese fa emergere che nel 2010 alcune figure professionali, fra cui “Contabile e assimilati”, non trovano sufficiente risposta alla richiesta proveniente dalle imprese; nonostante ciò l’indirizzo “Amministrazione, finanza e marketing” degli Istituti tecnici e l’indirizzo “Servizi commerciali” degli Istituti professionali segnalano delle significative flessioni degli iscritti». Disallineamenti tra domanda e offerta si riscontrano anche nei settori dei tecnici informatici, elettronici, chimici, biologi e tecnici delle biotecnologie e in quelli del tessile, abbigliamento-moda, dove la richiesta di figure tecniche, forte nonostante la concorrenza internazionale, non trova adeguata risposta. Infine un accenno al tristemente famoso discorso dell'abbandono scolastico. Secondo uno studio di Almalaurea al momento della maturità il 42% degli studenti si è pentito della scelta fatta cinque anni prima; la percentuale sale per coloro che hanno frequentato un professionale, il percorso che registra il più alto numero di abbandoni nel corso degli anni. Attualmente il 18,8% dei nostri studenti non arriva a diplomarsi: un dato lontanissimo dal 10% indicato da Bruxelles come obiettivo da raggiungere entro il 2020, ma anche dalla media europea del 14,4%. 18 maggio 2011. Invalsi, bilancio dei test. La settimana appena trascorsa ha visto concludersi la tormentata vicenda legata ai test Invalsi, che si sono regolamente svolti dal 10 al 13 maggio. Alla fine il boicottaggio voluto dai Cobas non si ha sortito effetti degni di nota e c'è chi elogia la scientificità dei test. Ecco le domande proposte. L'acceso dibattito nato nelle ore immediatamente precedenti allo svolgimento delle prove non è stato vano: da una parte è servito a creare una fitta rete di commenti e riflessioni che hanno ricordato a politici e intellettuali che a scuola si lavora, dall'altra ha contribuito ad accendere i riflettori sull'importanza del testare le competenze dei nostri studenti, riportando i media ad una piena consapevolezza sul bisogno di disporre di un sistema di valutazione serio, attendibile e che funzioni davvero. I dati riportati da Invalsi sono tutt'altro che negativi: il test ha coinvolto circa 4.800 scuole e 24.800 classi, di cui oltre 2.300 andranno a costituire il campione su cui effettivamente verrà realizzata l’analisi successiva. Più del 98% delle classi campione ha portato a compimento i test inviando le proprie risposte. Certo, anche a prove concluse le critiche non sono mancate: in molti hanno lamentato l'assenza di azioni propedeutiche in preparazione ai test, e il ministero ha la colpa di aver informato le scuole con due misere circolari, scaricando troppo lavoro su istituti e docenti. Insomma, c'è ancora tanta strada da fare. Veniamo al sodo dei test. Ai bambini di seconda elementare è stato chiesto, in 45 minuti, di leggere e comprendere il brano «Il leone che voleva amare», tratto dall'opera omonima di Giles Andreae e David Woitowycz, con 18 domande al seguito. Nella seconda parte occorreva quindi risolvere due esercizi (il primo con coppie di parole da ricollegare tra loro, il secondo con parole da collegare a frasi per formare un senso compiuto). In quinta primaria (75 minuti a disposizione), si chiedeva la lettura e la comprensione dei brani «I quattro veli di Kulala», tratto dal libro di Stefano Benni «Il bar sotto il mare», e l'articolo «Australia, le tartarughe salvate dai ragazzini»; poi è seguito un test di grammatica. Alle scuole medie le prove riguardavano matematica e italiano. Nel primo caso agli studenti era richiesto di rispondere a 29 domande di aritmetica, da risolvere in 75 minuti. Molti i riferimenti alla vita reale: la prima domanda chiedeva di calcolare il costo di una telefonata di 36 secondi (a 0,02 euro come scatto alla risposta e 0,01 per ogni secondo di chiamata); la quarta chiedeva di indicare la percentuale del "piatto preferito" di un campione di 400 studenti intervistati. La prova d'italiano era strutturata in due parti: nella prima, di lettura e comprensione, occorreva leggere «Il padrone e la luna», tratto dal libro «Fiabe lunghe un sorriso» di Gianni Rodari e «Nella jungla nera», di Fulco Pratesi, tratto da «Nella giungla di Sandokan»; quindi occorreva rispondere a dieci domande di grammatica. Infine le superiori. Per quanto riguarda la matematica, sono state proposte 30 domande da risolvere in 90 minuti con possibilità di usare calcolatrice, righello e squadra; tra gli argomenti affrontati le figure geometriche, il calcolo matematico, logica ed equazioni. Una domanda riportava l'andamento del cambio euro-dollaro nel periodo 3 settembre 2009 - 3 marzo 2010 e chiedeva di trovare il periodo più conveniente per cambiare gli euro in dollari per andare in America. La prova d'italiano (altri 90 minuti) era costituta da due mini-test; nel primo, dedicato alla lettura, sono stati proposti un articolo di giornale, «Metro», edizione di Milano del 7 settembre 2010, un brano «Sulle nevi di gennaio», di Mario Rigoni Stern, tratto da «Aspettando l'alba e altri racconti», un estratto di indagine Istat su famiglie e tecnologie del febbraio 2009, uno scritto di Adriano Parlangeri, «Geni popoli e lingue».; nella seconda, quella di grammatica, sono state poste domande sul passato remoto del verbo arrivare, sulla funzione logico-sintattica di alcune parole, sulla funzione nel discorso di determinate espressioni. In attesa dei risultati, la speranza è che Invalsi faccia tesoro delle critiche ricevute nel corso della preparazione delle giornate di test e riesca così ad aumentare la propria credibilità. Lo scopo ultimo, del resto, dev'essere quello di cercare strade e percorsi per migliorare l'istruzione italiana. Riconoscere definitivamente il supplemento di lavoro e di fatica costato ai docenti, con ricadute anche di natura retributiva con il salario accessorio nei confronti del personale coinvolto, potrebbe essere un primo passo. 11 maggio 2011. Invalsi al via, Italia divisa. E giunsero infine anche i giorni delle prove Invalsi: oltre due milioni di studenti sono alle prese con i test di valutazione nazionale che misurano le capacità di apprendimento in matematica e italiano. Divise le scuole: in alcuni istituti la prova farà media in pagella (come un compito), in altre le prove sono state boicottate. Un milione e centomila alunni della primaria, 570.000 nella secondaria di I grado, 530.000 studenti alle superiori: numeri importanti che costituiranno il ricco database per la valutazione del sistema educativo italiano. E non si tratta di semplici "test a crocette": Roberto Ricci, responsabile del Servizio nazionale di valutazione dell’Invalsi, illustra che «ci saranno più prove argomentative, come hanno sollecitato i docenti. In generale ci saranno più domande a risposta aperta sia in matematica che italiano; saranno più lunghi i tempi per rispondere». Nello specifico in seconda primaria i minuti per materia passano da 30 a 45, in quinta elementare e prima media da 60 a 75 e alle superiori il tempo complessivo è di un'ora e mezza. Ma i test non stanno avendo vita facile: la campagna di boicottaggio dei Cobas, secondo cui i test rappresentano un tentativo malcelato di giudicare i docenti, sembra aver sortito effetti positivi. Qual è dunque la reale funzione di questi test? Scrive Elena Ugolini tra le pagine del Sussidiario.net, che esse «non sostituiscono quelle che i docenti costruiscono ogni giorno per verificare ciò che i propri studenti hanno imparato, la loro capacità di argomentare, giudicare, esprimersi, trovare strade nuove per risolvere problemi. Le prove Invalsi non potranno mai prendere il posto di questo lavoro quotidiano che gli insegnanti svolgono e che gli studenti sono chiamati a fare. Hanno una funzione limitata, ben precisa, non esaustiva. [...] È fin troppo evidente che misurare i risultati dei nostri studenti solo con test esterni standardizzati sarebbe un crimine, perché significherebbe depauperare una tradizione culturale, educativa e didattica che non ha niente a che fare con l’addestramento: non bisogna confondere il significato di questa operazione con i suoi sottoprodotti. Ma tra questo estremo e l’assurdo di rinunciare a qualunque comparazione esterna degli apprendimenti degli studenti c’è la strada del sano realismo». Un altro obiettivo delle prove Invalsi, da sempre, è quello di ottenere degli strumenti in grado di equiparare l’Italia agli altri paesi europei, che sono dotati di strutture per l’analisi dello stato di salute dei loro sistemi d’istruzione. Ma la scuola italiana avrà la voglia di sopportare l'ennesimo probabile flop rispetto agli altri paesi europei? Come scrive Marino Boscaino su Il Fatto quotidiano, «non abbiamo bisogno di prove Invalsi per individuare alcuni punti estremamente critici del nostro sistema scolastico. [...] Il rischio reale è che - senza la necessaria preparazione - si ibridi ulteriormente la didattica, da una parte continuando a seguire l’impostazione tradizionale, dall’altra volendo insistere nella strategia di imporre test senza riflettere sulle condizioni e sulle strategie attraverso le quali si fa oggi scuola in Italia. Un bricolage pericoloso, che potrebbe avere, tra i vari effetti, un ulteriore abbassamento dei livelli. C’è poi un altro enorme problema: il dislivello che esiste tra le prestazioni di aree differenti del Paese: si arriva dall’eccellenza assoluta di Bolzano ai risultati scarsissimi di molte zone del Sud. Si pensa davvero che da test omologanti da Trento a Caltanissetta, da Crotone a Sondrio possa nascere una scuola nuova e migliore?». In attesa di poter rispondere a questa domanda, il ministro per l’Istruzione Mariastella Gelmini, non ha smesso di difendere le valutazioni e ha rilanciato: «Sui test Invalsi non torno indietro, e dal 2012 si faranno anche in inglese». Per concludere dobbiamo dire che non è andata meglio al questionario post-prova, in cui gli studenti sono chiamati a parlare della loro vita, del tessuto sociale in cui sono cresciuti, dei loro rapporti sociali, di quanto tempo dedicano allo studio e quanto allo sport, alla lettura e se fanno altre attività. Non essendo le prove anonime su quest’ultimo questionario L’Italia dei valori ha presentato un’interrogazione «per le gravi lesioni della privacy che comportano i test Invalsi». 27 aprile 2011. Invalsi, ancora proteste. Con la sua capillare diffusione nelle scuole, il documento con la modalità di svolgimento delle prove di apprendimento INVALSI, che si svolgeranno a partire dal 10 maggio, non ha evitato di provocare un'ennesima ondata di commenti, discussioni e polemiche. Gli studenti interessati sono quelli che frequentano la seconda e quinta elementare, la prima e terza media e la seconda classe superiore. Da una parte i sindacati, che continuano a invitare i docenti al boicottaggio di massa dei test, dall'altra il ministro, Mariastella Gelmini, che in una circolare emanata in tutte le scuole prima di Pasqua ha chiaramente avvertito che «apparirebbero quanto meno improprie le delibere collegiali che avessero ad oggetto la mancata adesione delle istituzioni scolastiche alle rilevazioni nazionali degli apprendimenti», dal momento che risulterebbero «in contrasto con la doverosità delle rilevazioni». Valutazione seria per favorire il miglioramento della qualità dell'istruzione? Inutili e sommarie fotografie degli studenti? Intanto Cobas ed Unicobas ricordano alla Gelmini che non esiste l'obbligo di svolgere i test e che nessun dirigente scolastico può imporre ai professori quello che di fatto è un lavoro in più e per il quale non è previsto alcun compenso (anzi, non essendo prevista alcuna retribuzione aggiuntiva neppure il sì del Collegio docenti dell'istituto basterebbe per imporre al professore di somministrare i test); inoltre un sistema di valutazione che si rispetti non può limitarsi a mostrare dei quadri sbiaditi degli apprendimenti degli allievi. Un sistema di valutazione nazionale dovrebbe prima di occuparsi di apprendimenti, verificare le condizioni strutturali delle scuole e del territorio in cui sono inserite, l’adeguatezza degli organici, le professionalità dei docenti. L'Invalsi ricorda, da parte sua, che, a differenza della Prova Nazionale sottoposta durante l'esame di terza media il test per le altre classi è esclusivamente una rilevazione diagnostica: fornisce, perciò, alla singola scuola un parametro oggettivo per accrescere i livelli di apprendimento degli studenti. Resta l'obiezione: le scuole hanno l'obbligo fare svolgere agli alunni le prove predisposte dall'Invalsi annualmente, ma se gli insegnanti della scuola si rifiutassero di "collaborare" (gratis) con l'Invalsi, con quale personale potrebbe assicurare lo svolgimento delle prove il dirigente scolastico? Se i test Invalsi saranno effettivamente svolti e corretti non è dunque ancora chiaro; quel che appare evidente è, piuttosto, il caos in cui si trova l'intero sistema di valutazione messo in piedi dal MIUR. La scuola italiana non è ancora pronta a farsi valutare, ma evidentemente non sono ancora ben definiti i metodi con la valutazione deve essere portata a buon fine. | |