Cultura handicap

Handicap sensoriale


Per handicap di tipo sensoriale si intende una disfunzione, più o meno grave, a carico degli organi di senso della vista (ipovisione, cecità parziale, cecità totale ecc.) o dell’udito (ipoacusía, sordità media, cofosi ecc.).
Esistono comunque anche patologie a carico di entrambi i sensi, che si realizzano in una sordocecità.
 
Senso della vista

Senso dell’udito

 


 
Senso della vista

Con il termine cecità (dal latino caecitas) o tiflosi (dal greco typhlós = cieco) si indica sia il grado di minorazione dell’acutezza visiva, sia le difficoltà del soggetto che ne è affetto ad adattarsi all’ambiente circostante. È cieco colui che non dispone di alcuna percezione visiva derivante da stimoli luminosi provenienti dall’ambiente esterno, ma lo è anche colui che, pur disponendo di alcune vaghe percezioni visive (luci, ombre, colori, forme ecc.), non le possiede comunque in modo tale da potersi destreggiare "normalmente" nella vita quotidiana.
 
Per quanto riguarda la capacità visiva, la valutazione viene effettuata tenendo conto della misura della acuità visiva (visus), intesa come capacità di distinguere con precisione forme grafiche ad una distanza definita. La misura della capacità visiva residua, a livello medico legale, viene normalmente espressa con frazioni numeriche: 1/10, 2/10, 1/50 ecc.
 
In base al testo della nuova legge, approvata in Parlamento l’8 marzo 2001, sulla «Classificazione e quantificazione delle minorazioni visive e norme in materia di accertamenti oculistici» si distinguono:
ipovedenti lievi (dal greco hypó = sotto + il latino vidère = vedere): hanno un residuo visivo non superiore a 3/10 (anche con eventuale correzione) e un residuo perimetrico binoculare inferiore al 60%;
ipovedenti medio-gravi: hanno un residuo visivo non superiore a 2/10 (anche con eventuale correzione) e un residuo perimetrico binoculare inferiore al 50%;
ipovedenti gravi: hanno un residuo visivo non superiore a 1/10 (anche con eventuale correzione) e un residuo perimetrico binoculare inferiore al 30%;
ciechi parziali (dal latino caecus = cieco): hanno un residuo visivo non superiore a 1/20 (anche con eventuale correzione) e un residuo perimetrico binoculare inferiore al 10%;
ciechi totali: hanno una totale mancanza della vista in entrambi gli occhi, la mera percezione dell’ombra, della luce, del moto della mano e un residuo perimetrico binoculare inferiore al 3%.
 
La cecità può essere di origine sensoria, ovvero causata da lesioni periferiche od oculari (lesioni della retina o delle vie ottiche), oppure di origine cerebrale, ossia dovuta a cause centrali che interessano i centri nervosi dei lobi occipitali.
 
Oltre alla localizzazione topografica dell’origine del deficit si può fare anche una distinzione temporale, ossia relativa al periodo d’insorgenza dell’handicap: è chiaro che il soggetto diventato cieco nel corso della vita, a differenza dell’individuo nato cieco, ha una memoria dell’esperienza visiva che gli consente una costruzione mentale del mondo, e presenta dunque una maggiore possibilità educativa e riabilitativa.

Il daltonismo infine, ovvero l’impossibilità di distinguere uno o più colori, è una forma di cecità congenita (a carattere recessivo, legata al cromosoma sessuale x); è interessante sapere che esistono anche una cecità rossa (impossibilità di distinguere il colore rosso) e una cecità azzurra (impossibilità di distinguere il colore azzurro).
Fin dagli inizi del XIX secolo si cominciarono a ricercare metodologie che ovviassero all’incapacità del non vedente di padroneggiare la lettura e la scrittura; fu il maestro cieco Luis Braille che nel 1829 elaborò un metodo di lettura e di scrittura per ciechi, basato sull’uso del tatto applicato ad un sistema di punti che, variando la loro disposizione all’interno di un rettangolo verticale di 6 x 3 mm, ricreano l’alfabeto, i numeri e le note musicali.
Oggi la tecnologia moderna fornisce alcuni programmi informatici che rendono il computer agibile anche ai non vedenti e che traducono la videata in audio e/o in impulsi piezoelettrici su barra Braille. 

 

Vi sono alcuni luoghi comuni da sfatare relativi alla cecità, tra cui la credenza molto diffusa che i ciechi presentino necessariamente altre disabilità, oppure viceversa che essi siano persone eccezionalmente dotate negli altri sensi; in realtà, il processo di supplenze sensoriali è insito in ogni essere umano, ed è il suo ricorrervi costantemente che ne incrementa l’efficacia.

 



Senso dell’udito

Un soggetto normoudente ha una soglia uditiva compresa fra i 10 e i 20 decibel (db) di altezza tonale, considerando la media delle frequenze dell’udibile; la sordità consiste in una totale perdita o in una notevole diminuzione di questa capacità dell’udito. I soggetti affetti da questo handicap, in base alla gravità del loro deficit, si possono distinguere in:
ipoacusici (dal greco hypó = sotto + ákousis = udito): hanno una capacità uditiva compresa fra i 25 e i 35 db e (considerando la media delle frequenze rapportata ad entrambi gli orecchi) ciò non ha alcuna influenza né sull’apprendimento del linguaggio, né sulla qualità della vita; i soggetti imparano a parlare e spesso le famiglie non si accorgono di niente prima del loro ingresso nella scuola;
sordi medi o sordastri (dal latino surdus = sordo): hanno una soglia uditiva fra i 35 e i 65 db e sentono i suoni entro i tre metri e mezzo circa; questa condizione provoca alcune difficoltà nell’apprendimento ed alcuni disturbi nello sviluppo del linguaggio, che in genere possono essere in buona parte risolti con un’applicazione tempestiva della protesi acustica;
sordi gravi: hanno una soglia uditiva tra i 60 e gli 80 db, con relativo accrescimento del deficit nell’insorgenza del linguaggio spontaneo, che è discretamente correggibile con la protesi acustica;
cofotici (dal greco kophós = sordo): hanno una sordità superiore agli 80 db e in questo caso la protesi acustica dà un minimo beneficio; il linguaggio, se non indotto con un intenso lavoro, non si verifica.
 
L’apparecchio acustico è un ausilio esterno e mobile, mentre, quando si parla di impianto cocleare (dal latino cochlea o dal greco kochlías = chiocciola), si intende uno strumento di recupero fisso, che viene collocato nella parte interna dell’orecchio.

 

Vi sono alcuni luoghi comuni da sfatare relativi alla sordità: i sordi non sono necessariamente anche muti, in quanto il sistema vocale dei sordi è nella norma e con un’appropriata ed adeguata rieducazione logopedica essi possono arrivare ad un buon livello di lingua orale; il deficit del sordo è soltanto di tipo sensoriale e non intellettivo (la possibilità del bambino audioleso di diminuire il proprio handicap è direttamente proporzionale alla qualità e alla varietà degli stimoli familiari, ambientali, socioculturali e specialistici che riceve); il sistema che i sordi usano per comunicare fra di loro non è un semplice gesticolare o mimare la lingua nazionale, ma si tratta di una vera e propria lingua (L.I.S.: Lingua Italiana dei Segni) con proprie regole grammaticali, con cui si può esprimere in maniera completa qualsiasi idea o concetto. Oltre a questa lingua usata in Italia, ne esiste anche una internazionale.