Contributi
Il greco antico... Perché studiarlo?
Premessa alla nuova edizione di Grammatica greca
di Silvia Corbinelli
Come titolo di questa breve premessa si è scelto una domanda a cui non si può dare una risposta. O forse a cui si possono dare molte risposte (anche diversissime tra loro); e questo, magari, complica la situazione.
Probabilmente nessuno di noi, quando, attorno ai 13/14 anni, ha deciso di iscriversi al Liceo Classico (e quindi di dedicare, per cinque anni, un bel po’ di tempo allo studio delle lingue antiche) sapeva bene che senso avesse fare questo genere di studi; e forse non si è posto nemmeno il problema. Io, per esempio, non me lo sono posto, e ho scelto questo tipo di scuola semplicemente perché mi "incuriosiva" e perché mi affascinavano i grandi testi del passato che leggiucchiavo, tirandoli giú a caso dagli scaffali dei libri. E poi, come immaginate, ho continuato a farlo, trasformandolo, diciamo cosí, in un lavoro. Ma non è questa la strada che seguirà la gran parte di voi. Qualcuno, certo, si iscriverà a Lettere e continuerà lo studio del greco, ma molti faranno altro: tempo sprecato, allora, studiare il greco? Non credo proprio, ma cerchiamo di vedere perché.
Per rispondere provo a partire da un "no", che è forse la nostra unica e indiscutibile certezza. Non si studia il greco per parlarlo. A pensarci, sembra assurdo studiare una lingua che non si parla. Ma a pensarci meglio, non lo è poi tanto. Proprio il fatto che si tratti di una lingua, come si è soliti dire, "morta", ci impone, e ci permette, di impostare e di formarsi un metodo di studio e di lavoro che ci tornerà sempre utile, qualunque cosa faremo nella vita. Se infatti si può "imparare" l’inglese (o il francese o una qualunque altra lingua parlata) andando in Inghilterra, guardando film e ascoltando canzoni, senza però mai riflettere seriamente sulla lingua, ciò non è ovviamente possibile con il greco, che proprio in quanto lingua "morta" si può apprendere solo con l’applicazione e la riflessione metodica e costante. All’inizio, certo, sarà difficile e faticoso (e forse – diciamolo pure – anche noioso), ma vi accorgerete presto di come il metodo che vi sarete venuti formando vi faciliterà molto in tutte le attività e gli studi, umanistici o scientifici, che farete. Questa è, secondo me, l’utilità "pratica" garantita da un simile tipo di studio.
C’è poi l’aspetto culturale. Senza soffermarmi sul ruolo che il mondo greco ha avuto nella formazione della nostra società (discorso che ci porterebbe troppo lontano), mi limito qui a una considerazione strettamente connessa alla grammatica e al tradurre, che invece vi riguardano da vicino. Affrontando lo studio della grammatica e cercando la traduzione e il significato piú esatto di parole, sintagmi, frasi e periodi, vi renderete conto che ogni singolo termine, anche uno in apparenza semplice e banale, è fortemente polisemico e che proprio di qui deriva la difficoltà del tradurre: il significato di una parola è infatti strettamente legato a quello del testo e del contesto in cui si trova, ma allo stesso tempo il significato di un testo dipende da quello dei singoli termini che lo compongono. Quindi per "tradurre" un brano, una frase, una parola, è necessario conoscere non solo la grammatica, ma anche gli aspetti culturali della civiltà che l’ha prodotto: e l’una è in qualche modo specchio dell’altra. Ciò vale, naturalmente, non solo per il greco (o il latino), ma anche per l’inglese, il tedesco, il francese o per qualsiasi altra lingua. Tra lingua e civiltà c’è insomma un nesso inscindibile di reciprocità e riflettere su una lingua, dunque, è un modo per imparare a conoscere e ad apprezzare una civiltà.
E sono proprio questi gli obiettivi che vi auguro di raggiungere, senza annoiarvi troppo, studiando il greco: formarvi un solido metodo di studio e di lavoro, imparare a conoscere e apprezzare la civiltà greca e, soprattutto, provare a valutare nella stessa prospettiva anche le altre culture, quelle di ieri, ma anche quelle di oggi.