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  • lunedì 26 giugno 2017

    Speciale Maturiatà 2017

    Studenti della maturità chiamati oggi con la terza prova scritta, realizzata la mattina stessa dalla commissione giudicatrice sulla base di quanto risulta nel documento del 15 maggio.

    Il quizzone, nella maggior parte dei casi, consiste in una serie di quesiti - a risposta aperta e/o chiusa - su 4 o 5 discipline dell'ultimo anno. Una prova impegnativa e difficile da prevedere.

    Secondo un sondaggio di Skuola.net. «Il 21 per cento dei maturandi già sa le materie su cui si dovranno cimentare e addirittura alcune domande tra quelle elaborate dalla commissione, il 17 per cento invece è riuscito a sapere solo le materie, mentre un altro 20 per cento ha avuto qualche indiscrezione (non così dettagliata) dai commissari interni durante l'anno. E il 42 per cento, al contrario, non ha avuto questa fortuna e i propri professori hanno tenuto la bocca cucita non rivelando neanche il minimo indizio».

    La norma prevede diverse articolazioni relative alla terza prova: trattazione sintetica di non più di 5 argomenti, o quesiti a risposta singola; da 10 a 15 domande su argomenti riguardanti una o più materie; quesiti a risposta multipla (da 30 a 40 su argomenti di tutte le discipline dell'ultimo anno); non più di due problemi a soluzione rapida o due casi pratici e/o professionali. Oppure lo sviluppo di un progetto che verta su più discipline. Ma la tipologia di gran lunga più gettonata in passato è quella mista, con almeno 8 quesiti a risposta singola e 16 a risposta multipla su quattro discipline.

    Quest'anno sono 12.691 le commissioni per 25.256 classi coinvolte. 505.686 i candidati iscritti all'esame (489.168 interni e 16.518 esterni).

    Seconda prova: confermato Seneca per la versione di latino allo Scientifico: il brano proposto è tratto dal saggio «Il valore della filosofia». Per la matematica è stato proposto un problema in cui si chiede di calcolare il profilo della pedana per far muovere una bicicletta dalle ruote quadrate, citando il caso del MoMath Museum of Mathematics di New York. Ieri Giorgio Caproni l'autore per l'analisi del testo. Nelle altre tracce la minaccia della natura, i disastri ambientali, la robotica, il miracolo economico italiano degli anni '50Al via l'Esame di Maturità 2017. Mezzo milione di studenti ha affrotnato la prima prova scritta, quella di Italiano uguale per tutti gli indirizzi. Quest'anno sono 12.691 le commissioni per 25.256 classi coinvolte. 505.686 i candidati iscritti all'esame (489.168 interni e 16.518 esterni).

    Scarica il file con le tracce del tema ufficiali del Ministero

    È la Lirica "Versicoli quasi ecologici" (1972, tratta dalla raccolta Res Amissa) il testo di Caproni sul quale dovranno cimentarsi i maturandi per l'analisi.

    "Versicoli quasi ecologici" di Giorgio Caproni (raccolta Res Amissa)
    Non uccidete il mare,
    la libellula, il vento.
    Non soffocate il lamento
    (il canto!) del lamantino.
    Il galagone, il pino:
    anche di questo è fatto
    l’uomo. E chi per profitto vile
    fulmina un pesce, un fiume,
    non fatelo cavaliere
    del lavoro. L’amore
    finisce dove finisce l’erba
    e l’acqua muore. Dove
    sparendo la foresta
    e l’aria verde, chi resta
    sospira nel sempre più vasto
    paese guasto: Come
    potrebbe tornare a essere bella,
    scomparso l’uomo, la terra.

    Idillio e minaccia nei confronti della natura per il saggio breve in ambito artistico-letterario. Poi, per il saggio breve socio-economico, la robotica e nuove tecnologie nel mondo del lavoro, da uno dei testi di Enrico Marro, articolo da IlSole24Ore. Disastri e ricostruzione per il saggio storico-politico.

    Tema storico: "Il miracolo economico italiano", con citazioni da Piero Bevilacqua da "Lezioni sull'Italia repubblicana" e da Paul Ginsborg da "Storia d'Italia dal dopoguerra a oggi".

    Il progresso è al centro del tema di attualità partendo da una citazione di Edoardo Boncinelli ("Per migliorarci serve una mutazione").

    Insomma temi legati da un filo conduttore, ossia il rapporto tra uomo e natura. Così il ministro del Miur Valeria Fedeli: «Le tracce proposte alle studentesse e agli studenti avevano come filo conduttore il rapporto fra persona e natura, l'equilibrio dinamico tra azioni umane e fenomeni naturali come chiave per affrontare il progresso, inteso come progresso scientifico e tecnologico, ma anche morale e civile. Sono tracce molto attuali, in linea con le sfide che la società contemporanea pone a cittadine e cittadini sul piano dello sviluppo, del benessere da costruire, dell'innovazione, della relazione con l'ambiente e la comunità in cui viviamo, della sostenibilità, nell'ottica dell'attuazione dell'Agenda 2030 dell'Onu».

    Come ormai accade da alcuni anni, l'invio delle tracce delle prove scritte avviene attraverso il plico telematico: 'buste' criptate recapitate per via informatica alle scuole. Per la loro apertura e' necessaria una password. Le scelte, come sempre, saranno tra analisi del testo, redazione di un articolo di giornale/saggio breve, tema di argomento storico, tema di ordine generale. Sei le ore a disposizione per lo svolgimento.

    Secondo le prime rilevazioni del Miur gli ammessi all'Esame sono il 96,3%; la Sardegna è la regione che fa registrare il tasso più basso, 94%, mentre la Basilicata con il 98,5% è quella che sforna la più alta percentuale.Confermato Seneca per la versione di latino allo Scientifico: il brano proposto è tratto dal saggio «Il valore della filosofia». Per la matematica è stato proposto un problema in cui si chiede di calcolare il profilo della pedana per far muovere una bicicletta dalle ruote quadrate, citando il caso del MoMath Museum of Mathematics di New York. Ieri Giorgio Caproni l'autore per l'analisi del testo. Nelle altre tracce la minaccia della natura, i disastri ambientali, la robotica, il miracolo economico italiano degli anni '50Al via l'Esame di Maturità 2017. Mezzo milione di studenti ha affrotnato la prima prova scritta, quella di Italiano uguale per tutti gli indirizzi. Quest'anno sono 12.691 le commissioni per 25.256 classi coinvolte. 505.686 i candidati iscritti all'esame (489.168 interni e 16.518 esterni).  

  • giovedì 18 maggio 2017

    Cosa indica il rapporto Almalaurea: chi va e chi resta

    L’ultimo rapporto Almalaurea 2017 (che gestisce il più ricco database relativo agli studenti universitari e ai loro percorsi sul breve termine dopo il conseguimento del titolo) ha rilevato cifre positive: buone in rapporto alle tendenze di lungo periodo, e di efficienza per i risultati di carriera di studi proseguita all’estero. L’indagine ha preso in considerazione 71 università italiane (su 74) e tra queste più di 270 mila studenti. Un numero statisticamente rilevante che ha dimostrato ancora una volta come ormai un solo titolo di studio, pur essendo professionalizzante, ma sotto il livello universitario, non basta per le assunzioni.

    Nello specifico, è emerso che tre quarti degli studenti ha “buona” conoscenza dell’inglese scritto – e questo segnala quanto meno una crescita della necessità culturale di studiare lingue. Un primo, buon passo in avanti. Inoltre, la tendenza è più vistosa (80 %) tra i laureati magistrali.

    Durante gli studi solo una percentuale molto modesta (11 %) ha fatto un’esperienza all’estero riconosciuta (ricordiamo che la borsa Erasmus mensile può arrivare, generalmente, a coprire un affitto mensile, mentre la tassa di iscrizione universitaria rimane invariata e corrisponde a quella versata all’università d’origine). La percentuale, quindi, è un aumento poco rilevante rispetto alle analisi condotte da Almalaurea un decennio fa. Sia come sia, questa nuova percentuale indica che gli studenti in questione ha sostenuto all’estero esami loro convalidati al rientro in Italia e, contemporaneamente, hanno intrapreso la stesura (dire “scrittura” sarebbe fuorviante) della tesi.

    Ma il 38 % degli studenti volti all’accademia (proseguimento della ricerca) nel 2006 è salito al 49 %. Un aumento consistente e che lancia un segnale preoccupante, o, se preferite, suona un campanello d’allarme. Perché gli studenti su cui l’università (e le Scuole Normali e Sant’Anna e di Pavia e Catania) investe vanno all’estero e risultano così un capitale inutilizzato. Un investimento non andato a buon fine. Altro che cervelli in fuga: forzieri di monete perduti in fondo al mare. Ma usciamo dalla metafora, per rilevare che ora un laureato su tre è pronto a partire per gli altri continenti; uno su quattro, invece, è disponibile per spostamenti frequenti; uno su due è disponibile quindi al cambio di residenza. Insomma, la maggioranza assoluta (97 %) è disponibile al trasferimento.

    Una cifra poco considerevole (7 %) a cinque anni dalla laurea magistrale lavora all’estero. Perciò occorre fare attenzione: la carriera di ricerca all’estero essendo più lunga, paradossalmente (ma solo in apparenza), rispetto a quella italiana. Il dottorato italiano dura tre anni, quello negli States quattro. Che poi diventano quattro da noi, cinque negli USA. Un giovane di 28 anni in Italia dovrà a quel punto proseguire nella “ricerca” e deve riflettere accuratamente su questo punto: i percorsi professionalizzanti incominciano prima. Senza dire che è frequente (si veda il bel libro di Nicola Gardini, Baroni) il caso del dottorando italiano all’estero che rientrato in Italia viene guardato con sospetto, (anche) a motivo delle innumerevoli sue “pubblicazioni” realizzate all’estero. In linea di principio (e la morale è sempre dura: vedere le favole dei Grimm quanto poco sangue risparmiano) chi va ad addottorarsi all’estero, è un italiano che ha perso la competizione in Italia.

    Per chi “la vince”, magari anche per riconvertirsi e utilizzare secondo le sue capacità il titolo di studi, si apre il caso italiano: per il quale disponiamo ora, fortunatamente, di dati ricchi e significativi. A un anno dal conseguimento del titolo di studio, poi, risulta occupato (a qualsiasi titolo) il 68% dei laureati triennali e il 71% dei magistrali biennali; mentre a cinque anni dalla laurea il tasso di occupazione comprensibilmente cresce ed è pari all'87% tra i laureati triennali e all'84% tra i magistrali biennali. Il confronto con le precedenti rilevazioni ha evidenziato un miglioramento, seppur lieve. Dopo la significativa contrazione intervenuta tra il 2008 e il 2013 (-16 punti percentuali per i laureati triennali), il tasso di occupazione è aumentato di due punti percentuali per i titoli brevi. La retribuzione è in media di 1.104 euro mensili netti per i laureati triennali e di 1.153 euro mensili per i magistrali biennali. Per il terzo anno consecutivo, sembrerebbero in aumento. Perché vi è stato un crollo (-23 per cento) anche nel quinquennio 2008-2013. L'assunzione a tempo indeterminato riguarda, rispettivamente, il 61 e il 56 %.

    Concludiamo: gli occupati all’estero a cinque anni dalla laurea sono prevalentemente stanziati in Europa (un estero, non così “estero”) secondo questa distribuzione: 19 % UK, 12 % Svizzera e Germania, 10 % Francia, 6 % Spagna. Va aggiunto che questa popolazione guadagna in media 2200 euro mensili netti, mentre i colleghi italiani si fermano a 1345 euro. Più della metà, quindi: ma in tutti questi paesi europei, a eccezione della Spagna, la vita costa anche “la metà” in più. Giusto rilevare i dati, ma onesto e conseguente interpretarli alla luce dei fatti concreti. E poi, si sa, intervengono anche considerazioni più astratte e meno specifiche: che riconoscimento culturale ha un dottore in discipline che non siano ingegneristiche o fisiche (quindi non proprio pratiche) in Germania, o nel Regno Unito? questa figura non è meglio integrata, socialmente, che da noi. Se non altro, in quei paesi si fanno un vanto (non sapremmo dire quanto giustamente) di aver attirato (leggi: sottratto) cervelli stranieri, appunto, come suole dirsi, “in fuga”.

    Con questo non si vuole esercitarsi in un facile scetticismo. In un mondo progressivamente globalizzato, connesso (anche complicato), la laurea diventa un lavoro. Essere studente non è uno stato sociale. Laurearsi non significa aver finito, ma poter iniziare. O, detto semplicemente: la laurea è più necessaria adesso che mai prima d’ora. E ben vengano i casi virtuosi degli studenti lavoratori: il 56 % dei laureati ha compiuto un'esperienza di tirocinio o stage (44 % nel 2006), ma la lunga crisi economica ha abbassato di dieci punti (75% – 65%) la quota di chi ha fatto esperienze di lavoro durante gli studi. Ma sono pochissimi i laureati (sei su cento) i quali hanno conseguito la laurea lavorando stabilmente (studenti-lavoratori), perché la maggioranza (59 %) esercitavano un’attività extra solo saltuariamente, per arrotondare.

    Segnaliamo per completezza le ultime cifre, anche se statisticamente meno rilevanti delle precedenti: aver compiuto un periodo di studio all'estero con programmi europei aumenta le chance occupazionali del 12%; i tirocini fanno crescere le occasioni dell'8%; aver lavorato sporadicamente durante gli studi, invece, di un bel 48% ( al di là del numero, resta l’attività che risveglia il senso pratico talvolta anestetizzato da alcuni professori che pure si ergono a modelli); infine, trascorrere un periodo di studio all'estero o svolgere un tirocinio curriculare, a parità di condizioni, influenza positivamente la probabilità di ottenere elevate votazioni alla laurea (anche qui, gli ampliati orizzonti consentono di destreggiarsi meglio al rientro nel nostro Paese, che risulta così un po’ “anchilosato”).

    Ci sono, però, anche i segreti del caso. Vogliamo dire del famoso background scolastico e familiare. I laureati 2016, infatti, hanno prevalentemente dei diplomi liceali (67%, che sale all'83% per chi ha realizzato l'intero ciclo di laurea). In particolare, il 44% ha conseguito un diploma scientifico, il 19% quello tecnico, solo il 16% quello classico e, infine (tendenza da analizzare meglio), l'8% quello pedagogico-sociale. Soltanto il 2% dei laureati ha un diploma professionale (idem per quello artistico). Aggiungeremo che i laureati con almeno un genitore in possesso di un titolo universitario sono il 29%.

    Si abbassa l'età in cui si discute la tesi (pur restando tristemente alta: ma tanto non sono più in questione le sorti del Paese, preferendo i ricercatori la via di fuga all’estero). L'età media alla laurea per il complesso dei laureati 2016 è pari a 26 anni: 25 per i laureati triennali (dovrebbe essere 22), 27 per i magistrali a ciclo unico (a regime ottimale: 24) e 28 per i laureati magistrali biennali (sempre 24). Il problema è alla radice: e sta nel ritardo nell'iscrizione al percorso universitario, la quale in media ammonta a un anno e mezzo. Basta aggiungere il celeberrimo anno per “scrivere la tesi” e arriviamo ai dati delle statistiche. Le quali ci consolano (sempre come refugium peccatorum) che l'età di laurea è diminuita “in misura apprezzabile rispetto alla situazione pre-riforma e ha continuato ad abbassarsi nelle ultime stagioni”.

    Infatti, mentre nel 2006 concludeva gli studi in corso il 34% dei laureati, nel 2016 si è arrivati al 49%. Dieci anni fa venti laureati su cento terminavano il ciclo con quattro (o più anni) “fuori orario”: oggi si sono quasi dimezzati. E il voto medio di laurea è sostanzialmente immutato: 102,5 su 110 nel 2016. L'88% dei laureati, per concludere, è soddisfatto dell'esperienza universitaria.

    [Andrea Bianchi]  

  • martedì 2 maggio 2017

    Ultime notizie Eurostat sui laureati italiani

    Lo scorso mercoledì (26 aprile) è stata pubblicata l’indagine Eurostat sulle percentuali di laureati in Italia. Subito è scattato il paragone con quelli a livello europeo, ma questa volta è stato registrato un sensibile progresso rispetto all’ultimo rilevamento (italiano) del 2002.

    Per l’abbandono della scuola prima della maturità, l’Eurostat dà l’Italia nel fanalino di coda, quintultima. Mentre un notevole miglioramento è stato registrato riguardo al numero di trentenni laureati (anche se forse occorrerebbe una registrazione dei laureati in tempo, diciamo intorno ai 25 anni).

    Nell’Italia del 2002 solo il 13,1% della popolazione tra 30 e 34 anni era laureata. Oggi questo numero è esattamente raddoppiato (26,2%). L’Unione Europea vorrebbe alzare l’asticella e portare la percentuale al 40% nel 2020.

    Se confrontiamo, poi, la percentuale coi dati europei, rileviamo che essi sono il 58% in Lituania (ma tutti i paesi che una volta si dicevano dell’Est sono in fortissima espansione culturale), 54% in Lussemburgo (un enclave di laureati e fortino per i gruppi americani tipo Amazon) e 53% a Cipro (dato molto curioso, sicuramente benemerito).

    Almeno ci resta il vanto (anzi: è merito di tutta l’Europa contro la Germania che inverte la tendenza) di avere più donne laureate (32,5%) che uomini (19,9%).

    Diverse le reazioni alla pubblicazione dei risultati pubblicati da Eurostat. Indichiamo qui il resoconto della notizia sul sito “tecnica della scuola” (http://www.tecnicadellascuola.it/item/29381-pochi-laureati-troppi-abbandoni-eurostat-boccia-l-italia.html). La quale termina con il commento a caldo di Arturo Scotto, deputato di MDP, secondo cui i dati «sono un segno evidente del declino del Paese. Così come il dato sugli abbandoni scolastici che tra i 18 e i 24 anni restano al 14%. La buona scuola e i tagli continui all'istruzione non aiutano e nemmeno il clima di sfiducia generale e l'impoverimento delle famiglie. L'istruzione non è stata al primo posto nell'agenda del Governo e nemmeno in quella dei passati Governi fotocopia e questo è il risultato».

    Un filosofo della politica direbbe che siamo in un declino e quindi non c’è possibilità di uscita se non tramite una crisi critica, come per quelle malattie che richiedono uno shock molto forte per superarle indenni. Ma preferiamo stare dalla parte dei professori di lettere che guardano con attenzione ai dati oggettivi (i dickensiani facts and figures) e lasciare i filosofi alla politica.


    [Andrea Bianchi]  

  • giovedì 13 aprile 2017

    La “buona scuola” è in cammino

    Sul sito del Miur (a questo indirizzo) è stato pubblicato il resoconto dell’opera ministeriale in materia di “buona scuola”. I punti di novità, i decreti approvati in data 7 aprile 2017 sono consistenti e vengono così ripartiti dal Miur:

    1. il sistema di formazione iniziale e di accesso all’insegnamento nella scuola secondaria di I e II grado;
    2. la promozione dell’inclusione scolastica delle studentesse e degli studenti con disabilità;
    3. la revisione dei percorsi dell’istruzione professionale;
    4. l’istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita fino a sei anni;
    5. il diritto allo studio;
    6. la promozione e la diffusione della cultura umanistica;
    7. il riordino della normativa in materia di scuole italiane all’estero;
    8. l’adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli Esami di Stato.

    Di questi punti, necessariamente da riassumere in base a esigenze di chiarezza, sono rilevanti soprattutto i numeri 2, 3 e 5. Poco chiari il numero 6, di (forse) difficile attuazione il 7 e assolutamente contingente il punto 8. Vediamo nel dettaglio i momenti salienti della “buona scuola” in cammino.

    Per quanto riguarda le scuole superiori, i percorsi dureranno 5 anni: biennio più triennio. Gli indirizzi, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, passeranno da 6 a 11. Tra questi: agricoltura, sviluppo rurale, valorizzazione dei prodotti del territorio e gestione delle risorse forestali e montane (i titoli sembrano indicativi di tendenze al concreto); pesca commerciale e produzioni ittiche; industria e artigianato per il Made in Italy; manutenzione e assistenza tecnica (non meglio specificata); gestione delle acque e risanamento ambientale; servizi commerciali; enogastronomia e ospitalità alberghiera; servizi culturali e dello spettacolo; servizi per la sanità e l’assistenza sociale; arti ausiliarie delle professioni sanitarie: odontotecnico (molto prevedibile ragionando su un lungo periodo incominciato da una decina d’anni); arti ausiliarie delle professioni sanitarie: ottico.

    Ai piani alti, invece, si avrà un tavolo coordinato dal Miur - al quale prenderanno parte Regioni, Enti locali, Parti Sociali, altri Ministeri interessati, Invalsi, Indire, Inapp e Anpal – il quale dovrà monitorare i percorsi dell’istruzione professionale e aggiornare gli indirizzi con cadenza quinquennale. Verranno stanziati circa 48 milioni a regime per incrementare il personale necessario all’attuazione delle novità previste. Un altro punto di grande rilievo: sarà stabilizzato lo stanziamento di 25 milioni all’anno per l’apprendistato formativo.

    Attraverso la costituzione del Sistema integrato, inoltre, «si estenderanno, amplieranno e qualificheranno i servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia su tutto il territorio nazionale. I servizi saranno organizzati all’interno di un assetto di competenze tra i diversi attori in campo (Stato, Regioni, Enti locali) chiaro ed efficiente». Tale sistema sarà finanziato con un fondo specifico che – a regime – ammonterà a 239 milioni all’anno. In questo modo saranno attribuite le risorse agli Enti locali.

    Saranno previsti – sempre a proposito di finanziamenti, perché da lì si deve sempre giudicare la bontà di un’esecuzione – specifici finanziamenti per sostenere il welfare studentesco: 30 milioni saranno destinati per il 2017 (aumenteranno a 39,7 nel passaggio a regime previsto per il 2019) alla copertura di borse di studio. Con queste, gli studenti delle scuole secondarie di II grado saranno facilitati nell’acquisto di materiale didattico e nelle spese per trasporti e, generalmente, per beni di natura culturale. Con le parole del Miur: «si tratta, a regime, di quasi 30 milioni in più rispetto allo stanziamento previsto dal testo iniziale, prima del passaggio parlamentare. Altri 10 milioni (all’anno, fino al 2019/2020) vengono stanziati per l’acquisto di sussidi didattici nelle scuole che accolgono alunne e alunni con disabilità. Ancora altri 10 milioni vengono investiti, a partire dal 2019, per l’acquisto da parte delle scuole di libri di testo e di altri contenuti didattici, anche digitali, per il comodato d’uso dalla primaria fino alle classi dell’assolvimento dell’obbligo. Supporto aggiuntivo anche per la scuola in ospedale e per l’istruzione domiciliare con uno stanziamento di 2,5 milioni di euro all’anno dal 2017».

    In conclusione, è di grande rilievo quanto si legge riguardo l’alternanza scuola / lavoro al fine di promuovere il tessuto culturale delle città: «Il patrimonio culturale e artistico italiano può diventare occasione di crescita per il Paese […]. Per questo motivo l’alternanza Scuola-Lavoro, prevista dalla legge 107/2015, potrà essere svolta presso soggetti pubblici e privati che si occupano della conservazione e produzione artistica». È fondamentale che gli studenti svolgano queste pratiche prima possibile, prima di trovarsi laureati, ma con idee poco chiare su cosa significhi stare in un qualsiasi posto di lavoro.


    [Andrea Bianchi]  

  • giovedì 6 aprile 2017

    Dai licei in giù, l’abbandono è costante

    L’abbandono scolastico è documentabile con facilità solo con un paio d’anni di distanza. Oggi si può osservare che per i licei la situazione si è aggravata con 9150 perdite nel 2013/2014, salite poi a 10300 nel 2014/2015. Cosa sta alla base di questo fenomeno? Sicuramente manca un orientamento insufficiente o non adeguato. Ma di questo alla fine. Per gli anni più recenti, una causa scatenante dell’abbandono, oltre a un carente orientamento alla fine delle scuole medie, potrebbe essere la diffusione, cresciuta esponenzialmente, della dizione “liceo” per ogni genere di scuola. Nomen omen si è dimostrato, questa volta, un proverbio latino e basta. Può così capitare di iscriversi a un liceo delle scienze umane senza badare che iscriversi a un liceo, per quanto temperato dagli insegnamenti garantiti dalle “scienze umane”, significa incominciare un percorso di alta formazione. Non è proprio una questione di difficoltà, ma – forse – di errata formulazione di metodi e obiettivi che una determinata tipologia di scuola ritiene di poter assolvere.

    Guardiamo i dati forniti dall’ultima indagine Miur(https://goo.gl/fj60Ve). Rileviamo che per il 2013/2014 l’abbandono è in lieve ma significativo aumento pure alle medie. Gli indici sono 0,3 % per la prima, 0,5 % per la seconda e 0,6 % per la terza. Queste cifre non vanno prese con beneficio d’inventario, perché andrebbero accolte come una fotografia della società italiana in questo preciso istante. A livello macroscopico, invece, si parla di 7700 sparizioni, ossia di casi in cui le forze dell’ordine sono sulle tracce dei ragazzini e delle ragazzine per non farli cadere (è la maggioranza delle volte) nelle mani della delinquenza. Come si vede, il confine tra abbandono e sparizione non rilevata è incerto, fluido, discontinuo.

    Se, in definitiva, sommiamo gli studenti in età di obbligo scolastico che lasciano il loro posto, arriviamo tra medie e superiori a 50000 perdite secche annuali. Perdite di coscienza, dirà qualcuno. Mancanze civili alla base, ribadiranno altri (come fa oggi, e giustamente, la Repubblica riportando le situazioni surreali – ma quanto dolorose – degli istituti comprensivi Primo Levi a Napoli e di via Tiburtina a Roma).

    Per tornare al punto dell’offerta sempre più carente di orientamento, vale la pena guardare cos’è successo a livelli “alti”, cioè post-liceali. Premesso che l’orientamento alla fine della scuola media è tanto più complesso – perché più delicato – rispetto a quello pre-universitario, va rilevato che la Scuola Normale di Pisa si è unita a Sant’Anna e IUSS Pavia per il suo corso rivolto agli studenti che abbiano finito il quarto anno di superiori. Questo è indicativo di due novità: primo, si preferisce investire prevalentemente nella ricerca post-universitaria i soldi dei contribuenti, e secondo, si amalgama il corso di orientamento rendendolo incolore (ricordiamo che Sant’Anna offre borse per agraria, medicina, ingegneria, giurisprudenza, mentre la Normale ha allievi di matematica, fisica, chimica e lettere). Per esperienza diretta, testimoniamo che i corsi di orientamento SNS sei anni fa comprendevano – è vero – lezioni di normativa europea insieme a quelle di storia della letteratura. Ma dubitiamo fortemente che unire così grossolanamente le varie scuole possa dare una direzione a studenti già incerti in partenza, i quali si rivolgono alle scuole di alta formazione per avere una linea di massima sulla loro “vocazione” futura. Semplificare non è sempre la via maestra…

    Resta una domanda: cosa spinge un allievo a lasciare il posto dove in teoria dovrebbe sentirsi integrato e al sicuro, per mettersi su vie incerte fuori dall’aula? Per chi è scontato un guadagno a 15 anni? Forse solo per il figlio di chi ha bottega. Ma difficilmente gli abbandoni hanno motivazioni simili.

    [Andrea Bianchi]  



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